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Il profumo del caffè

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Riccardo appoggiò la tazzina sul tavolo della cucina con un gesto lento, quasi cerimoniale, e mi guardò dritto negli occhi. «Anna, mi servono le chiavi della casa in campagna. Mia madre ha bisogno di staccare un po’. Ci va domani con la zia Franca, così arieggiano, danno una sistemata. Le farà bene.» Detto così, con quel tono da padrone del mondo, mentre allungava la mano aperta sul ripiano di marmo. Le chiavi della casa in pietra che mi aveva lasciato mio nonno a Montepulciano tintinnarono leggermente quando le appoggiai sul tavolo. Lui le intascò senza nemmeno un grazie.

«Voi due decidete tutto molto in fretta, vedo» dissi, inclinando appena la testa. «Arieggiare, certo. E poi?»

«E poi cosa? La casa è vuota, tanto vale che qualcuno la viva. Mamma ci tiene alla famiglia. Darà una pulita, metterà un po’ di ordine. Cose da donne, no?» Sorrise compiaciuto, come uno che ha già firmato il contratto senza leggere le clausole.

Non dissi nulla. Imparai a mie spese che discutere con chi ha già deciso di prendersi ciò che è tuo è come urlare contro il vento. Mi limitai a contare mentalmente i giorni che mancavano all’inevitabile resa dei conti.

Dieci giorni dopo mi servirono dei documenti del nonno che tenevo in un cassetto della vecchia scrivania lassù. Partii da Firenze senza avvisare nessuno, arrivai verso le quattro del pomeriggio, infilai la mia chiave nel cancello, entrai nel vialetto e mi fermai di colpo.

Il mio giardino, quello che il nonno curava con le rose antiche e la lavanda, adesso era occupato da sedie di plastica bianca e un gonfiabile per bambini appoggiato all’erba secca. Sulla terrazza in cotto, dove tenevo due sdraio in legno e un tavolino di ferro battuto, troneggiava adesso un forno a legna montato alla bell’e meglio, con una canna fumaria storta che sputava fumo nero. Entrai in casa e trovai il mio soggiorno dai muri bianchi invaso da coperte di pile con stampa leopardata, cuscini ricamati con fenicotteri rosa e una pila di riviste di gossip sul tavolo da pranzo. Le mie cose, i pochi oggetti del nonno, erano stati ammassati in un angolo della cantina.

Mia suocera, Loredana, uscì dalla cucina asciugandosi le mani su un canovaccio, dietro di lei una donna robusta con i capelli cotonati che non avevo mai visto. «Oh, Anna! Pensavo fossi in città. Noi ci facciamo due giorni in compagnia, ecco mia cugina Patrizia. Approfittiamo dell’aria buona. Ah, ho dato un’occhiata in giro: la terrazza ha delle infiltrazioni, bisognerebbe chiamare qualcuno. E quei muri bianchi mettono tristezza, una bella tinta color sabbia starebbe molto meglio.»

«Scusa, Loredana, da quand’è che casa mia è diventata una dépendance per le tue cugine?» chiesi, con un sorriso educato che mi costava più di un urlo.

«Ma siamo una famiglia!» sbottò lei, mettendosi le mani sui fianchi. «Casa tua, casa nostra. Tu non la usi mai, noi la facciamo vivere. Non dovresti nemmeno ringraziarmi?»

Annuii piano, raccolsi i documenti che mi servivano e me ne andai senza una parola di troppo. La preda doveva ingoiare l’esca fino in fondo, e io avevo bisogno di sapere fin dove si sarebbero spinti.

Non dovetti aspettare molto. La sera dopo, Riccardo rientrò con quell’aria sorniona che ormai conoscevo bene e attaccò discorso durante la cena. «Amore, dovresti darmi duemila euro in contanti. Ho già bloccato un’impresa per la terrazza. Mamma ha trovato dei ragazzi che fanno il lavoro a metà prezzo. È per la nostra casa, no? Partecipiamo entrambi alle spese.»

