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L’amicizia impossibile

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Marco svuotava le bombole d'ossigeno sul pontile di legno e già imprecava contro il sole di agosto. La barca — un vecchio gozzo di Sorrento che aveva chiamato *Sirena* — dondolava a dieci metri, carica di turisti tedeschi con le pinne nuove di zecca. La escursione prevedeva due ore fra gli scogli di Marina di Camerota, grotte e bagni nelle calette. Sessanta euro a testa, maledetti soldi benedetti.

Aveva trentatré anni, un’unica camicia buona e un mutuo per quel gozzo che lo teneva sveglio la notte. Viveva in una stanza sopra la rimessa del porto, con la finestra che dava sul cassonetto della Nettezza e il frigo sempre vuoto. Però il mare — quello era casa.

Quel giorno, mentre rientrava con l’ultimo carico di turisti bolliti, sentì un tonfo molle a poppa. Pensò a un tronco. Poi vide due pinne grigie agitarsi e una testa tonda con i baffi da vecchio saggio. Un leone marino.

— Ma che ca… — Marco bloccò il motore.

L’animale, un maschio giovane con una cicatrice sulla pinna destra, si issò sulla panca di prua come se l’avesse fatto da sempre. Prese posto, sbadigliò e chiuse gli occhi. I turisti schizzarono foto. Una signora di Friburgo gridò *Mein Gott* e rovesciò il prosecco sulla borsa.

Marco, senza pensarci, gli lanciò un’alice dalla cassetta delle esche. Il leone marino la prese al volo e la ingoiò con uno schiocco. Da quel momento smise di essere un animale e divenne un socio. Marco lo chiamò Scirocco, come il vento caldo che arriva dal Sahara.

Scirocco iniziò a presentarsi ogni santo giorno. Saliva sul gozzo, si sdraiava al sole e fissava i turisti con l’aria di chi sta facendo un favore. Diventò l’attrazione. La voce girò sui gruppi Facebook dei campeggi del Cilento, e Marco aggiunse una riga al volantino: *Escursione con ospite speciale*. Dieci euro in più.

Vuoi mettere? La gente impazziva.

Il problema arrivò un martedì sera, sotto un temporale che scuoteva le palme del lungomare. Marco stava correndo alla rimessa con un cartone di surgelati quando inciampò in qualcosa di morbido tra i bidoni. Un gattino. Grigio, bagnato fradicio, gli occhi cisposi. Piccolo come un pugno. Gli tremavano pure i baffi.

— Eh no — disse Marco.

Lo prese lo stesso.

Al battesimo lo chiamò Biscotto, perché aveva il colore di un cantuccio toscano. Lo asciugò con una salvietta, gli diede un pezzetto di tonno in scatola e se lo mise nella tasca del giaccone per portarlo in barca la mattina dopo.

Quando Scirocco vide quel fagotto grigio scendere dalla tasca, smise di masticare un’acciuga. Rimase immobile, poi sollevò la pinna sinistra come se volesse dire *E questo cos’è?*.

Biscotto, appena posato sulle assi del ponte, si gonfiò. La coda dritta come una spazzola, il pelo una nuvola ispida. Aprì la bocca e fece *Pfffff* — una specie di sputo felino che doveva somigliare a un ruggito. Poi saltellò di lato e mostrò le unghiette, due virgole bianche.

Scirocco sospirò dalle narici. Anzi, fece una bolla. Poi un’altra. Alla terza bolla che scoppiò sulla punta del naso di Biscotto, il gattino smise di minacciare e arretrò di due passi, con la zampa ancora alzata ma senza più convinzione.

Marco li guardò e rise, appoggiato al parabrezza. — Sarete mica parenti?

Nel giro di tre giorni Biscotto dormiva sotto la pinna sinistra di Scirocco. La pelliccia grigia spariva nella piega calda, e ogni tanto spuntava una zampina rosa a stiracchiarsi. Scirocco emetteva un grugnito soddisfatto. I turisti smisero di fotografare le grotte e fotografavano loro due. Una coppia di spagnoli pianse. Un ragazzino di Padova disse: — È meglio del circo.

Marco sistemò una cassetta di plastica vicino alla postazione di Scirocco, con sabbia e una ciotola. La mattina dava da mangiare a entrambi e la sera si sedeva a guardarli mentre il sole calava dietro la torre saracena. Ogni tanto, dalla panetteria arriva l’odore del pane caldo che faceva da sottofondo. Il gatto dormiva avvolto dal leone marino, e nessuno dei due aveva più freddo.

Passarono due settimane. Arrivò il giorno — era un sabato, il cielo di pece, il mare una tavola nera — in cui lo scafo della *Sirena* colpì una secca a pelo d’acqua segnata male sulla mappa. Marco non la vide. Nessuno la vide. Il botto fu come una porta blindata che si abbatte sul cemento.

