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Il porto che non voleva più aprire i cancelli a Carlo Bertazzoni
Marina Fassino lavora alla Capitaneria di Porto di Civitavecchia da diciannove anni, ma quella mattina di fine agosto non l'aveva mai vista prima: una nave lunga come tre campi da calcio, con due scafi paralleli che sembravano tenaglie, ancorata a due miglia dalla costa, con un cavo sottomarino che scendeva dritto verso il buio.
"Quella roba lì sotto," le disse il collega Ruggero, indicando lo schermo del radar, "non prende energia da nessuna parte. La fa da sola."
Marina non ci credette fino a quando non vide le bollette del comune di Santa Marinella scendere del quaranta per cento in tre mesi. Prese ferie non pagate per due giorni, cosa che non faceva dal funerale di suo padre, e andò a bussare alla porta di un ufficio con vista sul porto, quello di un ragazzo di ventotto anni che tutti chiamavano solo "l'ingegnere Bertazzoni junior". Voleva sapere chi c'era dietro quella nave, e perché nessun giornale ne aveva mai scritto per intero.
Fu Davide a raccontarle tutto, cominciando da suo padre.
Carlo Bertazzoni, sessantatré anni all'epoca dei fatti, ex ingegnere navale della Fincantieri, era stato licenziato con l'esubero del 2019 dopo trentun anni di servizio. Con la liquidazione — centoquarantamila euro, l'ultima cifra che gli restava di un'intera carriera — aveva comprato non una casa al mare, come voleva sua moglie Ombretta, ma un brevetto. Un brevetto strano, quasi ridicolo, per un sistema che trasformava la differenza di temperatura tra l'acqua calda in superficie e quella gelida degli abissi in corrente elettrica pulita, senza una goccia di gasolio, senza un cavo verso terra.
Ombretta stava già male da un anno, un linfoma che le mangiava le energie a rate, e le sedute di chemioterapia all'ospedale San Camillo costavano permessi di lavoro che lei non aveva più. La sera in cui scoprì quanto Carlo aveva speso in brevetto invece che in una casa vicino al mare, dove almeno avrebbe potuto camminare sulla battigia nei giorni buoni, gli tirò addosso la fattura del dentista di sua madre, ancora aperta sul tavolo della cucina di Ladispoli. "Potevo curarmi in una clinica vera, con quei soldi. Invece mi tocca la lista d'attesa come tutti." Carlo raccolse il foglio da terra, lo lisciò con la mano contro il bordo del tavolo, e lo rimise dov'era. Non rispose. Restò a fissare il piatto di pasta al sugo che si freddava, e pensò a Genova, ai cantieri dove aveva imparato a leggere il mare come altri leggono un libro.
Per mesi, dopo quella sera, Ombretta gli parlò solo dello stretto indispensabile: la lista della spesa, l'orario delle visite, chi doveva andare a prendere Davide in stazione. Niente di più. Carlo imparò a leggere nei suoi silenzi quanto prima leggeva le correnti marine.
Il figlio, Davide, faceva il turno di notte in un data center vicino a Fiumicino — uno di quei capannoni enormi che d'estate consumano tanta acqua di raffreddamento quanto un intero quartiere, e che il comune aveva già bloccato due volte per le proteste dei residenti sulla falda acquifera. Una notte, controllando i log dei consumi idrici insieme a un tecnico dell'impianto, si accorse che un solo capannone beveva più acqua di tre palazzine popolari messe insieme. Fu lui a fare il collegamento: se suo padre riusciva a portare energia e acqua dolce dal mare aperto, senza toccare la falda, forse esisteva un cliente disposto a pagarla bene. Chiamò un ex compagno di università che ora lavorava per un fondo di investimento di Milano, interessato a un'infrastruttura che facesse calcolo per l'intelligenza artificiale senza consumare un metro cubo d'acqua dolce di terraferma.
"Papà, o lo fai adesso, o qualcuno te lo copia," disse Davide al telefono, una domenica di gennaio, mentre fuori pioveva su tutta la costa laziale.
Carlo mise in piedi Optimal Transit insieme a un vecchio compagno di corso, Renato Squillace, ora a capo di una piccola società di ingegneria energetica a La Spezia. I soldi del brevetto non bastavano nemmeno per il primo scafo. Servivano soci, e i soci volevano garanzie che Carlo non aveva.
Fu qui che entrò in scena l'uomo che per un po' ha quasi affondato tutto: Achille Donadoni, presidente di un fondo infrastrutturale con sede a Lugano, disposto a metterci ottanta milioni di euro — a patto di prendersi il sessanta per cento della società e il controllo esclusivo dei brevetti. Carlo studiò il contratto per tre notti di fila, con Ombretta che dormiva in ospedale per un ciclo di terapia e le bollette della clinica accumulate sul comodino. Firmò senza far leggere le clausole a nessun altro avvocato: costava seicento euro solo la prima consulenza, e lui quei seicento euro li aveva già spesi in taxi per l'ospedale.
