З життя
Il conto della badante e la promessa fatta a nostra madre
Quarantatré euro al giorno. È la retta della RSA Villa Serena, sulla collina sopra Bergamo, dove mia sorella Ornella vive da sei mesi. Lo scrivo qui perché per anni ho avuto paura anche solo a pensarlo, figuriamoci a dirlo ad alta voce.
Mia madre è morta in una stanza dell'Ospedale Papa Giovanni XXIII, un pomeriggio di novembre, con la pioggia che batteva sulle finestre e il notiziario del televisore acceso senza audio in un angolo. Ci ha chiamati vicino al letto — io, mio fratello Dario, mia sorella Patrizia — e ci ha detto una cosa sola, con la voce che le usciva a fatica: "Promettetemi che vi prenderete cura di Ornella." Ornella ha una disabilità intellettiva dalla nascita, ha sempre avuto bisogno di qualcuno vicino. Abbiamo detto di sì tutti e tre, lì, con le mani intrecciate sopra il lenzuolo.
Io sono quella che ha preso Ornella in casa. Vivevo a Dalmine con mio marito Sergio, in un appartamento con due camere, e Ornella si è trasferita da noi tre settimane dopo il funerale. Per undici anni ho fatto l'infermiera al turno di giorno all'ospedale e sono tornata a casa ogni sera a occuparmi di lei: la spesa, le medicine, portarla dal dentista, farla ridere quando aveva le sue giornate no. Funzionava. Sergio non ha mai detto una parola fuori posto, neanche quando la nostra vita si è ristretta attorno ai bisogni di Ornella come un vestito su misura.
Poi le è cominciato il diabete, e con quello sono arrivate le complicazioni alle gambe. In un anno e mezzo è passata dal bastone alla sedia a rotelle. La nostra casa aveva i gradini all'ingresso, il bagno stretto, le porte da quarantasei centimetri che una carrozzina normale non passa neanche di striscio. Sergio si è fatto male alla schiena a sollevarla dal letto, due volte, e la seconda volta è rimasto tre settimane fermo dal lavoro.
Alla parrocchia di Santa Giulia, dove andavamo a messa la domenica, la signora Bonetti — una di quelle che sa sempre cosa dovresti fare tu con la vita degli altri — mi ha preso per un braccio dopo la funzione e mi ha detto: "Ma tu trovale un posto, un istituto, sarà più serena lì che con te sfinita." L'ho ringraziata e sono tornata a casa con la rabbia in gola per tutto il pomeriggio. Non era questione di serenità sua. Era la promessa fatta a mia madre, ed era il mio nome che avevo dato, non il suo.
Ho aspettato altri otto mesi. Ho provato con una badante, la signora Ivelina, che veniva tre ore al giorno e sollevava Ornella con me — ma tre ore non bastavano, e il costo, milleduecento euro al mese solo per quello, ci stava mangiando i risparmi più veloce di quanto guadagnassi io.
Dario viveva a Torino con la sua famiglia e diceva sempre "appena posso vengo ad aiutare", e non è mai venuto più di due volte l'anno. Patrizia, la più piccola, faceva la maestra a Brescia, aveva due figli piccoli e un marito che, diciamo, non era mai troppo entusiasta all'idea di ospitare qualcuno. Ho passato una sera intera al telefono con lei, novembre dell'anno scorso, il minestrone che bolliva sul fuoco e si attaccava sul fondo mentre io urlavo piano nel corridoio perché Sergio dormiva già.
"Non posso portarla qui, Marina, non ho lo spazio, non ho la forza fisica," mi ha detto Patrizia.
"E io ce l'ho, la forza?"
"Tu sei quella che ha sempre saputo gestire queste cose."
"Io sono quella che si è offerta undici anni fa perché nessun altro alzava la mano."
Ha chiuso la telefonata piangendo. Io sono rimasta in cucina col minestrone bruciato e ho pianto anch'io, ma per un'altra ragione: perché sapevo già, in quel momento, che avrei dovuto cercare un posto per Ornella, e mi sentivo come se stessi per tradire una donna morta.
