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La valigia di Giulia non era sua
Alle quattro e dieci del mattino Giulia stava nel parcheggio dell’aeroporto di Orio al Serio con un caffè annacquato in mano e una stanchezza che le pesava dietro gli occhi. Il volo per Dubai partiva alle sette e venti. Doveva essere il viaggio che rimetteva a posto dieci anni di matrimonio, e invece aveva già il sapore di una resa.
Massimo camminava due passi più avanti, il trolley nella sinistra e il telefono nella destra. Digitava senza guardare dove metteva i piedi. Aveva dormito tre ore, forse quattro. Lei lo sapeva perché lo aveva sentito rientrare all’una passata, armeggiare in cucina, poi scorrere messaggi con la luminosità dello schermo al massimo: un rettangolo bianco che filtrava sotto la porta della camera.
Al banco del check-in Giulia posò il passaporto e intanto lo osservò. Massimo era un uomo che non lasciava niente al caso, eppure quella mattina aveva la giacca stropicciata e la barba di due giorni. Continuava a guardarsi intorno. Non verso i monitor delle partenze. Verso la porta a vetri, come se da un momento all’altro dovesse entrare qualcuno.
— Ti siedi un attimo? — provò lei.
— Devo controllare una cosa. Torno.
Non tornò. Si spostò davanti alla tabaccheria, con la schiena curva e il telefono incollato all’orecchio. Giulia lo vide fare un cenno a un uomo in polo scura, uno che non era salito con loro in macchina. Si scambiarono qualcosa. Una busta, le sembrò. Troppo luminosa per essere una semplice busta, con un adesivo argentato sul bordo.
Fu in quel momento che lo notò davvero.
Un gesto rapido, goffo per uno come lui: Massimo aprì lo zaino di Giulia, quello piccolo con il passaporto e gli auricolari, e infilò dentro una confezione piatta, imbottita, di quelle con il pluriball. Lei si voltò di scatto verso l’edicola, fissando un titolo di giornale già letto tre volte. Quando si rigirò, lo zaino era di nuovo chiuso. Il cuore le batteva in gola, ma non disse niente. Fece finta di cercare una gomma in borsa.
Dieci anni prima, al bar dell’università di Pavia, Massimo le aveva promesso che non le avrebbe mai mentito. Glielo aveva detto con una birra media in mano e il sole basso che gli tagliava la faccia. In dieci anni Giulia aveva sopportato le cene saltate, le domeniche in cui lui era «in ufficio a smaltire arretrati», le vacanze rimandate. Ma non la bugia messa lì, tra gli auricolari e un pacchetto di fazzoletti.
Non lo aprì. Non subito.
Andò in bagno, si chiuse nel box e rimase seduta sul water con il telefono in mano, senza accenderlo. Pensò a sua madre, che l’avrebbe chiamata in lacrime. Pensò al mutuo della casa di Bergamo, cointestato. Pensò a quanto sarebbe stato semplice fingere di non aver visto. Poi allungò la mano nello zaino.
La confezione era più pesante di quanto sembrava. La aprì con le unghie, trattenendo il respiro. Dentro c’erano tre pacchetti sigillati e una polverina chiara, compatta, che non aveva odore. In quel momento capì la busta luminosa, l’uomo in polo, il cenno d’intesa. Capì che il viaggio a Dubai non c’entrava niente con il salvataggio del loro matrimonio.
Giulia restò lì qualche minuto, in quel bagno illuminato al neon, con una confezione in mano che valeva più del suo stipendio di educatrice. Poi fece l’unica cosa che le parve sensata: la prese, uscì dal box e la gettò nel cestino dei pannolini. Fece scattare il coperchio. Si lavò le mani con calma, guardandosi allo specchio come si guarda una sconosciuta.
E mentre tornava in sala d’attesa, vide la donna.
Era accanto a Massimo, china su di lui. Gli parlava piano, con la testa inclinata, e ogni tanto gli toccava il braccio. Non serviva essere un detective per capire che non era una collega qualsiasi. Lei indossava un tailleur blu troppo elegante per quell’ora e teneva una valigetta rigida tra le caviglie.
— Giulia, ti presento Chiara. Lavora con me — disse Massimo, con una voce troppo ferma, la voce di chi ha provato una frase molte volte.
Chiara sorrise senza scoprire i denti.
— Piacere. Ho portato i documenti che servivano per la pratica.
Giulia non rispose. Guardò la mano di Chiara, che stringeva il manico della valigetta. Le unghie erano perfette, laccate di un rosso scuro. Poi guardò Massimo, il suo zaino, la cerniera che lui aveva richiuso in fretta. Le servì tutta la sua forza per non urlare lì, davanti alla tabaccheria.
La coda per i controlli scorreva lenta. L’altoparlante annunciava un ritardo per un volo per Londra. Giulia sentiva il telefono di Massimo vibrare di continuo. A ogni vibrazione lui trasaliva come un ragazzino colto sul fatto.
Al varco di sicurezza Giulia fu fermata.
— Signora, deve aprire lo zaino. C’è un’anomalia alla scansione.
Il cuore le si fermò. Non perché avesse paura: perché lo aveva buttato. E adesso lo sapeva.
L’agente le fece svuotare lo zaino su un vassoio. Aprì anche la borsa piccola. Sfilò una confezione di caramelle, il caricabatterie, un libro. Niente. Poi la guardò in faccia e le chiese se per caso aveva dimenticato qualcosa in bagno. La voce era neutra, ma bastò.
