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Miracolo a Villa Serlupi
Il salone di Villa Serlupi, fuori Frascati, brillava di migliaia di lucine bianche. Tavoli apparecchiati con tovaglie color champagne, un cartello dorato con la scritta "Diciotto anni, Beatrice" sopra la pista da ballo, e al centro di tutto lei: Beatrice Conforti, in carrozzina, vestito di tulle color cipria e una tiara che le scivolava leggermente sulla fronte per quanto rideva.
Era la festa che suo padre, Renzo Conforti, aveva organizzato per mesi. Costruttore edile, uomo abituato a controllare ogni dettaglio dei suoi cantieri come controllava ogni dettaglio di quella serata: duecentoventi invitati, un'orchestra da sette elementi, un conto che si avvicinava ai ventimila euro. Tutto doveva essere perfetto, perché per Beatrice niente era mai stato facile da quando, a dodici anni, un incidente in bicicletta sulla provinciale per Grottaferrata le aveva spezzato la colonna vertebrale.
Fu proprio mentre il DJ annunciava il primo valzer padre-figlia che le porte del salone si aprirono con un cigolio che nessuno aveva previsto nella scaletta della serata.
Entrò un ragazzo sui vent'anni, scalzo, i jeans strappati non per moda ma per uso, una felpa grigia sporca di terra secca. Teneva in mano un sacchetto nero dell'immondizia, annodato in cima, come se fosse l'unica cosa che possedeva al mondo. Camminò dritto fino al centro della pista, senza guardare nessuno degli invitati, con gli occhi fissi solo su Beatrice.
— Posso dirle una cosa? — chiese, e la sua voce, bassa e incerta, arrivò comunque fino all'ultimo tavolo, perché in sala era già sceso un silenzio innaturale.
Renzo fu il primo a muoversi. Scattò davanti alla figlia come uno scudo, il viso paonazzo sopra il papillon nero.
— Ma chi ti ha fatto entrare? Fuori, subito! Guardie! Qualcuno chiami la sicurezza! — Il suo urlo rimbalzò contro le pareti decorate di fiori, mentre due uomini in giacca scura già si muovevano dal fondo della sala.
Beatrice alzò la mano guantata, ferma, e tutti — compreso suo padre — si bloccarono a metà passo.
— Papà, aspetta. — Lo disse piano, ma con un tono che Renzo non le aveva mai sentito usare. — Voglio sapere cosa vuole.
Il ragazzo non si era mosso un centimetro. Posò il sacchetto nero per terra, ai piedi della pista, come si posa qualcosa di prezioso, e si avvicinò alla carrozzina.
— Mi chiamo Dario Russo. Mio padre si chiamava Salvatore. Lavorava nel suo cantiere di via delle Terme, signor Conforti. — Si girò verso Renzo, poi di nuovo verso Beatrice. — È morto tre mesi fa, caduto da un'impalcatura senza arnese di sicurezza. Nessuno ci ha mai pagato l'ultimo mese e mezzo del suo lavoro, né il resto che gli era dovuto. Io e mia madre siamo stati sfrattati a settembre. Dormo da un amico, in un garage, da quattro settimane.
Un bisbiglio corse tra i tavoli. Qualcuno rise, nervoso, subito zittito da uno sguardo del vicino. Renzo fece un passo avanti, la bocca già aperta per interromperlo, ma Beatrice gli strinse il polso.
— E sei venuto qui, stasera, per questo? — chiese Beatrice.
Dario si chinò e aprì il sacchetto nero davanti a tutti. Dentro c'erano un paio di scarpe antinfortunistiche con la punta consumata, un casco da cantiere con un adesivo scolorito dell'impresa Conforti, e una busta spiegazzata, piena di fogli con intestazioni dell'INPS.
— Queste erano di mio padre. Gliele aveva prestate un collega, perché le sue si erano rotte e non si poteva permettere un paio nuovo. Volevo restituirle a qualcuno di questa famiglia prima di buttare via tutto il resto. — Si fermò, strinse le mani vuote. — E volevo che lei sapesse per che cosa suo padre ha pagato questa festa.
Il silenzio nel salone cambiò peso. Renzo restò immobile, la mano che si era alzata a mezz'aria, come se cercasse ancora qualcosa da cui ripararsi. Si ricordava quel nome. Salvatore Russo, operaio, caduto a luglio: la causa archiviata dal geometra del cantiere come "incidente senza responsabilità aziendale provata", un foglio che lui stesso aveva firmato senza leggerlo fino in fondo, tra una telefonata e l'altra per organizzare l'orchestra.
Beatrice guardò le scarpe sul pavimento, poi suo padre.
— Papà. È vero quello che dice?
Renzo non rispose subito. Si tolse il papillon, come se gli stesse stringendo troppo, e lo tenne in mano, stropicciandolo tra le dita. Fece un cenno al suo direttore di cantiere, fermo vicino all'ingresso con lo smartphone già pronto per chiamare la sicurezza.
— Aldo, lascialo stare. — La voce di Renzo era diversa adesso, svuotata. — Portami i registri paghe di via delle Terme. Stasera, non domani.
— Papà. — Beatrice si sporse in avanti sulla carrozzina, le nocche bianche sui braccioli. — Guardami mentre rispondi.
Renzo si voltò verso la figlia. Per un istante non disse niente: guardò la tiara storta, il tulle color cipria, le ruote della carrozzina ferme sul parquet lucidato apposta per quella sera.
— Sì — disse infine. — È vero. Lo sapevo e ho firmato la carta che chiudeva la pratica senza controllare bene. Mi dispiace, Bea. Non so come altro dirtelo davanti a tutti, ma mi dispiace.
Beatrice tese la mano verso Dario, non per alzarsi — le gambe restavano ferme sotto il tulle, come da sei anni — ma per tenere ancora un momento quelle dita callose e fredde attorno alle sue.
— Resta al mio tavolo — disse. — Almeno stasera.
Due settimane dopo, nello studio di un notaio di Frosinone, Renzo Conforti firmò un accordo con la vedova Russo: tre mensilità arretrate a saldo del lavoro svolto, il TFR mai liquidato, e un indennizzo per l'infortunio mortale calcolato dall'avvocato della famiglia sulla base dei minimi contrattuali del settore edile, in cambio della rinuncia a procedere con una causa civile. In più, un contratto di apprendistato come geometra per Dario, stipendio regolare, contratto a tempo indeterminato, niente lavoro in nero: non come risarcimento, disse Renzo, ma perché aveva visto i voti di geometria industriale di Dario sul registro della scuola serale, e un ingegnere del suo ufficio tecnico aveva bisogno di un apprendista serio.
Beatrice continuò la fisioterapia tre volte a settimana al centro di Grottaferrata, come aveva sempre fatto. Nessun miracolo le restituì le gambe quella notte, né quella dopo.
Renzo restò solo, molto più tardi, quando gli ultimi invitati se n'erano andati e i camerieri impilavano le sedie contro le pareti. Sul tavolo dei regali, tra i fiocchi rosa e i nastri dorati ancora intatti, c'erano le scarpe antinfortunistiche di Salvatore Russo, con il casco appoggiato sopra. Renzo le prese in mano, una alla volta, e si sedette sulla sedia più vicina, ancora in giacca e papillon slacciato, a guardarle sotto le lucine bianche che nessuno aveva ancora spento.
