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Non appena la mia figura toccò il velluto cremisi del seggio, il re Vittorio non gridò per il tradimento

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Non appena la mia figura toccò il velluto cremisi del seggio, il re Vittorio non gridò per il tradimento. Al contrario, rimase immobile, come una statua di pietra della cripta reale. Il calice d’oro che teneva in mano gli scivolò dalle dita, versando il liquido scuro sui gradini del baldacchino con un suono sordo.

Perché nell’istante esatto in cui le mie dita sfiorarono i braccioli intagliati, l’antico stemma reale inciso nel legno di noce cominciò a brillare, emanando una luce calda, dorata e pulsante che illuminò il mio viso stanco e i miei abiti grezzi.

«È un sacrilegio! Questa strega usa i trucchi della plebe!» strillò la duchessa Edoarda, ma la sua voce si perse nel vuoto. Nessuno la ascoltava più.

Il vecchio consigliere di corona, Ercole, l’unico ad aver servito il regno fin dai tempi della grande dinastia, cadde lentamente in ginocchio, con le mani giunte. «Maestà… la profezia del trono è reale. Solo il sangue legittimo può risvegliare l’oro del fondatore.»

La regina Margherita si alzò dal tavolo reale. Il suo respiro era affannoso mentre avanzava verso di me. Nel muovermi bruscamente per proteggermi dalle guardie, il laccio di cuoio della mia camicia si era allentato, rivelando un vecchio medaglione d’argento che mia madre mi aveva ordinato di non togliere mai, pena la sventura. Il re si avvicinò con passi esitanti, la mano protesa che tremava visibilmente. Afferrò il metallo consumato e lo girò: sul retro vi era inciso l’antico sigillo privato della Corona, lo stesso che era svanito la notte del rapimento della neonata.

«Margherita…» sussurrò il re, e la sua voce da comandante militare si sbriciolò in un pianto soffocato. «È il suo. È il ciondolo della nostra bambina.»

Il salone rimase sospeso in un’atmosfera irreale. Il vecchio Ercole parlò con le lacrime agli occhi, rivolgendosi ai nobili rimasti immobili: «Guardate i suoi lineamenti. Abbiamo cercato la salvezza del regno in ogni terra straniera, e l’avevamo qui, nascosta negli angoli più bui delle nostre cucine».

La regina non badò alle regole, all’etichetta o ai suoi gioielli pesanti. Si gettò in avanti, stringendomi in un abbraccio disperato e protettivo, ignorando l’odore di fuliggine della mia veste da lavoro. Il re ci strinse entrambe, baciandomi la fronte bagnata di sudore e lacrime.

«Sei a casa, Franca. Sei a casa», mormorò il sovrano.

Mi voltai leggermente, ancora tremante, oltre la spalla della regina. La duchessa Edoarda era rimasta sola al centro della pista. I cortigiani che pochi minuti prima ridevano alle sue battute si stavano allontanando da lei, lasciando uno spazio vuoto intorno alla sua figura, ora priva di qualsiasi autorità. Le stesse guardie che mi avevano trascinata con la forza si inchinarono profondamente davanti al trono, attendendo i comandi della principessa ritrovata.

Guardai le mie dita, ancora sporche del lavoro della giornata, e poi lo stemma che continuava a splendere sotto la mia mano. La sguattera dei sotterranei non esisteva più. Il trono aveva parlato, e il suo verdetto era la legge suprema del regno.”

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