Connect with us

IT

Il campionato che mio padre voleva lasciare

Published

on

Mi chiamo Sergio, ho 46 anni e abito a Torino, due isolati dallo stadio. Mio padre si chiama Manuel, ha 75 anni, e per trentasette domeniche su trentotto all'anno — l'ho contato una volta, su un foglio, mentre aspettavo in autostrada un rinvio della partita — è stato seduto vicino a me allo stadio Olimpico Grande Torino. Questa storia la racconto io, perché quella mattina di marzo in cui lui ha deciso di smettere, io ero quello che non capiva niente.

Avevo nove anni quando mio padre mi ha portato alla prima partita. Mia madre mi aveva comprato una sciarpa granata troppo grande, mi arrivava quasi alle ginocchia, e io passai il primo tempo a guardare gli altri tifosi invece del campo — questo me l'ha raccontato lui dopo, io ricordo solo l'odore di caldarroste fuori dai tornelli e il freddo che mi entrava nelle scarpe. Da quel giorno la domenica era nostra. Da ragazzino compravamo un panino al tonno alla bancarella vicino all'ingresso, sempre lo stesso uomo, sempre la stessa battuta sul Toro che non vinceva da una vita. Da adolescente arrivavo con gli amici ma poi mi sedevo comunque vicino a lui. Quando ho cominciato a lavorare in officina, quando ho conosciuto Chiara, quando ci siamo sposati e sono arrivati Lorenzo e poi Giulia — la vita si è complicata, gli orari sono diventati un incubo, ma la domenica restava libera. Per lui. Per noi due.

Quello che mio padre non sa — o forse ha sempre saputo e non ha mai detto — è che per me quelle tre ore non erano calcio. Erano l'unico momento della settimana in cui potevo essere ancora suo figlio e basta, non il marito stanco, non il padre che non dorme, non il meccanico che deve consegnare un'auto martedì a tutti i costi. Gli ho raccontato cose su quello spalto che non ho mai detto a mia moglie. Il giorno che mi hanno licenziato dall'officina dove lavoravo prima, gliel'ho detto camminando verso lo stadio, non a tavola: sapevo che lui non avrebbe fatto una scena, e che dopo avremmo avuto novanta minuti per non parlarne più. Quando è nato Lorenzo e io non dormivo da quattro notti, quella domenica allo stadio è stata la prima ora in cui mi sono sentito di nuovo una persona normale, non un automa che scalda il latte alle tre di notte.

Lui non lo sapeva. Per lui erano state chiacchiere qualunque, in macchina, in metro, davanti a una birra prima del fischio d'inizio.

A marzo, davanti a un caffè al bar sotto casa sua, mi ha detto che dalla stagione prossima non sarebbe più venuto tutte le domeniche. Voleva darmi l'abbonamento, così potevo usarlo con chi volevo. Mi ha spiegato che le scale dello stadio gli facevano male alla schiena, che il rumore lo stancava, che in inverno aveva freddo anche con tre maglioni addosso. Pensava che mi avrebbe fatto piacere avere libertà, andare con gli amici, portare Lorenzo.

Io sono rimasto a guardare il tavolino. Poi gli ho chiesto, e mi è uscita una voce che non riconoscevo neanche io: «Non vuoi più venire con me?»

Lui si è bloccato con la tazzina a metà strada. Ha detto che non c'entravo niente, che era solo stanco, che io potevo andare con gli amici quando volevo, qualsiasi giorno. Gli ho risposto che gli amici li vedo quando voglio, ma che la domenica con lui non la posso vedere "quando voglio" — o c'è, o non c'è più. E lì gli ho detto tutto quello che non gli avevo mai detto: il licenziamento, le notti con Lorenzo neonato, il fatto che per me non era mai stato il Toro-Juve o il Toro-Milan, era lui.

