IT
La bugia sepolta tra gli ulivi
La mattina del funerale avevamo seppellito papà tra gli ulivi; il rinfresco in villa si era appena concluso, e la macchinetta del caffè era ancora piena di fondi. Io avevo il foulard nero tra i capelli e le unghie sporche di terra, perché poche ore prima avevo piantato l’ultima rosa sulla sua tomba. Fu in quel momento che la mia ex suocera Elisa varcò la soglia.
Entrò nel soggiorno, guardò il pavimento in cotto come se fosse già suo e mi puntò contro l’indice smaltato.
«Allora, Chiara, fai i bagagli. Mio figlio Fabio ha un accordo chiaro con te: appena il notaio leggerà il testamento, la villa di campagna passerà a noi. È ora che te ne vada.»
Fabio, il mio ex marito, le stava dietro. Aveva quel sorrisetto tirato che conoscevo bene, quello del coniglio in trappola. L’uomo che per sette anni aveva dormito nel mio letto ora teneva lo sguardo fisso sulla vetrinetta dei cristalli di papà, come se stesse già valutando il prezzo dei calici.
Io rimasi in piedi, con le mani ancora sporche di terra.
«Ancora non abbiamo aperto il testamento, Elisa. Come fai a sapere cosa dice?»
Lei si bloccò per un battito di ciglia. Si voltò verso Fabio con una specie di ghigno.
«Be’, tuo padre me lo aveva accennato. Lui voleva fare la cosa giusta.»
La cosa giusta.
L’uomo che mi aveva cresciuto da solo, con le sue mani piene di calli e il grembiule da falegname sempre addosso, l’avrebbe mai detto così? Mio padre, signor Arturo, costruiva cassettiere in noce nella sua falegnameria a Montepulciano da quarant’anni. Ogni vite la svitava e la riavvitava se non entrava perfetta. Non era il tipo da «accennare» niente, specialmente non a una donna che chiamava «la veneta» anche dopo dieci anni.
«Andate via», dissi piano. «Il testamento si legge domani mattina nello studio del notaio.»
Elisa rise. «Sì, sì. Domani. E lunedì io chiamo l’impresa di traslochi.»
Se ne andarono giù per il vialetto di cipressi, e io rimasi sola con il profumo dei cedri e il ritratto di papà che mi sorrideva dalla credenza.
Il sole stava calando dietro la Val d’Orcia quando mi sedetti sulla panca di ferro battuto, quella sotto la pergola. Presi il telefono. Chiamai l’unica persona a cui potevo chiedere aiuto — l’avvocatessa di famiglia, la signora Ferrari, una donna di legge di Lucca che papà considerava più saggia di un giudice.
La signora Ferrari arrivò in meno di mezz’ora con la sua utilitaria grigia. Entrò in casa, posò la borsa di cuoio sul tavolo di castagno e ascoltò. Ogni singola frase, ogni gesto, ogni parola che mi aveva vomitato addosso Elisa in giardino.
Quando finii il mio racconto, lei si tolse gli occhiali e mi fissò.
«Chiara… c’è una cosa che mi disturba.»
Respirai.
«Elisa parlava del testamento come se lo avesse già letto. Come se sapesse già tutto.»
La guardai.
«È questo che ho pensato anch’io.»
Il giorno dopo, lo studio del notaio Bartoli, a Siena, era immerso in una luce lattiginosa che filtrava dalle persiane. Seduti su sedie di velluto rosso, eravamo in cinque: io, mio fratello minore Matteo — che negli ultimi mesi non si era fatto quasi vedere — continuava a grattarsi il polsino senza guardarmi negli occhi, Elisa con un tailleur blu elettrico che strideva con il lutto, Fabio con le dita tamburellanti sul bracciolo, e la signora Ferrari, immobile come un gatto.
Il notaio aprì la cartella azzurra. Si schiarì la voce.
Dopo i primi minuti, Elisa iniziò a sorridere. Poi il notaio lesse la riga successiva, e quel sorriso si spense di colpo.
