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Il tortellino di Nonna Elsa
Il pampepato di Nonna Elsa
Per ventotto anni ho preparato il cenone della Vigilia per sedici persone, finché a giugno ho detto basta — e ho scoperto cosa pensava davvero mia famiglia di me.
Mi chiamo Elsa, ho sessantotto anni e abito a Ferrara, in una casa con il cortile che d'inverno profuma di legna bagnata perché il vicino accende sempre il camino troppo presto. Da quando i miei figli erano piccoli, la Vigilia si fa da me. All'inizio eravamo in sette. Poi sono arrivati i generi, le nuore, i nipoti, e ormai attorno al tavolo — quello allungato con la prolunga che teniamo in cantina tutto l'anno — ci sediamo in sedici.
Per quasi tre decenni questa cosa mi ha riempito di orgoglio. A novembre già pensavo al menù: i cappellacci di zucca fatti a mano, il cotechino con le lenticchie, il pampepato con le mandorle tostate che compro dal droghiere sotto casa, quello che mi tiene sempre da parte il sacchetto buono. Mio marito Renato dava una mano, ma l'organizzazione ricadeva sempre su di me. Sapevo chi non mangiava i frutti di mare, quale nipote voleva solo il prosciutto crudo tagliato sottile, chi preferiva il lambrusco secco, e quale cognato arrivava puntualmente con quarantacinque minuti di ritardo, ogni singolo anno.
Il 23 dicembre mi svegliavo alle sei, anche dopo aver preparato metà delle cose il giorno prima. A mezzogiorno ero già in piedi da ore tra i fornelli, e restava ancora da vestirmi, apparecchiare, recuperare le sedie dai vicini e controllare che non mancasse il ghiaccio. Non ho mai protestato granché. Parte della colpa era mia: quando qualcuno si offriva di aiutare, rispondevo che non serviva. Mi piaceva che tutto riuscisse alla perfezione, e se devo essere onesta, mi piaceva anche sentirmi dire che i miei cappellacci erano i migliori di Ferrara.
L'anno scorso sono arrivata alla Vigilia distrutta. Qualche giorno prima avevo proposto di comprare il pampepato in pasticceria, perché prepararlo in casa richiede tutto un pomeriggio. Mia figlia Federica aveva alzato gli occhi dal telefono per dire: "Mamma, ma quello è una tradizione." Mio figlio aveva aggiunto, senza staccarsi dalla partita che guardava, che ai bambini piaceva troppo per cambiarlo. Avevo provato a suggerire di sostituire il cotechino con qualcosa di più semplice, ed era successa la stessa cosa. "Ma noi facciamo sempre così." Ogni proposta si scontrava con la stessa frase: sempre fatto così.
La serata era andata bene, in apparenza. Tutti avevano mangiato, si erano scambiati gli auguri, avevano fatto le foto sotto l'albero ed erano andati via soddisfatti, portandosi dietro anche gli avanzi nei contenitori che tenevo pronti in un cassetto apposta per loro. Io e Renato avevamo finito di sistemare verso le due di notte. Mi ero seduta in cucina, con ancora i bicchieri nel lavello e gli avanzi da smaltire, mentre alla televisione lasciata accesa per compagnia scorrevano le repliche degli auguri del sindaco. Avevo le caviglie gonfie sopra le pantofole e le mani screpolate dall'acqua dei piatti. Ho pensato che avevo vissuto quella Vigilia in un modo completamente diverso da tutti gli altri, seduti allo stesso tavolo.
A giugno, durante un pranzo con i figli in giardino, mentre giravo il caffè nella moka, ho detto con calma che quell'anno il cenone non si sarebbe fatto da me.
Federica ha riso, pensando scherzassi, e ha continuato a sbucciare una pesca. "Dai, mamma, seria."
"Sono seria."
Mio figlio ha posato la forchetta. "Come no? State andando in vacanza?"
"No. Voglio solo che troviamo un'altra soluzione. Possiamo andare da uno di voi, prenotare un ristorante, o dividerci davvero l'organizzazione."
Federica si è pulita le mani sul tovagliolo, lentamente, come se cercasse tempo. "Ma casa nostra è troppo piccola per sedici persone."
"E per i bambini è più comodo qui," ha aggiunto mio figlio. "Sono abituati. Cambiare dopo tutti questi anni sarebbe un peccato."
"Il Natale dalla mamma è uno dei miei ricordi più belli," ha detto Federica, e nella sua voce c'era una specie di supplica, come se stessi togliendole qualcosa di suo.
Ho posato la moka sul tavolo, più forte di quanto volessi. Il rumore ha zittito tutti per un secondo.
"E i miei ricordi di quelle Vigilie, quali sono?"
Nessuno ha risposto. Si sentiva solo il ventilatore da tavolo che girava sul buffet e, in lontananza, il vicino che tagliava la legna. Federica ha guardato il piatto. Mio figlio ha guardato me, poi il tavolo, poi di nuovo me.
"Molte volte mi è davvero piaciuto," ho detto. "Ma ricordo anche le cene in cui mi alzavo da tavola una decina di volte, le foto di gruppo in cui non ci sono perché ero rimasta indietro in cucina, e le mattine del 25 in cui mi facevano male le gambe dal tanto stare in piedi."
Renato, che fino a quel momento non aveva detto niente, ha posato la mano sul tavolo, vicino alla mia. "È vero," ha detto ai ragazzi. "Per anni non ho visto quanto lavoro ci fosse dietro. Davo per scontato che vostra madre sapesse organizzare tutto da sola, e non mi sono mai chiesto cosa le costasse."
Federica ha aperto la bocca per ribattere, poi l'ha richiusa. Ha guardato la pesca che aveva in mano, ancora a metà sbucciata, e per un momento è rimasta così, senza toccarla.
"Va bene," ha detto piano. "Cosa vuoi fare."
Abbiamo passato il resto del pranzo a costruire un accordo diverso, punto per punto, come si fa una lista della spesa. Quest'anno la Vigilia si farà ancora da noi, ma non come prima. Mio figlio porterà gli antipasti, Federica e suo marito prepareranno il primo, noi metteremo la casa, e un'altra coppia della famiglia penserà al dolce. Niente più venti portate diverse, niente più obbligo di rispettare ogni singola usanza solo perché esiste dal 1997.
La settimana scorsa mi ha chiamata Federica. Sentivo di sottofondo il rumore della sua cucina, un cassetto che si apriva e chiudeva, forse cercava lo stampo giusto.
"Mamma, quanto ci vuole davvero per il pampepato? Non le mandorle, dico proprio dall'inizio."
Gliel'ho spiegato: l'impasto la sera prima, il riposo, la cottura lenta, le mandorle tostate mescolate ancora tiepide. Dall'altra parte è calato un silenzio lungo, diverso da quello del giardino a giugno. Sentivo solo il rubinetto che scorreva, poi si è chiuso.
"Mamma," ha detto infine, "non capisco come facevi tutto questo, oltre al resto."
Non ho risposto subito. Ho lasciato che il silenzio durasse ancora un momento, tra noi due, al telefono, ognuna nella propria cucina.
