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Un padre e la sua badante
Sono il padre di Aurora, e quella sera a Verona ho fatto la cosa più naturale del mondo: ho bussato alla porta di mia figlia con una borsa in mano e la pioggia sul collo del giubbotto.
Mi chiamo Renzo Baldassin, cinquantatré anni, e faccio l'agente di commercio da quando l'officina di famiglia è fallita — undici anni fa, se proprio si vuole essere precisi. Aurora aveva undici anni allora, e da lì in poi la mia vita è stata un susseguirsi di stanze in affitto, camion presi in prestito, un paio di società aperte e chiuse in fretta. Non l'ho mai vista come una fuga. Io la chiamo "cercare la strada giusta". Mia moglie — ex moglie, Ornella — la chiamava in un altro modo, con parole che non ripeto qui.
Quella sera pioveva che Dio la mandava, e in tasca avevo trentaquattro euro. Ero stato buttato fuori dalla stanza che affittavo a Borgo Roma perché non pagavo da due mesi. Ho pensato ad Aurora. Ha diciannove anni, studia Economia alla Bocconi — no, aspetta, all'Università di Verona, in Economia Aziendale — e da un mese vive da sola in un bilocale in via San Zeno in Monte, comprato da sua madre. Un regalo enorme, lo ammetto. Ottantacinquemila euro, mi ha detto poi qualcuno, cash quasi tutto.
Sono arrivato lì con Jolanda. Jolanda è la donna con cui sto da otto mesi — l'ho conosciuta al bar sotto casa, lei faceva le pulizie in un salone di parrucchiere in centro, aveva appena lasciato un marito che beveva. Ci siamo trovati, due naufraghi, e onestamente con lei mi sento più leggero che con chiunque negli ultimi vent'anni. Quando le ho detto che dovevamo trovare un posto dove dormire, lei ha detto solo: "Tua figlia ha una casa nuova, no?"
Non l'ho vista come un'imposizione. L'ho vista come logica. Aurora è mia. Quella casa, in fondo, esiste perché io sono suo padre — anche se materialmente non ho versato un euro. Gliel'ho detto chiaro quella sera, con la pioggia che continuava a battere sul vetro della finestra della cucina: "Io come padre ho il diritto di stare qui." E lo penso ancora, in un angolo della mia testa che forse non è quello giusto, ma è mio.
Aurora ha esitato solo un attimo prima di darmi le chiavi. L'ho vista nei suoi occhi, quella sera: non era convinta, ma non riusciva a dire di no. È fatta così, mia figlia — ha il cuore tenero di sua madre e la mia incapacità di reggere un conflitto. Le ho detto che era solo per una notte. Poi la mattina dopo Jolanda ha cominciato a spostare le sue creme in bagno, io ho acceso il fornello per farmi una cotoletta, e in qualche modo un giorno è diventato tre, poi una settimana.
Il profumo di cipolla bruciata nella padella nuova — un regalo di Lucia, la madre di Aurora, comprato apposta, mi ha detto poi con quella faccia da manager che ha sempre avuto — quello lo ricordo bene. L'ho fatta annerire senza nemmeno pensarci. In fondo una padella è una padella.
Lucia. Ci siamo lasciati che Aurora aveva undici anni, e in questi anni lei è diventata una specie di macchina: dirige tre filiali di un'azienda di distribuzione alimentare tra Verona e Vicenza, guida una Audi che io non potrei permettermi nemmeno a rate, e — questo lo capisco solo adesso, scrivendolo — non ha mai smesso di pagare per me, in un modo o nell'altro, anche odiandomi.
Il giorno che è arrivata a casa di Aurora, io ero in cucina in tuta e ciabatte, con una polpetta in mano. Ero pettinato male, ingrassato, ma tranquillo — dentro di me pensavo davvero che le donne, dopo un po' di scenate, si stancano e lasciano correre. È una convinzione stupida, lo so adesso. Ma quella mattina ci credevo ancora.
"Lucia, non fare la bambina. Non caccerai tuo padre in strada." Gliel'ho detto appoggiato allo stipite della porta, cercando un tono da uomo ragionevole. Lei non ha alzato la voce. Non l'ha mai fatto, nemmeno una volta, in tutta la sua vita con me — ed è proprio quella calma che mi ha sempre fatto più paura di qualunque urlo.
"Su quali gambe," ha detto, "se in otto anni non ci sei ancora riuscito a stare?"
