Connect with us

IT

Non era stato il fuoco

Published

on

La custodia era ancora socchiusa quando sentii il primo scricchiolio. Quel rumore secco del legno che cede, lo riconoscerei fra mille. Stavo tornando dal magazzino degli spartiti, avevo le braccia cariche di raccoglitori per il saggio di Natale, e all’angolo del cortile interno del Conservatorio San Pietro a Majella vidi tre figure attorno alla mia postazione.

Valentina stava in piedi, con il mio violoncello in mano. Non lo teneva come si tiene uno strumento. Lo reggeva per il manico come un ombrello rotto, mentre Costanza e Federica ridacchiavano coperte dal porticato. La corte era vuota, i sampietrini lucidi per la pioggerella del mattino, e l’unico testimone era Gennaro, l’inserviente che spazzava le foglie di platano vicino al cancello. Lui si bloccò con la scopa a mezz’aria.

«Che ci fai con quello?» La mia voce uscì più acuta del previsto. «Rimettilo giù.»

Valentina si girò verso di me con un sorriso tirato. Suo padre aveva comprato metà delle sedie della sala concerti, lo sapevano tutti. Due posti in prima fila erano sempre riservati ai Martinesi, anche quando non venivano.

«Stavo solo guardando,» disse. «Mio padre dice che uno strumento fatto in casa non dovrebbe stare su un palco professionale. È… pittoresco, dai.»

Fece un passo indietro, verso la fontana al centro del cortile. La vasca era piena d’acqua piovana, quella dei temporali di novembre che non drenava mai bene. Lo capii un attimo prima che lo facesse.

«Valentina, no.»

Lei allargò le dita.

Il violoncello cadde nella fontana con un tonfo che mi entrò nello stomaco. L’acqua era bassa, forse trenta centimetri, ma gelida e sporca. Lo strumento galleggiò un secondo, poi si inclinò su un fianco e il legno bevve. La tavola armonica, quella che mio padre aveva levigato per tre mesi con la carta vetrata finissima rubata in falegnameria, iniziò a scurirsi.

Mi buttai in ginocchio sull’orlo di pietra. Gennaro mollò la scopa e corse ad aiutarmi, ma quando tirammo fuori il violoncello, la colla animale delle giunture stava già facendo le bolle. Il ponticello si era staccato. Le corde penzolavano molli. Il manico, il manico che papà aveva curvato a mano libera dopo sei tentativi sbagliati, aveva una crepa che correva lungo tutta la venatura.

Nessuno di noi tre vedeva la telecamera. Era sopra la tettoia del magazzino da mesi — l’aveva fatta installare la precedente direzione per via di alcuni furti di rame dai pluviali, e da allora restava lì, puntata sul cortile. Aveva seguito Valentina dal momento in cui si era avvicinata al mio leggio. Aveva registrato le sue parole, il tono, la risata delle altre due. Aveva filmato la caduta, me in ginocchio sulla pietra bagnata, Gennaro che bestemmiava sottovoce e scuoteva la testa.

«Era solo una burla,» disse Valentina, ma la voce le era cambiata. Si passò una mano sui capelli. «Mio padre ti compra un violoncello nuovo domani mattina. Uno migliore.»

Non risposi. Stavo fissando la crepa sul manico. Mio padre ci aveva lavorato fino all’una di notte per un anno intero, dopo i turni in officina meccanica a Barra. Aveva recuperato l’acero da un vecchio tavolo da pranzo che un cliente aveva buttato via. Ogni imperfezione era una sua bestemmia, ogni curva una sua carezza. Non era uno strumento. Era la prova che un uomo con la terza media e le mani piene di cicatrici poteva costruire qualcosa di bello per sua figlia.

Presi la custodia. Ci infilai dentro il violoncello bagnato. Le corde sfuse tintinnavano contro il legno. Mi alzai, superai Valentina senza guardarla, e uscii dal cortile passando per il vicolo che dà su via San Sebastiano. Volevo solo svuotare l’armadietto e sparire prima del saggio. Non avevo un piano. Non avevo uno strumento. Non avevo le parole per dirlo a mio padre.

Il maestro Ettore Masi stava revisionando le presenze degli allievi nel suo ufficio al secondo piano quando il sistema di sicurezza segnalò un’attività registrata nel cortile. Aprì il video per abitudine — con i furti di rame era diventata routine — e si ritrovò davanti la scena. La guardò una volta. Poi una seconda. Poi chiamò la segretaria e le disse di convocare la signora Martinesi.

Quaranta minuti dopo, l’avvocato Alberto Martinesi entrò nell’ufficio del maestro Masi con una cartella di pelle e l’aria di chi è abituato a risolvere i problemi con una firma. Posò sul tavolo un assegno da quattromila euro e disse che la faccenda si poteva chiudere senza troppa burocrazia. Sua figlia era una ragazzina impulsiva, certo, ma il danno era materiale e il materiale si ripaga.