Appoggiai le posate con calma. «Chi ha deciso il lavoro?»

«Io, con mamma. Lei ci sa fare con questi artigiani di provincia. Mi ha detto che la terrazza perde, che dobbiamo intervenire subito.»

«Perfetto. Hai deciso tu, paghi tu. Il mio portafoglio non finanzia i tuoi giochi da geometra della domenica. Chiedi un finanziamento, caro.»

Riccardo sbuffò, borbottò qualcosa sul fatto che non capivo il valore della famiglia, che ero troppo attaccata ai soldi, che sua madre si stava facendo in quattro per noi. Ma i soldi non li vide.

La domenica dopo, pranzo di famiglia a casa di mia cognata. Loredana sedeva a capotavola con la schiena dritta come una regina, raccontando a tutti della «sua» casa in campagna, delle serate sulla terrazza, del panorama sulle colline. Mio cognato Massimo, dopo tre bicchieri di vino, sbatté la mano sul tavolo con entusiasmo. «Voi non sapete che donna d’affari è mia madre! Ho visto l’annuncio che ha messo su internet. Affitta la casa per i weekend, centocinquanta euro a notte, colazione inclusa. Mi ha detto che ha già prenotazioni fino a settembre. Ho mandato il link ai miei colleghi, due di loro vogliono prenotare. Mamma, alla famiglia fai lo sconto, vero?»

Silenzio.

Loredana gli tirò un calcio sotto il tavolo così forte che fece tremare le posate. Riccardo si strozzò con il vino.

«Che storia è questa, Loredana?» chiesi con la voce più dolce che potevo modulare. «Centocinquanta euro a notte? E io che pensavo stessi solo arieggiando.»

«Massimo è ubriaco, non sa quello che dice!» urlò lei, rossa come un peperone. «Non gli credere, è una bugia!»

Non feci una scena. Mi alzai, la ringraziai per il pranzo e me ne tornai a casa con una calma che neanche io sapevo di avere. Quella sera non dissi niente a Riccardo. Andai a dormire con un sorriso leggero sulle labbra.

Il venerdì mattina presto, mentre lui era al lavoro, chiamai un fabbro di fiducia. Alle dieci e mezza il cancello e la porta d’ingresso avevano due belle serrature nuove di zecca, con cilindro anti-scasso e chiavi codificate. Pagai in contanti, presi le nuove chiavi e partii per Montepulciano.

Alle tre del pomeriggio ero seduta su una sedia pieghevole appena fuori dal cancello, avvolta in un giaccone leggero, con un thermos di caffè in mano e un libro che non leggevo. Alle tre e mezza precise sentii il rumore di due macchine che risalivano la strada sterrata. La prima era la vecchia Panda di mia suocera, carica di borse. La seconda era un SUV con a bordo quattro sconosciuti, due coppie sulla quarantina con borse frigo e casse di birra.

Loredana scese dalla Panda con l’aria della padrona di casa che accoglie i villeggianti, infilò la sua chiave nella serratura nuova e rimase immobile. Forzò, scosse il lucchetto, imprecò sottovoce. Poi mi vide.

«Anna! Tu che ci fai qui?» La sua voce era un impasto di sorpresa e terrore.

«Buon pomeriggio, Loredana» risposi alzandomi con calma. Poi guardai il gruppo di sconosciuti e alzai la voce: «Benvenuti, siete qui per il weekend, immagino. Purtroppo c’è stato un piccolo inconveniente.»

Le due coppie si guardarono perplesse. «Quale inconveniente? Noi abbiamo prenotato, abbiamo già pagato la caparra» disse l’uomo alla guida del SUV, scendendo con il telefono in mano.

Loredana sbiancò. «Anna, ti prego, possiamo parlare in privato? Non fare scenate davanti alla gente.»