A gennaio ho chiamato l'ASST di Bergamo Est per le informazioni sulle strutture convenzionate. Ne abbiamo visitate cinque. Due puzzavano di disinfettante e chiuso, in una gli operatori parlavano tra loro ignorando gli ospiti seduti in corridoio come mobili. Villa Serena era diversa: c'era una terrazza con le tende da sole, un giardino con due meli, e la responsabile, la dottoressa Ferrini, ha parlato per venti minuti solo con Ornella, non con me, chiedendole cosa le piacesse mangiare e se le piaceva la musica.
Il trasferimento è stato il giorno peggiore della mia vita adulta. Ornella non ha urlato, non ha fatto scenate — ha solo smesso di parlarmi per tre giorni, guardando fuori dal finestrino della stanza mentre io sistemavo i suoi vestiti nell'armadio. Il quarto giorno mi ha chiesto se le portavo lo smalto rosso ciliegia che usava sempre, quello della marca che compravamo alla Coop di Dalmine. Ho pianto in macchina nel parcheggio prima ancora di uscire dal cancello.
Sono passati sei mesi. Vado a trovarla il martedì e il sabato. Oggi è sabato, ventesimo di settembre, e il cielo su Bergamo è di quell'azzurro netto che viene solo a fine estate. Le ho sistemato la stanza, ho buttato due riviste vecchie, le ho rifatto le unghie — rosso ciliegia, sempre quello — e siamo uscite sulla terrazza con due caffè presi dalla macchinetta del corridoio, quella che fa un espresso decente per essere una macchinetta.
Ci siamo sedute vicino ai due meli, lei con la coperta sulle ginocchia anche se non fa freddo, io che le raccontavo di Sergio che ha ricominciato a russare come un trattore da quando dorme meglio.
"Marina," mi ha detto a un certo punto, girando la tazzina tra le mani, "lo sai che qui la dottoressa Ferrini mi lascia scegliere il menù del giovedì?"
"Lo so, me l'hai detto la settimana scorsa. E anche quella prima."
"Perché mi piace dirtelo."
Ho tirato fuori dalla borsa la cartellina blu che tengo sempre con me adesso: dentro c'è il contratto della retta, la delega che ho firmato in Comune per gestire la sua pensione di invalidità e pagare direttamente Villa Serena, e la ricevuta dell'ultimo bonifico, quarantatré euro moltiplicato trenta, milletrecentonovanta euro. L'ho fatta vedere a Ornella non perché dovesse capire i numeri — non le interessano — ma perché voglio che sappia che tutto è in regola, che nessuno la sposta più senza che io lo sappia per primo, che quella cartellina è la prova che ho mantenuto la promessa nel solo modo che restava possibile.
Dario ha chiamato due settimane fa chiedendo se poteva "contribuire un po'" e io gli ho mandato l'IBAN del conto dedicato che ho aperto solo per la retta di Ornella, quello che controllo ogni mese e di cui tengo l'estratto conto stampato nella stessa cartellina blu. Ha versato duecento euro, la prima volta in undici anni che mette dei soldi suoi per lei. Patrizia viene a trovarla una domenica al mese, ormai, e porta i bambini, e Ornella li adora.
Il caffè si è raffreddato mentre parlavamo del nulla, di una vicina di stanza che russa peggio di Sergio, di una gita che la struttura organizza a ottobre al Sacro Monte. Ornella ha allungato la mano e mi ha stretto il polso, con quella forza secca che ha sempre avuto nelle dita nonostante tutto il resto del corpo l'abbia tradita.
"Sei ancora mia sorella anche se non dormo più da te," ha detto.
"Lo sono sempre stata. Solo che adesso qualcun altro ti solleva dal letto e io porto lo smalto."
Ha riso, quella risata un po' storta che fa da quando ha perso due denti l'anno scorso, e ha alzato la tazzina vuota come un brindisi. Ho alzato la mia. Dietro di noi, dalla porta a vetri della sala comune, la dottoressa Ferrini ha fatto un cenno con la testa, giusto per dirci che l'ora di visita non era ancora finita, che potevamo restare quanto volevamo.