Il maestro Masi non disse nulla. Girò lo schermo del computer verso di lui e fece partire il video. L’audio riempì la stanza: lo sciacquio dell’acqua, la mia voce spezzata, la risata di Costanza.

Quando il filmato finì, l’avvocato stava zitto.

«Sua figlia,» disse il maestro Masi, «ha distrutto uno strumento che non apparteneva al Conservatorio. Apparteneva a una ragazza il cui padre guadagna milleduecento euro al mese per due persone. Lo ha costruito lui, con le sue mani, perché non poteva permettersi di comprarne uno.»

Rimise l’assegno nella cartella e la spinse verso il bordo del tavolo.

«Il Conservatorio non accetta denaro quando il denaro serve a comprare l’impunità.»

La sospensione dal saggio fu immediata. Valentina, Costanza e Federica furono escluse dall’orchestra e obbligate a un percorso disciplinare: trenta ore di servizio nel laboratorio di liuteria del Conservatorio, a riparare strumenti rotti di studenti che non potevano pagare un artigiano. Il maestro Masi precisò che i contributi della famiglia Martinesi non avrebbero cambiato la decisione.

Io non sapevo niente di tutto questo. Ero nell’atrio degli armadietti, con la pioggia che batteva sui lucernari, a infilare nello zaino le mie cose. Spartiti, matite, una foto di mio fratello piccolo, la sciarpa di lana che mia madre aveva fatto prima di morire. Il violoncello bagnato era nella custodia, appoggiato alla parete. Avevo deciso di non andare al saggio. Non avevo il coraggio di presentarmi davanti a mio padre e dirgli cos’era successo al suo regalo.

Aprii l’armadietto numero ventitré per prendere il giaccone.

Dentro, al posto del mio cappotto, c’era una custodia nuova. Rigida, professionale, colore ambrato. Sopra, un biglietto scritto a mano con una grafia fitta che conoscevo bene: quella del maestro Masi sulle correzioni dei miei spartiti.

«Il tuo posto sul palco non lo hai rubato a nessuno. Non permettere a chi non sa vedere il valore delle cose di portartelo via.»

Sotto il biglietto, un violoncello. Non un sostituto qualunque. Uno strumento tedesco dei primi del Novecento, con la vernice ancora calda di mani che lo avevano suonato per decenni. L’archetto era nuovo, le corde avvolte nella carta velina, il peso perfetto.

Rimasi immobile. Poi sentii dei passi alle mie spalle.

«Non ho mai saputo come fare,» disse il maestro Masi. «Aiutarti senza umiliarti, intendo.»

Mi voltai. Lui era lì, con il suo cappotto grigio e le spalle leggermente curve. In una mano aveva una busta.

«Sapevo che lavoravi in cucina tutte le mattine dalle sei. Sapevo che tenevi da parte il pane per tuo fratello. Sapevo che restavi in aula prove fino a sera perché a casa non avevate i soldi per accendere la stufa.» Si fermò. «Ho evitato di intervenire per non metterti in imbarazzo. Ma dopo quel video…»

«Maestro, non posso accettare. Costa troppo. Non è—»

Mi fece sedere sulla panca di legno davanti agli armadietti. La pioggia tamburellava più forte. Gennaro passò in fondo al corridoio con il suo secchio e ci guardò un attimo prima di voltare l’angolo.

Il maestro Masi appoggiò la busta sulle ginocchia e intrecciò le dita. «Non ti sto facendo un favore. Ti sto restituendo una cosa.» Fece una pausa, gli occhi fissi sulle piastrelle consumate del corridoio. «Quando avevo la tua età, vinsi una borsa di studio per entrare qui con un violino preso in prestito dalla parrocchia. Mio padre faceva il muratore a Miano. Mia madre puliva gli uffici del centro direzionale. La settimana prima del saggio di diploma, due compagni mi nascosero lo strumento in cantina. Lo ritrovai il giorno dopo l’esame. Persi la borsa. Passai due anni a chiedermi se mollare.»

Sollevò il viso. Aveva gli occhi lucidi, ma la voce gli restava ferma. «Non era un bel periodo.»

Non dissi nulla. Mi tremavano le mani.

«Quel violoncello,» continuò, indicando la custodia nell’armadietto, «l’ho comprato dieci anni fa con i soldi della vendita di uno strumento che non usavo più. L’avevo messo da parte. Non è un regalo del Conservatorio. Non è un regalo di un donatore. È mio. Ed è tuo. A una condizione: restituiscimelo quando non ti servirà più, così potrà passare a qualcun altro.»

Quella sera salii sul palco del teatrino di corte con il violoncello del maestro Masi. Mio padre era in ultima fila, con la tuta da lavoro ancora macchiata di grasso. L’avevo chiamato due ore prima per dirgli tutto: la fontana, il video, l’armadietto. Era rimasto in silenzio per un tempo lunghissimo, poi aveva detto solo: «Suoni lo stesso». Non era una domanda.