«Secondo le ultime volontà del signor Arturo, la villa colonica con terreno annesso resta in proprietà esclusiva della figlia Chiara», scandì il notaio senza alzare il tono. «I restanti beni mobili e le disponibilità liquide vengono divisi in parti uguali tra i figli Chiara e Matteo.»
Fabio balzò in piedi.
«Non ci credo! Non è possibile. C’è un errore!»
«Ho finito?» chiese il notaio, con calma.
Elisa quasi lo interruppe. «Protesto! Deve esserci un altro testamento! Quella lì ha manomesso tutto per tenerci fuori!»
La signora Ferrari si alzò. Non disse una parola. Aprì la borsa e spinse una busta sigillata verso il notaio.
«Questo documento mi è stato consegnato dal signor Arturo otto settimane prima del decesso. Mi chiese di custodirlo e di presentarlo soltanto nel caso in cui qualcuno contestasse le sue volontà.»
Il notaio strappò il sigillo e cominciò a leggere. La voce di papà riempì la stanza attraverso quelle sue parole.
«Se qualcuno oggi sta contestando la mia scelta, significa che non mi sbagliavo. Mio genero Fabio ha smesso di appartenere a questa famiglia nel momento in cui ha deciso di tradirla. Ho saputo dei debiti che ha contratto e dei tentativi di coinvolgere anche mio figlio Matteo. Per questo la casa dove ho messo una vita intera di lavoro resta a Chiara, l’unica che mi è rimasta accanto fino all’ultimo giorno. So che la farà vivere.»
Guardai Fabio in quel momento. Aveva il volto bianco. Le vene sul collo pulsavano, ma non emetteva un fiato.
In quel preciso istante, Matteo scoppiò a piangere.
«Io… Chiara, mi dispiace. Mi avevano detto che papà voleva dividere tutto in parti uguali. Mi hanno detto che eri tu a nascondere il testamento!»
Mi voltai verso mio fratello.
«Avevo debiti», balbettò. «Elisa e Fabio mi avevano promesso ottantamila euro. In contanti. In cambio del mio appoggio.»
Ottantamila euro.
Sentii un dolore più acuto per il tradimento di lui che per l’arroganza di Elisa.
«Papà non avrebbe mai venduto la famiglia per denaro», risposi.
In quel momento, in fondo alla sala, Elisa si girò verso Fabio con uno scatto del collo.
«Tu… tu mi avevi assicurato che era tutto a posto. Che il testamento era dalla nostra parte già prima che morisse!»
Fabio balbettava. «Era cambiato tutto. Io non potevo sapere che—»
Elisa si sfilò dal collo una catenina d’oro con un piccolo crocifisso. Gliela scagliò sul petto, come se buttasse via uno straccio.
«Adesso non mi servi più», disse. «Né tu né le tue promesse. Arrangiati.»
Prese la borsa, si aggiustò il colletto e uscì dalla stanza senza voltarsi. Il tacco delle sue décolleté ticchettava nel corridoio come una sentenza.
Fabio rimase seduto. Con la bocca semiaperta. Sullo scalone di pietra del palazzo del notaio, dieci minuti dopo, era ancora lì, da solo. Per la prima volta dopo tanti anni, non aveva più nessuno accanto.
Nessuno da tradire. Nessuno da usare.
La luce del mattino era già forte quando tornai alla villa. Parcheggiai la Ritmo di papà sotto il glicine e rimasi un attimo ferma, con le mani sul volante.
Il giardino era silenzioso, pieno di cicale.
Andai nell’orto sul retro, quello con le piante di pomodoro che papà aveva potato a giugno, prima di ammalarsi. Presi le cesoie. Tagliai un rametto di lavanda, con attenzione. Poi salii in casa, posai il rametto accanto alla sua fotografia sulla credenza — quella in cui sorrideva con in mano una pialla nuova.
Poi mi sedetti al tavolo di castagno, e per la prima volta in mesi ascoltai soltanto il ronzio delle cicale che entrava dalla finestra aperta. Le mani mi sapevano di terra e di lavanda.
