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Il computer portatile al tavolo dei bambini

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Mia sorella Noemi mi sussurrò all'orecchio, proprio mentre mi spingeva verso il fondo della sala: "Stai alla larga dall'ingresso principale, Teo. Gli ospiti importanti devono passare di lì senza inciampare in te."

Era il giorno del suo matrimonio, in una tenuta vinicola sopra Montalcino, e trattarmi come un intralcio le riusciva evidentemente più facile che scegliere il colore delle tovaglie.

Io avevo trentuno anni, indossavo il completo blu notte che lei stessa aveva scelto per me settimane prima, e portavo tra le braccia un regalo che mi era costato quasi due mesi di stipendio: una macchina per il caffè professionale, la stessa che usano i baristi di Torino, con tanto di portafiltro in ottone.

La sala sembrava uscita da una rivista di design. Lampadari di Murano, centrotavola di peonie bianche, camerieri in guanti bianchi che scivolavano tra gli ospiti con vassoi d'argento, un quartetto d'archi che suonava sottovoce vicino alle vetrate affacciate sui filari.

Quello era l'ambiente in cui Noemi si sentiva finalmente a casa. Aveva sempre misurato il valore delle persone dal biglietto da visita che portavano, e ogni invitato, per lei, era un'occasione di affari da non sprecare.

Mentre sistemavo i gemelli alla camicia, mi venne incontro con quell'espressione che le conoscevo bene, quella che diceva: la tua sola presenza rischia di rovinarmi la serata.

"Cosa ci fai ancora qui vicino alla porta?" disse, abbastanza forte da farsi sentire da due invitati che passavano.

"Sono venuto a festeggiare tuo marito. E te," risposi, senza capire.

Lei sospirò, teatrale.

"Blocchi il passaggio."

"Il passaggio?"

Guardò l'orologio.

"Da un momento all'altro arriva il consiglio direttivo di Lanterna Energie Rinnovabili. E qualche investitore di Milano. Non posso permettermi distrazioni in ogni fotografia."

I suoi occhi scorrevano critici sul mio completo, sulla cravatta che lei stessa mi aveva imposto di comprare in un certo negozio di Firenze.

"Sono tuo fratello."

"Per questo ti ho trovato un posto più adatto."

Spiegò il tableau con le disposizioni dei tavoli e indicò il Tavolo Diciotto, incastrato tra le porte di servizio e l'ingresso della cucina. Sul segnaposto, disegnati a mano, c'erano dei palloncini colorati.

Era, senza possibilità di equivoco, il tavolo dei bambini.

"Noemi… lì ci sono i figli dei cugini."

"E ci sarà anche la zia Pina, novantadue anni, sorda come una campana. Avrai compagnia," rispose, come se mi stesse facendo un favore.

"Vuoi davvero che io ceni con dei bambini di otto anni?"

La sua pazienza finì lì.

"Tu non appartieni al tavolo dei dirigenti. Loro sono qui per costruire relazioni, per chiudere affari. Tu scrivi software per conto tuo da un monolocale, non fai parte di quel mondo. Mangia, stai tranquillo, e per favore non farmi fare brutta figura."

"Lavoro quanto chiunque altro in questa sala."

Rise, con quel tono che usava quando voleva chiudere una discussione.

"Programmare applicazioni per piccole aziende non è esattamente il genere di cosa che impressiona un consiglio di amministrazione."

Poi il suo viso si fece serio.

"E qualsiasi cosa tu faccia, non presentarti a Vittorio Lanterna."

Indicò con il mento la lista degli invitati d'onore.

"Un uomo che vale quattrocento milioni di euro non ha bisogno di chiacchiere casuali con mio fratello minore."

Senza aspettare risposta, si allontanò per salutare un gruppo di invitati in doppiopetto.

Quello che Noemi non sapeva era che Vittorio Lanterna non era, per me, un semplice nome letto su una rivista economica.

Mi sedetti al Tavolo Diciotto con la macchina da caffè ancora incartata sotto la sedia, tra due gemelli di sei anni che litigavano per un pastello rosso e la zia Pina che mi chiedeva, gridando, se ero "quello che aggiusta i computer". Dissi di sì, perché spiegare che gestivo un'azienda di software con dodici dipendenti a Bologna avrebbe richiesto più fiato di quanto la sala da pranzo permettesse.