«Scenate? Ma quale scenata. Sto solo informando questi signori che la casa non è tua, Loredana. Non lo è mai stata. La proprietà è mia, e non ho mai autorizzato nessuno ad affittarla. Tantomeno a incassare centocinquanta euro a notte.»

Il gruppo si fece silenzioso. La donna seduta accanto al guidatore allungò il collo. «Cosa? Ma questa signora ci ha detto che era sua. Ci ha mandato le foto, ci ha chiesto il bonifico.»

«E il bonifico è andato direttamente sul suo conto, immagino» dissi incrociando le braccia. «Loredana, hai due possibilità: restituisci i soldi a queste persone subito, oppure chiamo i carabinieri e spiego loro la situazione. Tentata violazione di domicilio, appropriazione indebita, affitto abusivo. Scegli tu.»

Mia suocera balbettò qualcosa, gli occhi che le uscivano dalle orbite. «Ma Riccardo ha detto che potevo… che la casa era anche sua… che voi due siete sposati…»

«Riccardo non è proprietario di niente. La casa me l’ha lasciata mio nonno, e nel testamento c’è solo il mio nome. Tuo figlio non c’entra. E tu non ci metterai più piede.»

I quattro villeggianti erano già risaliti in macchina. L’uomo guidatore fece inversione e abbassò il finestrino: «Signora, i soldi ce li ridà entro stasera o domani vado a fare denuncia. Non scherzo.»

La Panda ripartì con Loredana che urlava qualcosa dal finestrino, rossa di rabbia e umiliazione. «Sei una serpe! Dopo tutto quello che abbiamo fatto per te! Riccardo ti lascerà!»

Non risposi. Richiusi il cancello, girai la nuova chiave e rimasi in piedi nel vialetto, respirando l’odore della lavanda che il nonno aveva piantato trent’anni prima e che Loredana non era ancora riuscita a estirpare.

La sera, in città, Riccardo mi aspettava in salotto con la faccia di chi ha appena capito di aver perso tutto. Partì all’attacco, urlando che avevo umiliato sua madre, che l’avevo fatta passare per una truffatrice, che la famiglia era distrutta. Poi, quando vide che non reagivo, cambiò tattica all’improvviso.

«Anna, ti giuro che non lo sapevo. Lei mi aveva detto che erano amici, parenti, gente che invitava per tenerle compagnia. Non sapevo dei soldi. Mi ha ingannato anche me.»

«Che tenero. La mamma cattiva che inganna il figlio innocente. Peccato che i bonifici parlino, e sui messaggi che tua madre ti ha mandato si legge tutto. “Riky, ho preso un’altra prenotazione. Portami altre lenzuola.” Ti suona familiare?»

Lui aprì la bocca e la richiuse. Un pesce fuor d’acqua.

«Domani prendi la Panda, vai alla casa, e porti via ogni singolo oggetto di tua madre. Le coperte leopardate, i cuscini coi fenicotteri, il forno a legna, tutto. Se entro le sei di sera trovo ancora qualcosa, chiamo una ditta di sgomberi e butto tutto in discarica. E dopo, Riccardo, la tua famiglia in quella casa non ci metterà più piede. Mai più.»

Lui annuì in silenzio. Non aveva alternative. Il giorno dopo, caricò ogni cosa sulla Panda e sparì per tutta la giornata. La sera tornò a casa stanco, sporco di fuliggine, e non disse una parola.

Loredana non mi saluta più. Ai pranzi di famiglia parlano di me come «quella là», «l’arpia», «la donna senza cuore». La zia Patrizia ha detto in giro che sono pazza.

Io non discuto. Non serve.

La casa del nonno adesso profuma di nuovo di lavanda e di legno antico. La domenica mattina ci vado da sola, apro le finestre, faccio il caffè con la vecchia moka e mi siedo sulla terrazza in cotto a guardare le colline. Il silenzio lassù è tornato pulito come l’aria di settembre.

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