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Il caffè con le paste di Rosa

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Ho quarantatré anni e faccio l'avvocata tributarista a Bologna, uno studio in via Farini con troppe pratiche e troppo poco tempo. Tre settimane fa è successa una cosa piccola, senza un vero perché — nessun dramma, nessuna telefonata all'alba — eppure mi ha fermata in un modo che il lavoro non era mai riuscito a fare.

Ero in zona per una perizia da un cliente e mi sono fermata dai miei genitori senza avvisare, giusto per salutarli cinque minuti. Ho suonato al citofono del palazzo di via Saragozza, sono salita, e quando mia madre Rosa mi ha aperto la porta ha fatto un salto indietro come se fossi arrivata dall'Australia.

«Ma guarda chi si vede! Se lo sapevo prima mi cambiavo la camicetta.»

E via, con le mani tra i capelli, tirandosi giù la maglia, come se dovesse presentarsi elegante davanti a sua figlia. Dietro di lei, dal salotto, è arrivato mio padre Ennio. Camminava più piano di come me lo ricordavo — un passo, una pausa, un altro passo — ma il sorriso era rimasto identico a sempre, quello che ti toglie di dosso la giornata storta. Un sorriso che però, quella volta, mi diceva anche qualcos'altro: che la mia visita non era solo una gioia improvvisa, era qualcosa di cui, in fondo, avevano bisogno.

Ci siamo seduti in cucina. Il televisore acceso in sottofondo su un quiz del pomeriggio, il gatto del vicino che miagolava dal cortile interno perché voleva salire sul davanzale, e quell'odore di ragù che mia madre tiene sempre sul fuoco anche quando non serve a nessuno. Abbiamo parlato dei pomodori del balcone che non ne vogliono sapere di maturare, dei nuovi inquilini al terzo piano che fanno rumore col trapano la domenica mattina, della ricetta della torta di mele che mia madre "perde" ogni settimana nello stesso cassetto della credenza.

Poi il tempo si è fermato per un attimo.

Mio padre si è alzato per prendersi un bicchiere d'acqua dal frigo. A metà strada la mano gli è scivolata sul bordo del tavolo, e lì è rimasta — non un appoggio distratto, ma una presa vera, le nocche bianche contro il legno, come se dovesse tenersi ancorato a qualcosa prima di fare il passo successivo. Il bicchiere, ancora vuoto, tremava leggermente nell'altra mano.

Ho guardato mia madre. Lei non ha guardato lui. Ha guardato me, e per un secondo — solo un secondo, prima che il viso le si ricomponesse in un sorriso — ho visto qualcosa che non le avevo mai visto addosso: la faccia di chi conta i respiri di un altro senza volerlo far sapere. Poi si è alzata di scatto, ha preso lei il bicchiere dalle mani di mio padre, l'ha riempito al posto suo, gliel'ha porto come se fosse il gesto più normale del mondo.

«Siediti, che te lo porto io» ha detto, la voce un filo troppo allegra. «Tanto stavo per alzarmi comunque.»

Non stava per alzarsi comunque. Non si era mossa dalla sedia per tutta la cena.

Mio padre si è seduto senza fiatare, ha bevuto due sorsi, ha ripreso a raccontare dei nuovi inquilini col trapano come se nulla fosse successo. Ma sul tavolo, dove la sua mano si era appoggiata, era rimasto un piccolo segno di umidità dal palmo sudato — l'unica prova che qualcosa, per un istante, gli era costato fatica.

Dopo cena mio padre mi ha accompagnata alla porta. Mi ha messo una mano sulla spalla — quella mano che anni fa era un muro solido, un rifugio — e adesso la sentivo leggera, quasi come se la forza stessa si fosse messa al rallentatore.

«Non dimenticarti di noi, vieni più spesso» mi ha detto piano. «Per noi ormai i giorni volano.»

Sono scesa in strada, sono salita in macchina e sono rimasta ferma sul sedile senza accendere il motore, con le chiavi in mano e gli occhi fissi sul portone illuminato dal lampione, e su quella finestra della cucina dove sapevo che mia madre stava già lavando i piatti da sola, con la luce accesa un po' più a lungo del necessario.

Il martedì dopo ho aperto l'agenda del cellulare e ho bloccato ogni martedì e ogni sabato pomeriggio come "Rosa ed Ennio" — un appuntamento fisso, con tanto di promemoria alle undici del mattino. Ho smesso di farmi invitare "per un caffè veloce" e ho cominciato a portare io le paste dalla pasticceria Atti in via Drapperie, quelle alla crema che piacciono a mio padre, e mi siedo mezz'ora buona senza guardare l'orologio, anche quando ho un'udienza il giorno dopo.

Sabato scorso, prima di andarmene, mia madre mi ha messo in mano il quaderno con la ricetta della torta di mele, quella che "perde" sempre — gliel'ho chiesto io, per scriverla su un foglio nuovo e tenerla nella mia cucina, così non si perde più davvero. L'ho infilata nella borsa insieme ai documenti dello studio, tra una pratica e l'altra. Ogni tanto, aspettando che un cliente finisca di parlare al telefono, la tiro fuori e guardo le macchie di farina sul foglio, la calligrafia un po' storta di mia madre nell'angolo in alto, la data scritta a matita che ormai si sta cancellando.

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