Il gozzo si aprì in due come un guscio di noce. Un secondo prima c’era il brusio di otto turisti e il motore; un secondo dopo, urla, legno che si sfascia e la prua che affonda. Marco ricordò solo l’acqua fredda alla gola.

Riemerse tra i rottami, sputò sale e vide tre persone aggrappate a un pezzo di tolda. Più in là, altre due che annaspavano. La riva — la spiaggia dei Francesi — era a quattrocento metri, la sabbia grigia e gli ombrelloni chiusi.

Cominciò a nuotare, tirando per il giubbotto un turista in panico. Uno. Poi tornò indietro per una signora bionda che singhiozzava. Poi per un ragazzo che aveva perso la maschera. I soccorsi arrivarono dopo dieci minuti, due gommoni della Guardia Costiera e un elicottero che spostava l’aria. Marco rientrò a riva con le braccia molli, i polpacci di legno e un taglio sulla fronte che sanguinava piano.

Crollò su uno scoglio liscio, con le mani sulle ginocchia. Sentiva il cuore nel cranio. Un soccorritore con la muta arancione gli si avvicinò con una coperta termica.

— Ehi, stai bene? — chiese il ragazzo. — Fatti controllare. A proposito, sono tuoi quelli?

Marco alzò lo sguardo. Il soccorritore indicava lo scoglio accanto, una piattaforma di basalto lambita dalle onde.

Scirocco era lì, immobile come una statua di sale. Sotto la sua pinna sinistra, stretto e mezzo asciutto, c’era Biscotto. Il gatto si stava leccando una zampa con la calma di un pensionato dopo la doccia. Il leone marino aveva la cicatrice ben visibile e respirava piano, ma teneva la pinna sollevata giusto quel tanto che serviva a creare un tetto.

Marco socchiuse le palpebre. L’acqua gli gocciolava ancora dai capelli. Aveva visto, poco prima, una macchia scura tuffarsi dalle assi che affondavano. Scirocco era andato dritto verso il gatto. L’aveva spinto col muso, l’aveva fatto salire sulla propria schiena e aveva nuotato così, tenendolo fuori dall’acqua, fino agli scogli.

— Non ci credo manco se lo vedo — soffiò Marco.

Si alzò barcollando e andò da loro. Scirocco emise un verso rauco, basso. Biscotto smise di leccarsi e infilò la testa sotto il collo del leone marino.

Il soccorritore scattò una foto. Quella foto fece il giro di WhatsApp, poi dei giornali locali, poi del *Corriere del Mezzogiorno*. La storia del leone marino che aveva salvato il gatto durante un naufragio rimbalzò fino a Mediaset. Marco, che non aveva mai parlato in pubblico, si ritrovò con un microfono sotto il naso a dire: — Sì, sì, lo so che è assurdo. Ma Scirocco e Biscotto sono così. Due idioti. E io con loro.

Nel giro di un mese la vita cambiò di colpo. Un imprenditore di Salerno gli offrì un piccolo finanziamento per comprare un catamarano. Marco accettò a una condizione: niente orari assurdi, e la barca doveva avere uno spazio protetto per i suoi due soci. Nacque così la *Sirena II*, con una pedana fissa per Scirocco e una cuccia imbottita per Biscotto.

Ora Marco organizza tour per famiglie con bambini. Il leone marino sbuffa bolle a comando, il gatto — che ormai è un bestione di sei chili — passeggia sulla battagliola e riporta i tappi di plastica come una star. Dopo lo spettacolo, Scirocco si butta in acqua e Biscotto lo aspetta a riva, seduto su un asciugamano a righe.

La vecchia stanza sopra la rimessa è diventata un ricordo sbiadito. Marco ha preso in affitto una villetta bianca a due passi dalla spiaggia del Troncone, con un cortile di bouganville e limoni. La sera si mette sulla sdraio e guarda il mare che diventa argento.

Non è solo. Nella villetta adesso vivono altri sette gatti, tutti raccolti per strada — Arturo, Pimpa, Nerino, Graffio, Palla, Virgola e Zampanò. Ognuno aveva un passato da dimenticare. Scirocco li accoglie con la stessa pazienza con cui accolse Biscotto, lasciandosi camminare sulla pancia e mordicchiare i baffi.

Ma il capo indiscusso, quello che decide chi mangia prima e chi si prende il posto al sole, resta lui. Il gatto grigio che sembrava un batuffolo sputacchiante. Biscotto siede sul muretto, al centro esatto del cortile, e osserva con gli occhi socchiusi. Quando Scirocco si avvicina strusciandosi sull’erba, gli dà un colpetto sulla pinna con la coda. Nessun rumore. Solo un’intesa.

L’altro ieri, un turista americano ha chiesto a Marco se aveva mai pensato di mollare tutto prima del naufragio. Lui ha versato il caffè nella tazzina e ha guardato verso il mare, dove Scirocco stava insegnando a Graffio a non avere paura dell’acqua.

— No — ha detto. — Perché ne valeva la pena anche prima. Solo non lo sapevo.

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