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Il numero in rubrica che non cancellerò mai
È martedì sera, fuori cade la prima pioggerella d'autunno e nel palazzo di via Tiburtina, a Roma, i termosifoni fanno di nuovo quel rumore di tubi che sbattono, come ogni anno quando li accendono. Sono seduta sul bordo del letto con il telefono in mano, guardo il contatto "Mamma – Terni". Un numero che ho composto forse mille volte. Non esiste più una SIM che risponda, ma cancellarlo non ce la faccio.
Mi chiamo Barbara, ho quarantadue anni, faccio l'infermiera al reparto di medicina interna del San Camillo. Mia madre si chiamava Vera. È morta tre anni fa, a novembre, due giorni dopo che al telefono avevamo discusso se farsi operare al ginocchio. Mi disse: "Non ti preoccupare, tesoro, aspetta la primavera." La primavera non è più arrivata.
Sono cresciuta con lei sola, senza papà — se n'è andato quando avevo quattro anni, e mamma ha preso due lavori per mantenere me e la nonna, che viveva con noi in una stanza sola in periferia. Aveva sempre addosso l'odore di un'acqua di colonia economica e di olio bruciato della mensa dove cucinava i pranzi a sei euro. Ricordo che una volta, tornata a casa con un livido dopo una lite con una compagna di scuola, a mamma non interessava chi avesse cominciato — le interessava se mi ero difesa con dignità. Mi tagliò il pane col burro, lo posò davanti a me sulla tovaglia e disse solo: "Domani gliele dai in modo che non debba più alzare la mano su di te."
Nell'ultimo anno della sua vita andavo da lei ogni due weekend, col treno regionale delle 7:14 da Roma Termini, tre ore e quaranta di viaggio. Viveva da sola in un piccolo appartamento in periferia a Terni, dove il vicino, il signor Rossi, le portava giù la spazzatura perché dopo l'operazione al cuore le scale non ce la faceva più a farle. Verso metà ottobre notai che sul fornello bruciava un bruciatore a gas sotto una pentola vuota — arroventata, il manico ormai molliccio. Lo spensi, aprii la finestra e le chiesi da quanto tempo fosse acceso. "Da poco", rispose. Nel pomeriggio mi chiese tre volte se avevo mangiato, sempre con le stesse parole, come se fosse la prima volta che me lo domandava. Mi ero ripromessa di chiamare l'ambulatorio nel weekend e prendere un appuntamento, ma era domenica, l'ambulatorio era chiuso, e il lunedì avevo il turno di dodici ore in reparto. Rimandai alla settimana dopo. Poi ancora oltre.
Sabato 4 novembre mi chiamò alle sette del mattino. Disse che il ginocchio le faceva così male da non riuscire ad appoggiare il piede. Ci accordammo che il martedì l'avrei accompagnata dall'ortopedico all'ospedale, prenotando per le otto. La domenica sera mi scrisse ancora un messaggio: "Buonanotte, piccola, chiamami domattina così so a che ora arrivi." Le risposi: "Ti chiamo alle sette, dormi." Il lunedì alle sette non rispondeva. Riprovai alle 7:05, alle 7:12, alle 7:20 — ogni volta squillava a lungo e poi partiva la voce registrata che diceva che l'utente non era raggiungibile. Alle 7:35 chiamai il vicino. "Signor Rossi, mi scusi, può andare a controllare mia madre, non mi risponde." Lo sentii ansimare mentre saliva le scale, poi bussare, poi un silenzio che si allungò così tanto che mi sedetti sul pavimento della cucina, la schiena appoggiata al mobile. Quando tornò a parlare aveva una voce diversa, piatta: "Barbara, è nell'ingresso. Ha ancora la cornetta in mano." Mi disse di chiamare il 118, che lui sarebbe rimasto sulla porta, e riattaccò, perché non sapeva cosa fare con quel telefono ancora stretto nella mano di mia madre, e non voleva toccarlo.
Il funerale si tenne a Terni, al cimitero dietro l'ospedale, pioveva come oggi. Pagai 1.800 euro per la cerimonia, feci stampare i manifesti funebri da una tipografia vicino casa, vennero una trentina di persone — ex colleghe della mensa, vicini, due colleghe del San Camillo. Papà non si fece vedere, anche se mio cugino lo aveva chiamato dandogli data e ora.
Dopo il funerale non toccai per due mesi la chiave di casa sua, appesa nel cassetto dell'ingresso. Alla fine ci andai con Elisa, allora aveva nove anni, e mettemmo i vestiti della nonna dentro scatoloni presi al supermercato. A un certo punto Elisa tirò fuori dall'armadio un maglione viola di mia madre, se lo portò al viso e disse: "Ha l'odore della nonna quando andavamo in treno." Mi sedetti sul letto e per un po' tenni in mano solo una gruccia vuota. Nel cassetto del comodino trovai poi un quaderno — a righe, comune, con le liste della spesa, i numeri dei vicini, e nell'ultima pagina scritta una frase, con la sua calligrafia minuta: "Barbara starà bene. Le ho insegnato tutto quello che sapevo."
Quel quaderno lo tengo adesso a casa mia, nel cassetto accanto al letto, proprio vicino al telefono con il numero che non cancellerò mai. L'appartamento l'abbiamo venduto insieme a mio cugino, d'accordo, per 95.000 euro — non volevo viverci da sola tra quei ricordi, e affittarlo a qualcun altro non mi andava. Con una parte dei soldi ho messo da parte per la scuola dei miei figli, 300 euro li ho donati all'hospice che ha accompagnato mia madre nelle ultime settimane, e il resto l'ho depositato su un conto che ho chiamato semplicemente: "Mamma."
Stasera, mentre i termosifoni sbattono ed Elisa nella stanza accanto ascolta la musica troppo alta, apro quel quaderno e rileggo l'ultima frase. Sotto, scrivo a matita la mia: "Domani chiamo la dottoressa per Antonio. Non lo rimando più." Poi appoggio il telefono sul comodino, accanto al quaderno, spengo la luce e nel buio compongo ancora una volta quel numero — solo per sentirlo squillare una volta, prima che parta la voce registrata.
