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Il sottotetto di Giulia a Positano

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Il sottotetto di Positano

C'era un cassetto, nella credenza della cucina di Giulia Ferraresi, che nessuno in paese aveva mai visto aperto. Dentro, un orologio da taschino tedesco fermo alle undici e venti, e una fotografia sbiadita di un uomo in borghese che sorrideva davanti a un forno da ceramista. Giulia lo teneva chiuso a chiave, e la chiave la portava appesa al collo, sotto la camicetta, insieme a una medaglietta della Madonna.

Era il 1943 quando tutto cominciò, in un ospedale da campo allestito in una scuola elementare requisita vicino a Salerno. Lei aveva diciannove anni e lavorava come interprete: suo nonno era stato minatore in Vestfalia prima della Grande Guerra e le aveva insegnato il tedesco tra un bicchiere di vino e l'altro, seduti sull'aia. Fu lì, tra le brande e l'odore di disinfettante, che conobbe Heinrich Berger, ventun anni, sottufficiale della Wehrmacht ferito a una gamba durante i combattimenti. Prima della guerra dipingeva piatti in una manifattura di porcellane vicino a Dresda. Sognava di fare l'artista, non il soldato.

Non fu un colpo di fulmine da romanzo. Fu una cosa lenta: lei gli cambiava le bende parlandogli piano per non svegliare gli altri feriti, lui le disegnava fiori sul palmo della mano con la punta di una matita, e quando lei rideva si guardava intorno subito dopo, come per verificare che nessuno l'avesse vista ridere con un tedesco. Giulia lavorava anche all'ufficio di collocamento del comune, quello che l'amministrazione tedesca usava per stilare le liste di chi doveva partire per il lavoro forzato nel Reich. Falsificò due certificati medici, dichiarando una tubercolosi che non esisteva, per due ragazzi di Positano che altrimenti sarebbero finiti in una fabbrica di Norimberga. Ma alla fine il suo nome finì comunque in una di quelle liste, e fu Heinrich a farlo sparire, corrompendo un funzionario dell'ufficio reclutamento con due bottiglie di grappa e l'orologio da taschino di suo padre — quello che poi, chissà come, tornò sempre nel cassetto della credenza.

Poi il fronte si spostò, gli Alleati risalirono la penisola, e i ruoli si capovolsero. Per i partigiani della zona e per chi tornava dai campi di prigionia, un ufficiale tedesco era un nemico da processare o, più semplicemente, da fucilare contro un muro senza troppe domande. Heinrich lo sapeva. E Giulia prese una decisione che le sue vicine avrebbero definito follia, se solo l'avessero saputo.

Lo nascose nel sottotetto della casa di famiglia a Positano, sopra la stalla, dietro un tramezzo di canne e paglia che suo padre aveva costruito per stipare il grano.

Era la notte del 12 settembre 1944, tre giorni dopo che gli inglesi erano entrati a Salerno, quando bussarono alla porta due carabinieri e un uomo del CLN che nessuno in paese aveva mai visto prima. Cercavano un tedesco disperso, ferito, avvistato sulla mulattiera per Nocelle. Giulia li fece entrare, offrì loro un bicchiere di vino della casa e restò appoggiata allo stipite della porta a raccontare, con calma esasperante, del raccolto di quell'anno e di suo padre morto due inverni prima. Sopra la loro testa, in centoventi centimetri d'altezza tra le travi, Heinrich stava rannicchiato su un fianco con la bocca contro l'avambraccio, il fiato trattenuto a scatti brevi per non farlo sibilare. Uno dei carabinieri batté il calcio del fucile contro il soffitto, due colpi secchi, per sentire se rispondesse un'eco diversa. Passò un tempo lunghissimo, forse trenta secondi, prima che l'uomo abbassasse il fucile e dicesse: «Sarà scappato verso Praiano». Se ne andarono all'alba. Giulia salì appena richiusa la porta, e lo trovò con un livido sul labbro, dove si era morso per non tossire.

I primi due anni Heinrich non scese quasi mai. Passarono così non settimane, non mesi: passarono anni. Fuori, il paese si riempiva di nuove leggi, di manifesti elettorali, della radio che annunciava la Ricostruzione. Sopra la stalla, Heinrich imparava l'italiano ascoltando Giulia parlare da sola mentre stendeva i panni, e piano piano cominciò a scendere di notte per aggiustare sveglie rotte e macchine da cucire che i vicini portavano a Giulia senza sapere chi in realtà mettesse mano agli ingranaggi.