Mio padre è rimasto con le mani intorno alla tazzina già vuota, girandola piano sul piattino senza bere. Poi ha detto una cosa che non mi aspettavo: che lui si era convinto che fossi io ad andarci per dovere, per non deluderlo, ormai quarantaseienne con due figli e un lavoro, e che gli sembrava giusto liberarmi da quell'obbligo prima che diventasse un peso fisico anche per lui, prima che non potesse più fare le scale e si sentisse in colpa per questo.

Non abbiamo smesso del tutto. Abbiamo cambiato la regola. Adesso viene allo stadio una volta al mese, lo decidiamo insieme guardando il calendario sul telefono di Chiara, quello con gli abbonamenti. Le altre domeniche vado con Lorenzo, che ormai ha sedici anni e si lamenta della fila al bagno esattamente come facevo io, o vado da solo, o con un collega dell'officina. Quando viene lui, non corriamo più per arrivare in tempo. Entriamo con mezz'ora di anticipo e ci sediamo al bar di fronte all'ingresso curva Maratona, quello che fa ancora i tramezzini col tonno, anche se adesso costano due euro e ottanta e non più le cento lire di quando ero piccolo io.

Il mese scorso siamo andati insieme, Toro-Lecce, due a uno per noi. Tornando verso casa a piedi gli ho raccontato un problema con un fornitore che mi stava mandando pezzi sbagliati da tre settimane. Lui ha ascoltato senza dire niente, le mani nelle tasche del giaccone, finché non gliel'ho chiesto io un consiglio. Si è fermato all'angolo di via Filadelfia, proprio davanti alla serranda dell'officina del gommista che chiude sempre troppo presto, e mi ha detto di cambiare fornitore prima che il problema diventasse mio con un cliente, non suo con me.

«Fallo prima che sia tardi» ha detto, e mi ha dato una pacca sulla spalla, la stessa identica pacca di quando avevo nove anni e lui mi aggiustava la sciarpa che continuava a scivolarmi sul naso.

Poi si è girato verso casa sua, con le chiavi dell'officina che mi tintinnavano ancora in tasca, e ha aggiunto, già tre passi avanti: «Lunedì andiamo a prendere quel caffè, prima che io mi dimentichi anche questo».

Click to comment

Leave a Reply

Ваша e-mail адреса не оприлюднюватиметься. Обов’язкові поля позначені *

двадцять − 16 =

Також цікаво:

IT21 хвилина ago

Il bagno delle nove e un quarto a Sabaudia

Faccio il bagnino allo stabilimento da sei stagioni, e di solito alle nove e un quarto del mattino la spiaggia...

HU21 хвилина ago

Kréta a kapualjban

Pontosan két hete történt, szerda reggel, amikor hazaértem a műszakból, és ott álltam a lépcsőház előtt, mint egy idióta, mert...

BG21 хвилина ago

Котката на Марин Петков

Тя драска, значи го мрази — така си мислех първите седмици. Казвам се Марин Петков, на четиридесет и три съм,...

IT56 хвилин ago

Il campionato che mio padre voleva lasciare

Mi chiamo Sergio, ho 46 anni e abito a Torino, due isolati dallo stadio. Mio padre si chiama Manuel, ha...

BG1 годину ago

Доверителният фонд на Боряна Велева

Дървото на живота Шест месеца преди развода ми, в сряда следобед, аз седях в чакалнята на Алианц Банк на булевард...

BG2 години ago

Тайната зад банята на улица „Пирин“

Тайната зад банята на улица „Пирин" Казвам се Красимир. От осем месеца живея с чувството, че съм обвиняем в собствения...

BG2 години ago

Пазарят на кучето с белега

Казвам се Венцислав Тодоров, на петдесет и осем съм, и от четиринадесет години имам месарница на пазара в Карлово. Жената,...

HU3 години ago

A birtokon túl: Hódossy Bence és az apa, aki egyedül maradt a kerttel

Lehetett volna akármelyik keddi délután Szentendrén. A Bogdányi úti kertes ház teraszán egy idős férfi térdelt a paradicsompalánták között, kesztyűben,...