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Il capannone di Matteo

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Io e Nadia ci siamo lasciati che il capannone puzzava ancora di vernice fresca. Diciassette anni di officina a Cesena, un ponte sollevatore comprato a rate e una controsoffittatura che avevo rifatto io stesso d'estate, con le mani, mentre lei portava il caffè agli operai e teneva i conti su un quaderno a righe. Poi un giorno lei mi ha guardato e ha detto che non ce la faceva più, che ero sposato con quel capannone più che con lei, e se n'è andata con la valigia e basta.

Io non sono uno che si giustifica volentieri, ma qui voglio raccontarlo dalla mia parte, perché la storia che gira in giro — quella dell'uomo cattivo che ha rubato tutto alla ex moglie — non è come la ricordo io.

Avevo trentotto anni quando l'officina "Autoservice Ranieri" è diventata mia sulla carta: mio padre l'aveva intestata a me perché io ci lavoravo da quando avevo vent'anni, mentre Nadia entrava e usciva da lavori diversi, un anno alla Coop, un anno in un negozio di scarpe. Non era colpa sua, aveva la sua vita. Ma quando mio padre si è ammalato — un tumore al pancreas, sei mesi in croce, io che portavo avanti l'officina e correvo all'ospedale di Forlì tutte le sere — la casa a Nadia sembrava vuota. E aveva ragione. Io non c'ero. Puzzavo di olio motore anche quando dormivo, credo.

Quando papà è morto mi ha lasciato l'officina intestata solo a me, per proteggerla dai debiti che aveva con la banca, diceva, "così nessuno te la tocca, nemmeno se le cose vanno male con un matrimonio". Non pensavo servisse davvero a qualcosa. L'ho firmata dal notaio di Cesenatico un pomeriggio di novembre, con la pioggia che batteva sui vetri, e sono tornato a casa senza dirlo a Nadia, perché mi sembrava una cosa tra me e mio padre, non tra me e lei.

L'ho detto tre mesi dopo, quando lei ha chiesto perché non intestavamo l'officina a tutti e due, visto che ormai eravamo una famiglia. Le ho detto la verità: che era già fatta, che era una richiesta di mio padre morente, che non l'avevo fatto per escluderla. Lei non ha urlato. Ha solo smesso di parlarmi per una settimana, e poi le cose non sono più tornate come prima.

Quello che i vicini raccontano — che l'ho cacciata di casa, che le ho tolto tutto — non è la parte che hanno visto loro dal balcone. Hanno visto Nadia con gli scatoloni un martedì mattina di marzo. Non hanno visto che due sere prima le avevo proposto, davanti a un tè freddo ormai caldo sul tavolo della cucina, di tenersi lei l'appartamento di Gambettola che avevamo comprato insieme, e che io mi sarei preso solo l'officina, così restava tutto pari. Lei ha rifiutato. Ha detto che non voleva niente di mio, che voleva un avvocato e basta.

E va bene. Ognuno reagisce come può. Io in quei giorni ho scoperto una cosa che mi ha tolto il sonno più dell'officina: mia figlia Carlotta, che ha tredici anni, aveva sentito tutto da dietro la porta della sua camera, e per due settimane non mi ha rivolto parola se non per chiedermi di passarle il sale a cena.

Il colpo vero, quello che nessuno dei vicini di Cesena ha visto, è arrivato un mese dopo la separazione, quando Nadia si è presentata con un avvocato di Rimini e una richiesta che diceva: l'officina va considerata bene comune di fatto, perché lei ci ha lavorato per anni senza stipendio, tenendo i conti, rispondendo al telefono, portando il caffè, e quindi ha diritto a una quota. Io capisco il ragionamento. L'ho capito subito, anche se mi ha fatto male, perché in fondo aveva ragione: quei conti li teneva lei, e io non le ho mai dato una busta paga per quello.

Ma un conto è capire, un altro è accettare di perdere in un colpo solo l'unica cosa che mio padre mi aveva lasciato prima di morire, l'unica cosa su cui non avevo mai barato con nessuno.