Vidi Noemi muoversi tra i tavoli come una ballerina che conosce ogni passo a memoria, fermandosi proprio davanti al tavolo principale, quello riservato ai dirigenti di Lanterna Energie Rinnovabili. Suo marito Edoardo, che lavorava come responsabile commerciale junior proprio in quell'azienda, aveva passato mesi a organizzare quella serata sperando che il fondatore, Vittorio Lanterna, si fermasse almeno un'ora prima di tornare a Milano.

Vittorio Lanterna arrivò con vent'anni di ritardo rispetto all'orario scritto sull'invito e con un'espressione di chi aveva accettato di venire solo per cortesia verso un dipendente fedele. Salutò Edoardo con una stretta di mano educata, scambiò due frasi con Noemi, osservò il tavolo principale allestito con i fiori più costosi della sala — e poi, senza dire nulla a nessuno, si voltò e cominciò a camminare verso il fondo del salone.

Verso il Tavolo Diciotto.

Si fermò davanti a me, osservò la scatola ancora incartata sotto la mia sedia, e disse: "Quella è una Rossetti Gamma, vero? Il portafiltro in ottone si vede dall'imballaggio."

Alzai gli occhi, sorpreso. "Sì. L'ho ordinata da un torrefattore di Torino che conosco."

"Sei Teo Falconi," disse, non come domanda. "Hai scritto il sistema di monitoraggio energetico che usiamo in tre dei nostri impianti in Puglia. L'abbiamo acquistato tramite una software house di Bologna due anni fa. Non sapevo che il fondatore fosse il fratello della sposa."

Un silenzio pesante scese sul tavolo principale, dove Noemi ed Edoardo si erano appena voltati a guardare, increduli, l'uomo da quattrocento milioni di euro che si accomodava su una sedia di plastica tra due bambini e una signora di novantadue anni, chiedendo alla zia Pina se poteva passargli il pane.

Vittorio rimase al Tavolo Diciotto per quaranta minuti. Parlammo di algoritmi predittivi per i guasti nelle turbine eoliche, della zia Pina che insisteva a chiamarlo "il ragazzo che aggiusta le lampadine", e dei suoi piani per espandere l'azienda anche in Sardegna. Noemi, dall'altra parte della sala, teneva in mano un calice di Prosecco che non toccava più, con l'espressione di chi sta facendo i conti e non le tornano.

Alla fine Vittorio si alzò, mi strinse la mano davanti a tutta la sala e disse, abbastanza forte perché arrivasse fino al tavolo principale: "Teo, lunedì chiamo il tuo ufficio. Vogliamo discutere un contratto quadro per tutti i nostri impianti, non solo per tre. E magari la prossima volta mi inviti tu a cena, così evito il tavolo dei dirigenti e torno subito da te e dalla signora Pina."

Si avvicinò poi a Noemi, che aveva smesso di respirare normalmente da almeno un minuto, e aggiunse soltanto, con tono cordiale: "Tuo fratello costruisce il software che fa funzionare metà dei miei impianti. Buona fortuna per il matrimonio."

Edoardo diventò bianco come la tovaglia. Noemi aprì la bocca per rispondere, ma non uscì nulla; intorno, ai tavoli vicini, qualcuno smise di mangiare per un istante, e quello fu tutto il commento di cui ci fu bisogno.

Il lunedì seguente firmai il contratto quadro con Lanterna Energie Rinnovabili. Quella sera, prima di spegnere il computer, apersi l'app della banca, cercai il nome di Noemi tra i contatti, digitai 1.200 euro nel campo dell'importo e nella causale scrissi "saldo prestito casa Siena". Rilessi la frase una volta, poi premetti invia.

Tornai al Tavolo Diciotto solo per prendere la scatola della macchina da caffè, ancora incartata sotto la sedia. La zia Pina mi guardò e disse, gridando come sempre: "Quella non è mica per me, vero?" Risi, gliela misi comunque tra le braccia, e la lasciai lì, felice, a girarla tra le mani come un regalo tutto suo.

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