Massimo, poco più in là, si era bloccato con le scarpe in mano. Per la prima volta quella mattina la guardava davvero.
— Dov’è? — le chiese, muovendo appena le labbra.
— Dove non tornerà indietro.
Lui la prese per un braccio, fingendo un gesto d’affetto. Le dita le affondarono nella pelle.
— Giulia, non farmi questo. Ti spiego tutto. Dopo l’imbarco.
— Non c’è niente da spiegare. Hai messo quella roba nel mio zaino. Nel mio.
Lui la strinse più forte, sorridendo alle telecamere.
— Mi hanno promesso quarantamila euro. Li usavo per noi. Per il mutuo, per tuo padre che non arriva a fine mese. Non per me.
Giulia si liberò con uno strattone.
— Mio padre non c’entra. Tu non c’entri più.
Camminò verso il gate senza voltarsi. Sentiva lo sguardo di Chiara sulla nuca, ma non le importava. Il volo per Dubai partì puntuale. Giulia restò in aeroporto. Sedette nella sala partenze, con il passaporto in mano e il telefono spento. Vide dall’oblò il loro aereo spostarsi e sparire dietro il vetro. C’era una pace strana, dentro quella luce bianca di mezzogiorno.
Aspettò tre ore.
Quando suo fratello Luca arrivò, parcheggiò di fianco all’uscita e la guardò come si guarda una persona appena uscita da un incidente. Lei salì in macchina senza dire niente. Poi, sulla A4 verso Bergamo, disse:
— Devo chiamare un avvocato.
Luca strinse il volante.
— Quel pezzo di…
— Luca. Non adesso.
A casa trovarono il postino che andava via. Una raccomandata. Dentro c’era la copia del mutuo che Massimo le aveva fatto firmare due anni prima, sostenendo che si trattava di una «formalità per le assicurazioni». Non lo era. Lei ne era garante per centoottantamila euro.
Giulia si sedette sul primo gradino delle scale. Aveva ancora il passaporto in mano. Suonò al portone la signora Luisa, la vicina del piano di sopra, che rientrava dal mercato con un sacchetto di arance. La vide lì, con la busta aperta per terra, e si fermò.
— Tutto bene, Giulia?
— No.
La signora si sedette accanto a lei, senza dire altro. Rimase solo presente, con quelle arance che profumavano di buccia e di inverno.
Quella sera Giulia aprì la posta di Massimo. Non dovette cercare a lungo: nella cartellina blu, dietro la scrivania che lui non usava da mesi, trovò la ricevuta di una cancelleria a Brescia. In un’agenda c’era un appunto: «Chiara — 14:30 — deposito». E un numero, scritto in penna, sulla pagina del 27 febbraio.
Chiamò la banca il giorno dopo. Chiusero il conto cointestato in mezz’ora, per fortuna senza domande. Massimo era all’estero, irraggiungibile. Dovette lasciare la metà dei risparmi su un conto bloccato, ma non le importava.
Trascorse una settimana. Otto giorni. Massimo non rientrava.
Al nono giorno Giulia prese una decisione. Non era una vendetta. Era solo il momento di smettere di pagare per qualcosa che non era più suo.
Convocò un notaio. Fece intestare la casa solo a lei, con una procedura d’urgenza che le costò milleduecento euro. Poi chiamò un fabbro di Bergamo, uno che faceva interventi rapidi. Cambiò il cilindro della porta in quaranta minuti. Tenne due chiavi nuove. Nessuna per Massimo.
Il decimo giorno Massimo chiamò. Numero italiano, anzi, bergamasco. Stava tornando dall’aeroporto di Malpensa. Non chiese scusa. Chiese:
— Hai cambiato la serratura?
— Sì.
— Adesso apri quella porta e ne parliamo.
— La porta resta chiusa.
— Giulia, tu devi darmi la roba di Chiara.
— Quale roba? Quella che avevi nascosto nel mio zaino? L’ho buttata nel cesso dell’aeroporto.
Silenzio. Giulia sentì il respiro di lui dall’altra parte, greve, rotto. Per un attimo le parve di essere di nuovo in quel bagno al neon.
— Mi hai rovinato — disse Massimo.
— Tu hai scelto. Non io.
Lui provò a dire qualcos’altro, ma Giulia riattaccò e spense il telefono. Poi staccò anche il campanello, per precauzione e per stanchezza.
Il pomeriggio del giorno dopo Massimo suonò alla porta. Lei lo vide dal citofono: stava sotto la pioggia, con la borsa di pelle che le aveva regalato per il loro sesto anniversario. Sembrava più vecchio di dieci anni. Le parlò attraverso il vetro, ma lei non aprì.
— Sei sicura? — gridò.
Giulia alzò la busta del notaio e la mostrò dietro il vetro, senza una parola. Poi infilò la sua copia delle chiavi nella serratura, la girò due volte e abbassò la tapparella del soggiorno.
L’ultima immagine che ebbe di Massimo fu la sua mano che si appoggiava al campanello muto.
Quella sera cenò da sola, con un piatto di pasta al pomodoro e il giornale aperto sulla pagina dell’economia. Non accese la televisione. Prese le arance della signora Luisa, ne tagliò una a fette e si sedette sul balcone, con lo scontrino della cancelleria di Brescia tra le dita. Il tramonto era rosso sulla città bassa. Lei contò i tetti, uno a uno, finché non fu buio. Poi, con il telefono ancora spento, andò a dormire. Per la prima volta in dieci anni, senza chiedersi dov’era lui.