Ci siamo visti in tribunale a Forlì due volte, a maggio. La seconda volta Nadia è arrivata con una cartellina blu sotto il braccio, la stessa che usava per tenere le fatture dell'officina quando stavamo ancora insieme. L'ho riconosciuta subito, perché l'angolo in basso era bruciacchiato — un giorno le era caduta la sigaretta accesa sopra mentre parlava al telefono con un fornitore di pastiglie freni. Gliel'avevo detto io di stare attenta.

Il giudice ha letto le carte, ha guardato l'atto notarile intestato a me da mio padre, ha guardato le buste paga inesistenti di Nadia, e ha detto che l'officina restava di proprietà esclusiva mia, ma che dovevo riconoscerle un conguaglio in denaro per gli anni di lavoro non retribuito: quarantaduemila euro, da pagare in tre anni.

Nadia si è alzata, ha aperto la cartellina blu bruciacchiata, ne ha tirato fuori un foglio già pronto — un conto corrente nuovo, intestato solo a lei, aperto alla Banca Popolare di due settimane prima — e me lo ha porto perché ci scrivessi sopra l'IBAN per il primo bonifico. Non ha detto una parola di troppo. Ha solo aggiunto: "Il primo pagamento entro il trenta giugno. Non un giorno dopo." E se n'è andata con Carlotta, che l'aspettava fuori dall'aula seduta su una panca di legno, con le cuffiette nelle orecchie e il telefono in mano.

Fuori dal tribunale ho chiamato mia sorella, le ho detto che avevo perso l'officina di papà anche restando proprietario, perché ora dovevo indebitarmi di nuovo per pagare quel conguaglio. Lei mi ha lasciato finire, poi mi ha detto: "Il quaderno dei conti lo teneva lei anche quando tu dormivi nel capannone. Quello varrà pure qualcosa." Non ho risposto. Ma per la prima volta da mesi non ho sentito il bisogno di ribattere.

Ho pagato la prima rata il ventotto giugno, due giorni prima della scadenza, con un bonifico fatto dal telefono, seduto sulla panca di lamiera davanti al ponte sollevatore, con l'odore di gomma bruciata che entrava dalla saracinesca alzata a metà. Non ho scritto niente nella causale.

Carlotta è arrivata verso le sette, con lo zaino della scuola ancora sulle spalle, e si è fermata sulla soglia del capannone come se dovesse chiedere permesso in un posto che conosceva a memoria da quando aveva imparato a camminare. Non ha detto niente per un po'. Ha guardato il ponte sollevatore, la Panda smontata sopra, la cassetta degli attrezzi aperta con le chiavi sparse in disordine. Poi si è avvicinata, ha preso la dodici e la tredici che avevo lasciato scambiate di posto — ricordava ancora l'ordine, gliel'avevo insegnato io tre estati prima — e le ha rimesse al loro posto nel pannello, una per una, senza fretta.

"La mamma mi ha detto del bonifico," ha detto, con gli occhi ancora sulla cassetta. "Le hai scritto qualcosa?"

"No."

Ha annuito piano, come se quella risposta le andasse bene, e ha tirato fuori dallo zaino un panino avvolto nella carta oleata. Me lo ha messo in mano senza dire altro, si è seduta sulla panca di lamiera accanto a me, e ha acceso la radio dell'officina — quella vecchia, con l'antenna storta che prendeva solo Radio Bruno — sintonizzandola sulla stazione che ascoltavamo sempre insieme quando ero io a portarla a scuola. Non abbiamo parlato d'altro. Ho mangiato il panino con le mani ancora unte di grasso, e lei è rimasta lì fino a quando sua madre non ha suonato il clacson fuori dal cancello, due colpi brevi, come sempre.

Prima di uscire si è fermata un attimo sulla soglia, si è girata, e ha detto solo: "Domani ripasso dopo la scuola. Quella Panda la sistemiamo insieme."

Poi è salita in macchina, e io sono rimasto lì, con la radio accesa e la saracinesca a metà, a guardare i fanali che si allontanavano verso Cesena.

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