Jolanda è uscita dalla camera in vestaglia, con la spugnetta per i piatti ancora in mano, e ha chiesto tutta contenta chi fosse questa signora. Le ho detto di tornare dentro. Lei non ci ha ascoltato — è il suo carattere, si sente sempre coinvolta, anche quando non dovrebbe — e ha cominciato a spiegare a Lucia che avremmo pagato metà delle bollette, che le tende erano troppo scure per una ragazza giovane, che ci voleva un microonde nuovo e che Aurora poteva portare le bollette perché lei con le app del telefono non ci capisce niente.
Io, sinceramente, in quel momento pensavo che stesse solo cercando di sistemare le cose. Jolanda ha un modo tutto suo di prendere possesso degli spazi — mette le sue creme ovunque, sposta i mobili, dà consigli non richiesti — ma io lo leggo come il bisogno di una persona che non ha mai avuto una casa vera. Non ci vedo malizia. Ci vedo solo una donna stanca di vivere in stanze prese in affitto.
Poi è arrivato Nicola. Il factotum di Lucia — un metro e novanta, ex meccanico, ora fa l'autista e risolve "questioni" quando le parole non bastano più. È entrato senza dire niente, si è pulito le scarpe sullo zerbino con una cura quasi ridicola, e mi ha guardato dall'alto in basso come si guarda un pacco lasciato davanti alla porta sbagliata.
Ho sentito tutta la mia sicurezza sgonfiarsi in un secondo. Ho detto qualcosa tipo "va bene, va bene, ce ne andiamo da soli, non serve toccare niente" — e mi sono sentito piccolo, piccolissimo, mentre infilavo le scarpe sui piedi nudi e Jolanda buttava le sue cose nella borsa da palestra, tra un vasetto di crema e l'altro.
Quindici minuti. Ce li ha concessi Nicola, in piedi contro il muro, senza mai muoversi, mentre io imprecavo sottovoce contro la vita, contro Lucia, contro tutto tranne che contro me stesso.
L'ultima cosa che ho detto ad Aurora, prima di scendere con quella borsa piena di prodotti presi dal suo frigo — un tocco che oggi mi vergogno ad ammettere — è stata: "Dille a tua madre che suo padre… che tuo padre si è offeso." Ho preso l'ascensore con Jolanda, in silenzio, e fuori pioveva ancora, e in fondo alla strada un cane del vicinato abbaiava a un tombino aperto, come se anche lui trovasse tutto quello ridicolo.
Quello che non sapevo, quella sera, è che Lucia il giorno dopo avrebbe fatto cambiare la serratura. Nicola stesso, con un cacciavite e un cilindro nuovo comprato lungo la strada, ha smontato il vecchio meccanismo e ne ha messo uno nuovo mentre Aurora era ancora all'università. Le chiavi vecchie, quelle che avevo tirato via con rabbia, sono finite dritte nel bidone dell'immondizia del pianerottolo.
Ho saputo dopo — da mia figlia, per telefono, con una voce che non le avevo mai sentito, ferma come quella di sua madre — che Lucia aveva anche disdetto l'utenza del gas intestata provvisoriamente a me (l'avevo attivata senza dirle niente, pensando che nessuno se ne sarebbe accorto) e aveva fatto stampare un nuovo contratto di comodato d'uso solo a nome di Aurora, depositato dal notaio, con una clausola che vietava espressamente la cessione a terzi dell'abitazione anche temporanea. Ottantacinquemila euro di appartamento, e io non ci sarei più rientrato nemmeno con la buona volontà del mondo.
Con Jolanda siamo finiti in un residence vicino alla stazione di Porta Nuova, sedici euro a notte, per due settimane, finché i soldi non sono finiti. Lei ha trovato lavoro in una lavanderia a gettoni. Io ho ripreso a girare con il furgone di un cugino, vendendo detersivi porta a porta come vent'anni fa.
Aurora mi chiama ogni tanto, la domenica sera. Non parliamo mai di quella storia. L'ultima volta mi ha detto solo che ha preso un gatto tigrato, che le sta rovinando la carta da parati nuova in camera, e che sua madre le ha detto una frase che io continuo a rigirarmi in testa da settimane: "Anche se hanno il tuo naso e il tuo cognome, non è detto che debbano entrare in casa tua."
Jolanda, quella frase, non l'ha mai voluta sentire. È rimasta con me altri due mesi dopo quella sera, poi se n'è andata anche lei — proprio quando ha capito che non c'era nessun appartamento gratis all'orizzonte, nessuna casa elegante da sistemare a spese di qualcun altro. Ha lasciato solo un asciugamano rosa acceso appeso al gancio del bagno del residence, e io l'ho buttato via senza nemmeno guardarlo bene.