Per due anni Donadoni tenne il progetto fermo in un cassetto, aspettando solo di vendere i diritti a un colosso americano del cloud computing per una cifra dieci volte superiore. Non gli interessava l'acqua per Civitavecchia né l'elettricità per Santa Marinella: gli interessava il prezzo. In quei due anni Carlo continuò a pagare di tasca propria l'affitto del capannone a La Spezia dove teneva il primo prototipo in scala, ottocento euro al mese che toglieva dalla pensione integrativa, per non lasciarlo smontare dai creditori del fondo.
Renato se ne accorse per primo, non per caso: da mesi teneva d'occhio i movimenti societari di Donadoni, insospettito dal fatto che nessun cantiere fosse mai stato aperto nonostante gli ottanta milioni promessi. Cercò tra i verbali delle riunioni a cui non era più invitato, e trovò quello che cercava: un accordo preliminare con una società di Zurigo, mai comunicato ai soci di minoranza, che cedeva l'intero pacchetto brevetti a un prezzo dieci volte superiore a quello pattuito con Carlo. Nessun accenno a Optimal Transit, nessuna riga sul progetto originario di riportare acqua dolce e corrente pulita alle comunità costiere del Lazio. Chiamò Carlo un martedì sera e gli lesse il documento al telefono, riga per riga.
Non ci fu una scena urlata, nessuna porta sbattuta. Carlo prese un traghetto per Genova, dove Donadoni teneva l'ufficio operativo in un palazzo del centro storico, e chiese semplicemente di vedere il contratto originale di cessione dei brevetti. Una clausola, scritta da lui stesso tre anni prima quando ancora si fidava di tutti, prevedeva che in caso di mancato avvio industriale entro trentasei mesi i diritti tornassero automaticamente all'inventore.
Erano passati trentasette mesi e dodici giorni.
Carlo portò con sé un avvocato di Roma, Beatrice Corsini, e una cartellina verde con dentro il contratto originale, la perizia notarile sulla scadenza dei termini, e la lettera di revoca già pronta. Donadoni non si arrese subito: offrì un nuovo assegno da centomila euro perché Carlo firmasse una proroga di sei mesi, poi minacciò una causa civile che, disse il suo avvocato, "sarebbe durata anni e vi avrebbe prosciugato quel poco che avete". Carlo pensò agli ottocento euro d'affitto pagati ogni mese, ai due anni senza uno stipendio vero, a Ombretta che intanto aveva iniziato un secondo ciclo di terapia con esiti ancora incerti. Per una settimana non dormì, temendo che una causa lunga anni avrebbe significato vendere anche l'appartamento di Ladispoli. Poi richiamò Beatrice e le disse di andare avanti comunque.
"Il termine è scaduto, dottor Donadoni," disse Beatrice, posando sulla scrivania la lettera già firmata dal notaio. "I brevetti tornano a Bertazzoni da oggi. Se vuole fare causa, la aspettiamo: la clausola è chiara e la data è certa." Donadoni restò in silenzio, poi chiamò il suo assistente e ordinò di preparare comunque le carte per un ricorso. Il ricorso non arrivò mai: il suo stesso studio legale gli sconsigliò di proseguire, giudicando la clausola inattaccabile.
Carlo non alzò la voce. Prese la cartellina, ringraziò, e tornò al porto di Genova dove Renato lo aspettava con la prima bozza del nuovo scafo — quello che, quattro anni dopo, sarebbe diventato la nave che oggi galleggia davanti a Civitavecchia con il nome dipinto in blu sullo scafo: Kraaken.
Marina, ascoltando tutto questo nell'ufficio di Davide, chiese infine cosa fosse successo a Ombretta. Davide la portò alla finestra e le indicò il molo sotto di loro: una donna minuta, capelli corti ancora radi dalla chemio finita da un anno, stava innaffiando due vasi di basilico sistemati sul balcone di un piccolo ufficio portuale — quello che Carlo aveva affittato apposta perché lei avesse un posto vicino al mare, come voleva fin dall'inizio. "È in remissione da otto mesi," disse Davide. "Il primo mese di corrente venduta da questa nave, papà ha pagato lui, di tasca sua, la retta della clinica privata dove l'hanno seguita meglio. Non gliel'ha mai detto che veniva da lì. L'ha capito da sola guardando l'estratto conto."
Marina tornò al porto due settimane dopo, questa volta in servizio, per l'attracco di controllo della nave. Vide un residente di Santa Marinella, un pensionato di nome Aldo che riconobbe perché veniva spesso in Capitaneria a lamentarsi delle bollette, riempire una tanica alla fontana pubblica di piazza Garibaldi, riaperta da tre mesi dopo che per due estati il comune l'aveva chiusa per razionare l'acqua. "Prima portavo le taniche da mio figlio a Roma," disse Aldo, senza che nessuno gli avesse chiesto niente. "Ora la prendo qui sotto casa."
Carlo Bertazzoni oggi ha sessantasette anni. Non è più il presidente della società — ha lasciato la carica operativa a Davide, che gestisce l'intero progetto dallo stesso ufficio con vista sul porto dove Marina era andata a bussare. Ma ogni tanto, quando il mare è calmo, prende ancora il traghetto per andare a vedere la sua nave da lontano, con Ombretta seduta accanto a lui sul ponte, un thermos di caffè in mano, le mani di lei strette intorno al bicchiere di plastica più per scaldarsi che per sete, senza dire niente per tutto il viaggio.
