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Il funerale l’ho pagato io
Mezzogiorno di martedì, e mia sorella Cristina mi chiama per dirmi che papà è morto. Problema: papà in quel momento è seduto a tre metri da me, sul divano di casa mia a Torino, con indosso la vestaglia di pile grigia che gli ho comprato due Natali fa. Sta mangiando un tramezzino al prosciutto e guarda il telegiornale con il volume troppo alto, come fa da tre giorni, da quando è comparso alla mia porta con una valigia e l'aria di chi ha preso una decisione. Sul display c'è scritto **Cristina Ferri**. Mia sorella non mi chiama mai prima delle sei di sera. E quando lo fa, non è mai per darmi una buona notizia. Ho pensato a un incidente, a un ricovero, a qualcosa con sua figlia. Non avrei mai immaginato che la notizia l'avrebbe inventata lei. Papà prende un altro tramezzino dal vassoio, lo piega a metà e ne morde un angolo. Le briciole gli cadono sul petto. Ha i capelli ancora umidi, l'odore del mio bagnoschiuma alla lavanda addosso. Sembra più vivo di me. Poi alza lo sguardo e mi vede. — Che c'è? — chiede a bocca piena. Alzo il dito indice. — Cristina? — dico. Per due secondi non parla nessuno. In sottofondo sento il rumore di un'auto, il ticchettio regolare di una freccia. Tic. Tic. Tic. Poi Cristina. — Daniela, papà è morto la scorsa notte. La tazzina del caffè mi si ferma a mezza strada. Papà smette di masticare. Premi il tasto vivavoce e appoggio il telefono sul tavolino, accanto al posacenere che non usiamo più da quando ha smesso di fumare. Chissà se a Milano lo sapevano. Lui si sporge appena verso il telefono. — Quando? — chiedo. — Durante la notte. L'ha trovato Mauro. Il viso di papà cambia in un colpo solo. Mauro Bellini è il suo migliore amico da quarant'anni. Hanno fatto il militare insieme, sono andati in pensione a due mesi di distanza l'uno dall'altro, si sono visti le spalle a vicenda attraverso un divorzio, un fallimento e una quantità di pessime decisioni che nessuno dei due ha mai avuto il coraggio di raccontare. E, dettaglio importante: Mauro ha lavorato trent'anni nell'agenzia di onoranze funebri della nostra città. È la persona giusta da chiamare se devi inventare la morte di qualcuno in modo credibile. Quasi. — Cosa è successo? — chiedo, con voce più calma di come mi sento. Cristina sospira. Non piange. Non singhiozza. Sospira, come se le avessi fatto una domanda scomoda mentre stava per entrare in riunione. — Che importanza ha? Non c'è più. Papà posa il tramezzino sul tovagliolo. Conosco quello sguardo. Cristina no. Lei va avanti. — Me ne sto occupando io con Alessandro. Non serve che tu venga a casa. Una pausa. Poi aggiunge: — Oggi facciamo cambiare la serratura. Qualcuno in sottofondo ride. Alessandro. Mio cognato ride a scatti, come uno che ha appena fatto un colpo e non ci crede ancora. Papà appoggia le mani sulle ginocchia e stringe. — Perché cambiate la serratura? Cristina sospira di nuovo, ora quasi annoiata. — Perché abbiamo trovato i documenti di papà nello studio. Ha lasciato tutto a noi. Casa, conto in banca, la macchina. Tutto. Alessandro ride ancora. — E tu? — chiedo. Il silenzio. Poi Cristina, con la calma piatta di chi sta assestando un colpo: — Tu sei stata esclusa. Alessandro si avvicina al vivavoce. — Ti ha fatto fuori, Dani. Dopo tutti questi anni che facevi la figlia devota quando ti ricordavi. Tic. Tic. Tic. Il ticchettio della freccia è sparito; ora sento solo il respiro di mio cognato. Si gode il momento. Papà non stacca gli occhi dal telefono. Io incrocio le braccia. — Papà ha scelto chi lo amava veramente, — dice Alessandro. — Non chi se n'è andata a Torino a farsi i fatti suoi e compariva ogni