З життя
Il pappagallo di Piero che ordinava online
Io e Rocco viviamo insieme da sei anni, da quando l'ho preso da un allevamento vicino a Cesena dopo il divorzio. Un cenerino, becco grigio, quella cresta di piume rosse sulla coda che sembra sempre appena spettinata. Non l'ho mai considerato "il pappagallo di casa": per me è più un coinquilino scomodo che parla troppo la mattina presto.
Faccio il magazziniere in un centro logistico fuori Forlì, turni che cambiano ogni settimana, e Rocco resta da solo in cucina per otto, nove ore. Gli lascio la radio accesa, Radio Deejay di solito, perché altrimenti urla. Ha imparato a dire "Piero, caffè" perché è quello che dico io ogni mattina alle sei e mezza mentre riempio la moka. Ha imparato anche "Alexa" — non perché gliel'abbia insegnato io, ma perché io stesso parlo con quel coso dello smart speaker che mi ha regalato mia sorella per il compleanno, quello con l'anello luminoso azzurro sopra.
La faccenda è venuta fuori un martedì, verso metà settembre. Torno dal lavoro, apro la app del supermercato online sul telefono mentre aspetto l'ascensore, e trovo il carrello pieno di roba che non ho mai messo io: un cocomero, un pacco di uvetta, tre broccoli, due vaschette di gelato al pistacchio, un aquilone — un aquilone, in pieno settembre — e pure una lampadina a LED da 15 watt. Ho pensato subito a un errore dell'app, o magari a qualcuno che aveva usato il mio account per sbaglio.
Ci ho messo due giorni a capire. Ho lasciato il telefono acceso vicino all'Alexa, sono uscito davvero di casa ma sono rimasto sul pianerottolo con la porta socchiusa, e ho sentito. Rocco che diceva "Alexa" con quella vocina metallica che si è fatto, poi una pausa, poi "aggiungi gelato alla lista della spesa". L'anello si accendeva, rispondeva con la sua voce da assistente, e lui ripeteva ancora, come se avesse capito che funzionava e volesse continuare il gioco.
Non è che mi sia arrabbiato. Mi sono seduto sul divano con il telefono in mano e ho riguardato tutta la cronologia degli ordini delle ultime tre settimane — c'era anche un barattolo di semi di girasole non tostati, quelli che odio perché costano il triplo dei normali, e un paio di calzini da bambino, taglia 2-3 anni, che non so davvero spiegare. Mia sorella, quando gliel'ho raccontato al telefono, si è messa a ridere così forte che ha dovuto passare il telefono al marito.
Il problema vero non era la comicità della cosa. Era che il mio conto corrente aveva già pagato 43 euro di roba inutile, e che l'app del supermercato, avendo il metodo di pagamento salvato, confermava tutto in automatico senza chiedermi conferma vocale — un'impostazione che io stesso avevo attivato mesi prima per fare prima quando facevo la spesa a voce mentre cucinavo.
Ho passato la sera dopo a sistemare le cose per bene. Ho disattivato l'acquisto vocale diretto dall'app dell'account Amazon Alexa collegata, ho messo un PIN a quattro cifre che Rocco, per fortuna, non sa ancora ripetere — anche se gli ho sentito provare "sette" e "tre" un paio di volte, come se stesse tentando. Ho spostato lo speaker dalla cucina al corridoio, più lontano dalla sua gabbia, e ho tolto la spunta a "riordina automaticamente" che avevo attivato per il caffè in cialde.
Quella sera Rocco ha continuato a chiamare "Alexa" per un'ora buona, senza risposta, girando la testa verso il corridoio ogni volta che sentiva un rumore. Alla fine si è messo a fischiettare la sigla di un programma tv che passa sempre a pranzo, quella che ha rubato a me senza che gliel'abbia mai insegnata apposta. Mi sono seduto a terra vicino alla gabbia con la lista della spesa vera in mano, quella scritta a penna, e gliel'ho letta ad alta voce, articolo per articolo, come si fa con un bambino che vuole sapere cosa si mangia stasera. Lui ha ascoltato tutto, la testa storta, e alla fine ha detto solo: "Piero, caffè."