Estrassi il primo accordo del concerto di Vivaldi che avevo preparato per mesi. Il suono riempì la sala come non mi era mai successo. Erano le stesse note, la stessa me, ma lo strumento vibrava diverso, più fondo. Smisi di pensare al pubblico dopo trenta secondi. Suonai per mio padre e le sue mani rovinate. Suonai per mia madre, che quel palco non l’avrebbe mai visto.

Dopo il concerto, il maestro Masi consegnò a mio padre una busta. Dentro c’era la conferma di una borsa di studio modesta ma concreta — copriva i trasporti e una parte delle spese per gli esami fuori regione, a patto che mantenessi la media e continuassi a dare una mano in portineria due pomeriggi a settimana. Mio padre la guardò, la girò, la rimise nella busta. Poi strinse la mano al maestro senza dire una parola, ma le nocche gli diventarono bianche.

Passarono quasi quattro mesi prima che rivedessi Valentina. Aveva completato le trenta ore in liuteria — aveva riparato due violini e una viola di studenti delle medie, e il responsabile del laboratorio aveva dovuto ammettere che ci aveva messo impegno. Una mattina di marzo mi cercò nel cortile, sotto il platano ancora spoglio. Aveva una scatola di legno fra le mani.

Mi si fermò davanti, con le guance chiazzate dal freddo. Non parlò subito. Aprì la scatola con le dita che le tremavano — avevano ancora le unghie sporche di lacca scura, e sulla falange del pollice una piccola bruciatura da stagnatore.

«I piroli,» disse. «Quelli del violoncello di tuo padre. Erano sul fondo della fontana, incastrati fra due pietre. L’unica parte che non si è spaccata del tutto.»

Li presi. La scatola era foderata con un pezzo di velluto riciclato, tagliato storto. Dentro c’erano i quattro piroli di acero scuro che mio padre aveva intagliato una domenica pomeriggio mentre io studiavo Bach. Il metallo era stato lucidato a mano, il legno trattato. Aveva provato a ricostruire la venatura originale con uno stucco colorato. Non erano perfetti — su uno l’intaglio restava scheggiato, come se non avesse avuto il coraggio di toccarlo oltre.

Non le dissi grazie. Non ce n’era bisogno. Lei rimase lì ancora un secondo, le mani vuote, come se volesse aggiungere qualcosa. Poi si voltò e attraversò il cortile verso il porticato, con il passo di chi ha ancora paura di scivolare sui sampietrini bagnati.

Infilai la scatola nella tasca laterale della custodia del violoncello, accanto alle matite e a un vecchio rosario di mia madre. Ogni volta che apro la custodia, l’odore della cera d’api arriva prima del resto.

Click to comment

Leave a Reply

Ваша e-mail адреса не оприлюднюватиметься. Обов’язкові поля позначені *

три × 1 =

Також цікаво:

HE5 хвилин ago

הוא חתם על הגירושים בהקלה – ובמשך שנים חיפש את האישה שאיבד

העט חרק על הנייר. צליל יבש, קטן, כמעט מבויש. ככה נשמעים נישואים שמתים, חשבה ליאת, בזמן שבעלה חתם על המסמך...

CZ6 хвилин ago

Mám na krku 65 a vnoučata

Když mi Jitka oznámila, že Kristýnka strávila celý den v kuchyni a připravila hostinu pro třiadvacet lidí, nechápala jsem, proč...

IT11 хвилин ago

Tre notti nel buio

Erano ormai tre giorni che la quercia mi stringeva come una tagliola. La scorza ruvida mi aveva scorticato il fianco...

LT21 хвилина ago

Skambutis sutrukdė reikalus

Pirštai vėl drėko, kai užsimoviau sidabrines sąsagas. Bažnyčios prieangyje buvo tvanku, nors pro šoninį langą veržėsi rugsėjo vėjas ir jūros...

LT21 хвилина ago

Skambutis sutrukdė reikalus

Pirštai vėl drėko, kai užsimoviau sidabrines sąsagas. Bažnyčios prieangyje buvo tvanku, nors pro šoninį langą veržėsi rugsėjo vėjas ir jūros...

PT26 хвилин ago

Minha filha me olhou como se eu tivesse cuspido no altar

Faltavam três minutos para a música começar. O coordenador da cerimônia já tinha feito o sinal pela terceira vez, e...

CZ51 хвилина ago

Deset let ve vytahaném svetru

Do kanceláře v Brně na Kolišti přišla ten den o čtrnáct minut dřív, jako každé ráno za poslední čtyři roky....

FR56 хвилин ago

Les Chiens Qui Ont Défié Le Commandant

Je bossais à la base navale de Toulon depuis deux ans quand le commandant Delcourt m’a convoqué. Rien d’anormal en...