tanto con una scatola di biscotti. Volevo rispondere. Volevo dirgli che papà era seduto a un metro e mezzo da me, che avevo appena finito di stirargli una camicia, che la valigia che aveva portato era ancora aperta sul letto degli ospiti. Ma papà, improvvisamente, ha alzato la mano e ha scosso la testa. — Daniela? — dice Cristina. — Ci sei? — Sì. — Allora stammi a sentire. Papà ha deciso. La casa resta a noi, la macchina pure, e tu non devi farti strane idee. Alessandro dice qualcosa che non capisco. Poi ride. Sembra felice. Papà si alza dal divano. Si sistema la vestaglia, si passa una mano tra i capelli. Fa il giro del tavolino e viene accanto a me. Cristina continua a parlare. Racconta del funerale, dei documenti, del notaio, della Punto da vendere, della cucina da rifare. Poi fa una pausa. — Tanto per chiarire, — dice. — Il funerale sarà sabato alle dieci. Quando vuoi passare a salutare, fai pure. Alessandro in sottofondo: — Ti aspettiamo. Papà si china. Avvicina le labbra al microfono del telefono. Io lo guardo. C'è qualcosa nei suoi occhi che mi fa venire la pelle d'oca. E poi papà, con la voce più tranquilla di questo mondo, dice: — Cristina, amore. Il silenzio. Profondo. Poi Cristina: — Daniela, chi è? — Papà! — urla Alessandro. — È papà! Una botta. Qualcosa cade. Poi Cristina, con un filo di voce: — Papà? Papà prende il telefono, lo avvicina alla bocca. — Sì, tesoro. Sono io. Non sono morto. Alessandro farfuglia. Cristina è muta. — Senti, — dice papà, — ho capito che stavi facendo un sacco di programmi. Casa, macchina, conti. Hai ragione, dobbiamo parlare. — Papà, io… — Cominciamo da una cosa sola. — Papà si siede sul bracciolo del divano. — Il funerale. A Milano, sabato. Bene. Chiedi a Mauro se ha il furgone libero. Ticchettio. Di nuovo il ticchettio della freccia, sullo sfondo, regolare. — Papà, non capisco… — avvicina il telefono, — sto parlando di sabato. Mauro aveva in mente un allestimento bellissimo. Fiori, musica, il prete, tutto pronto. Ha detto che sarebbe stato un peccato sprecarlo. Quindi sabato, alle dieci, facciamo così: al posto della bara c'è una sedia. E sulla sedia ci sono i documenti che hai trovato nello studio. Il contratto della casa. Il libretto della macchina. L'estratto conto. Tutto. — Papà… — E li bruciamo. Insieme. Tu, Alessandro e io. Così non devi più preoccuparti di chi ama chi. — La voce di papà è ancora bassa, calda, quasi allegra. — Poi torni a Milano, e io resto a Torino. Alessandro farfuglia: — Signor Ferri, non è possibile, non è… — Alessandro! — Papà alza appena la voce. — Una parola. Una sola. Zitto. Poi, a Cristina: — L'avevo sempre detto a tua madre: dovevamo fermarci a una figlia. — Papà, ti prego… — fai mai più una telefonata così. Mai più. Perché la prossima volta che dici a tua sorella che sono morto, potrei crederci anche io. Chiude. Posate il telefono sul tavolino. Sul divano c'è un tramezzino mangiato a metà. Fuori piove, una pioggia fine di Torino, grigia e uguale a se stessa da ieri. Papà prende il telecomando. Alza il volume del telegiornale. — E adesso? — dico. — Adesso niente, — dice. — Vado a dormire. Si alza. Poi, sulla porta della camera, si volta: — Ah, i soldi per i fiori. Quelli li ho versati io. Tremiladuecento euro. Il funerale l'ho pagato io. — Si infila le mani nelle tasche della vestaglia. — Vedi di ricordarlo sabato, quando Cristina chiamerà piangendo che ha perso tutto. Non risponderò. Mi ha già seppellita una volta. — E con un piccolo cenno del mento. — Buonanotte. La porta si chiude con un clic. Stacco il posacenere dal tavolino e lo metto in lavastoviglie. Non so perché. Forse perché è l'unica cosa in questa casa che posso ancora decidere dove va.
