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Il conto della lavanderia intestato a un’altra
Sono Rosanna, ho quarantasette anni, e da tre mesi porto in borsa una cartellina di plastica gialla dove tengo i documenti della mia lavanderia a gettoni in via Frejus, zona San Paolo, Torino. Dentro c'è il contratto d'affitto del locale, l'atto di cessione firmato davanti al notaio, e una ricevuta bancaria da ventiduemila euro. Ci tengo a raccontare come ci sono arrivata, perché non è stata una decisione presa di pancia una mattina qualunque.
Mio marito Ettore se n'è andato con una collega dell'ufficio postale l'anno scorso, a febbraio, mentre fuori nevicava — una di quelle nevicate rare a Torino che durano un giorno e poi diventano fango grigio sui marciapiedi. Aveva cinquantatré anni, io quarantasei. Ventitré anni insieme, un figlio, Matteo, che ora studia ingegneria a Milano e mi chiama la domenica sera, sempre alle otto, come un orario d'ufficio.
Quando Ettore se n'è andato, ho scoperto due cose nello stesso pomeriggio, sedute al tavolo della cucina con mia sorella Carla: che aveva una relazione da due anni, e che la lavanderia — quella che avevamo aperto insieme nel 2009, con i risparmi di entrambi e un prestito della Banca Popolare — era intestata solo a lui. Io avevo lavorato lì dentro tutti i pomeriggi per quindici anni. Conoscevo ogni cliente per nome, sapevo chi portava le lenzuola il martedì e chi il giovedì, sapevo che il signor Bevilacqua al numero 14 lasciava sempre le monete sparse nelle tasche dei pantaloni e io gliele restituivo in una bustina. Quella lavanderia sapeva di ammorbidente alla lavanda e di ferro caldo, e per me era casa quanto l'appartamento dove dormivo.
Ettore mi ha detto, seduto sul divano con la giacca ancora addosso, che "per motivi fiscali" l'attività era rimasta a suo nome, e che ora la voleva vendere per finanziare la nuova vita a Bergamo con Simona. Mi ha offerto tremila euro, "per riconoscenza", ha detto proprio così. Tremila euro per quindici anni di vita passati dietro quel bancone.
Ho detto di sì con la testa, quella sera. Non ho detto di no, non ho gridato, non ho rotto niente. Sono tornata a casa di mia sorella, mi sono seduta sul suo balcone che dava sul cortile interno, ho sentito il televisore del vicino che trasmetteva il telegiornale delle venti, e ho pensato che avevo quarantasei anni e le mani che sapevano ancora smacchiare un colletto di camicia meglio di chiunque altro in quel quartiere.
Il giorno dopo sono andata dall'avvocato Foglino, in corso Vittorio, quello che aveva seguito la separazione di Carla tre anni prima. Gli ho portato tutto: gli estratti conto della lavanderia dal 2009, le ricevute delle forniture pagate col mio bancomat, le foto che avevo scattato negli anni per i social del negozio — c'ero sempre io, mai lui. Mi ha detto una cosa che mi è rimasta addosso: "Lei ha lavorato quindici anni senza contratto in un'azienda coniugale. Questo in tribunale ha un peso, se lo dimostra."
Ci sono voluti otto mesi. Ettore ha provato a vendere la lavanderia sotto banco a un conoscente, a gennaio, mentre la causa per la comunione dei beni era ancora aperta. Il compratore, un certo Aldo che gestiva già due lavanderie a Nichelino, si è tirato indietro appena ha saputo che c'era una causa in corso — nessuno vuole comprare un contenzioso.
A marzo il giudice ha stabilito che la lavanderia rientrava nella comunione, nonostante l'intestazione formale, perché ho dimostrato con documenti bancari e testimonianze di clienti — sì, ho portato in tribunale il signor Bevilacqua, che ha settantun anni e ha detto al giudice, tutto impettito con la giacca della domenica, che "la signora Rosanna era la lavanderia, l'altro si vedeva una volta al mese" — che io ero la gestione effettiva dell'attività.
Il quindici di giugno ho firmato l'atto: la lavanderia passava a me, in cambio della mia rinuncia a una parte della pensione integrativa di Ettore. Il notaio, la dottoressa Salvemini, mi ha dato la copia dell'atto in una cartellina blu e mi ha detto solo "congratulazioni, signora" — niente di più, ma io quella parola l'ho sentita come un applauso.
Ettore si è presentato al negozio due settimane dopo, un martedì, verso le sei del pomeriggio, mentre stavo chiudendo la saracinesca. Aveva la faccia di uno che non si aspettava di trovarmi ancora lì dentro con le chiavi in mano.
"Ho saputo che hai cambiato la serratura anche sul retro," ha detto.
"Sì," ho risposto, senza smettere di tirare giù la saracinesca. "E ho cambiato anche il nome sull'insegna. Non si chiama più 'Lavanderia Conti'. Ora è 'Lavanderia Rosanna'."
Lui è rimasto lì, sul marciapiede, con le mani in tasca del giaccone, mentre io finivo di chiudere. Non gli ho dato spiegazioni, non gliene doveva nessuna. Ho messo il lucchetto, ho controllato che fosse chiuso bene tirandolo due volte, come faccio sempre, e sono andata verso la fermata dell'autobus numero 34, quello che mi porta a casa in dodici minuti.
Il conto in banca della lavanderia oggi è intestato solo a me. I ventiduemila euro di liquidazione che gli ho versato per la sua quota li ho presi da un mutuo che sto pagando in sette anni — una rata che conosco a memoria, trecentododici euro al mese, il quattro di ogni mese. Matteo mi ha detto, l'ultima domenica al telefono, che è orgoglioso di me. Io gli ho risposto che non serviva dirlo, che bastava vedermi il sabato mattina dietro quel bancone, con le maniche tirate su, mentre smacchio un colletto che nessun altro saprebbe salvare.