Disegnava motivi per gli scialli che Giulia rivendeva al mercato del giovedì a Salerno — dodici, tredici lire l'uno, un piccolo tesoretto che finiva in un barattolo di latta — e con gli anni progettò lui stesso l'ampliamento della casa: una stanza in più, con una finestra piccola che dava sul mare e che nessuno, passando per la strada, avrebbe potuto notare da un'angolazione diversa da quella giusta.

Nel 1948 Heinrich divenne, sulla carta, un altro uomo. Si chiamava Vincenzo Amato, e quel nome gli fu assegnato da un impiegato dell'anagrafe di Positano, un cugino alla lontana di Giulia di nome Alfonso, che compilò un atto di nascita falso datato 1922 — «tanto i registri della guerra sono mezzi bruciati, chi vuoi che controlli» disse, mentre intingeva il pennino — e ne aprì soltanto uno su un documento nuovo di zecca. Con quel nome Heinrich visse il resto della sua vita.

Ebbero un figlio, Marco, che crebbe convinto di avere un padre calabrese trasferitosi a Positano da ragazzo per fare il muratore. Nessuno gli disse mai la verità, finché non ebbe trentanove anni e i genitori, una sera d'inverno del 1985, con la stufa a legna accesa e il vino sul tavolo, gli raccontarono tutto.

Nell'estate del 1986 Heinrich chiese a Giulia di accompagnarlo alla caserma dei carabinieri di Amalfi. Erano passati quarantadue anni dalla notte sulla mulattiera per Nocelle. La mattina prima si rase con cura, indossò la giacca buona, quella dei matrimoni, e in tasca mise l'orologio da taschino, come per avere una prova in caso non gli credessero. Al maresciallo Antonio Calise, che lo ricevette convinto si trattasse di un furto di bestiame, disse in un italiano ormai perfetto, macchiato appena da qualche vocale troppo aperta: «Mi chiamo Heinrich Berger, sono un disertore tedesco della Wehrmacht, e sono qui da quarantadue anni sotto falso nome». Il maresciallo posò la penna, lo guardò a lungo, poi chiese soltanto: «E la signora Amato lo sa?». Giulia, seduta accanto a lui, rispose per prima: «Sono io che l'ho nascosto». Le indagini non trovarono nulla che lo collegasse a crimini di guerra: era stato un sottufficiale di fanteria, non un uomo delle SS, e i registri recuperati dagli archivi di Friburgo lo confermarono. Nella primavera del 1987 gli concessero la regolarizzazione con un documento a nome Heinrich Berger. Per la prima volta dal 1943 poteva chiamarsi con il proprio nome davanti a un funzionario dello Stato.

In Germania lo credevano morto da tempo. Il suo nome era inciso su una lapide commemorativa nel cimitero del suo paese natale vicino a Dresda, tra i caduti del battaglione — HEINRICH BERGER, 1922-1944, disperso in combattimento in Italia. Quando ci tornò, nell'ottobre del 1987, si fece portare direttamente lì da un tassista prima ancora di cercare casa sua. Restò in piedi davanti alla lapide per un quarto d'ora, senza toccarla, poi tirò fuori un fazzoletto e ci pulì sopra il muschio con gesti piccoli, come si fa con un mobile di famiglia. La casa dell'infanzia era diventata un supermercato della catena Konsum: dove c'era stata la bottega di suo padre ora c'erano gli scaffali dei detersivi, e la commessa alla cassa, quando le chiese se sapeva chi avesse abitato lì prima, scrollò le spalle e disse che il negozio esisteva "da sempre". Ritrovò due cugini ormai anziani, che lo abbracciarono piangendo e poi, a cena, non seppero più cosa dirgli. Restò tre settimane, dormendo in un albergo perché la sua città non aveva più un letto per lui.

Poi tornò. Non in Germania: a Positano, da Giulia, nella casa con il sottotetto dove aveva vissuto quarantadue anni trattenendo il respiro ogni volta che qualcuno bussava alla porta. Restò lì fino alla fine, e lì venne sepolto, nel piccolo cimitero sulla collina, sotto una lapide che porta scritto Vincenzo Amato e, più piccolo, tra parentesi, il nome che aveva portato per i primi ventun anni della sua vita, prima di conoscere Giulia.

Marco ha oggi settantatré anni e vive ancora in quella casa. Ogni tanto apre il cassetto della credenza, tira fuori l'orologio da taschino fermo alle undici e venti e la fotografia dell'uomo davanti al forno da ceramista, e li rimette a posto senza dire niente a nessuno. La chiave, ora, ce l'ha lui.

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