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Il contratto del Caffè Bellavista
«Voglio Marta.»
La voce di Sofia tagliò la sala banchetti più forte dell'orchestra.
Era il tredici settembre, una domenica di festa a Verona, e il Grand Hotel Due Torri aveva riservato il salone dorato per la festa di fidanzamento di Lorenzo Conti. Sofia, sette anni, stava in mezzo al pavimento di marmo, le manine chiuse a pugno, gli occhi lucidi ma decisi. Intorno a lei, duecento invitati in abito da sera erano ammutoliti. In fondo alla sala, vicino al carrello dei dolci, una cameriera in uniforme nera e grembiule bianco era rimasta immobile, una mano sulla bocca.
Sofia la indicò.
«Voglio Marta.»
Suo padre, Lorenzo, corse verso di lei, il viso scuro di vergogna.
«Sofia, ti rendi conto di cosa stai dicendo?»
La bambina non arretrò.
«Sì.»
Dietro Lorenzo, la fidanzata Giulia Ferretti restava immobile in un abito color champagne, il sorriso già svanito. Quella festa doveva dimostrare a tutta Verona che la famiglia Conti era di nuovo a posto: un padre perfetto, una figlia perfetta, una sposa nuova e perfetta. Lorenzo aveva speso quattordicimila euro per quella serata, ogni dettaglio studiato per convincere i Ferretti — proprietari di tre concessionarie Alfa Romeo in provincia — che valeva la pena imparentarsi con lui.
Sofia aveva appena mandato tutto in frantumi.
Marta scosse la testa, gli occhi che si riempivano di lacrime.
«Tesoro, per favore… torna da papà.»
Sofia corse da lei e le afferrò il polso con entrambe le mani.
«No. È la sola che mi abbraccia davvero.»
La sala si fece silenziosa.
La rabbia di Lorenzo vacillò.
«Cosa vuol dire questa storia?»
Sofia guardò Marta, il viso che tremava.
«Quando piangevo di notte…» La voce le si spezzò. «Mamma.»
Nessuno in quella sala sapeva che tre anni prima, quando la moglie di Lorenzo era morta in un incidente sulla A4 vicino a Soave, era stata Marta — allora governante part-time nella villa dei Conti a Valpolicella — a dormire sul pavimento della cameretta di Sofia per sei mesi, perché la bambina non si addormentava senza una mano sulla schiena. Lorenzo, travolto dal lutto e dall'azienda di famiglia, un'impresa di laterizi che rischiava il fallimento, non si era mai accorto di chi stesse davvero tenendo in piedi quella casa.
Giulia fu la prima a riprendersi. Si avvicinò con passo misurato, il sorriso ricostruito in un secondo.
«È solo una bambina confusa. Lorenzo, falla portare via.»
Ma Sofia stringeva il polso di Marta come una morsa.
«Chiedile cosa c'è nella scatola di latta sotto il mio letto. Chiedile della cicatrice che ho sul ginocchio, di quando sono caduta dal melo a Fumane. Chiedile il nome del mio orsacchiotto.»
Marta cercò di liberarsi, la voce rotta. «Sofia, non è il momento…»
«Rispondi» disse Lorenzo, e per la prima volta nella serata la sua voce non era rabbia, era qualcos'altro.
Marta chiuse gli occhi. «Si chiama Bruno. La cicatrice è del giugno di tre anni fa, sette punti, dottor Ranieri al Pronto Soccorso di Negrar. Nella scatola ci sono i disegni che faceva per sua madre, quelli che non voleva buttare.»
Il silenzio nella sala durò troppo a lungo perché qualcuno potesse ancora definirlo imbarazzo.
Fu allora che Elvira Conti, la madre di Lorenzo, si fece avanti dal tavolo d'onore, il viso teso. «Lorenzo, è ora che tu sappia una cosa. Quella ragazza non è una cameriera qualsiasi assunta per stasera.»
«Mamma, di che parli?»
«L'ho licenziata io. Dieci mesi fa. Ho detto a tutti che se ne era andata per cercare un lavoro migliore a Milano. Non era vero. L'ho cacciata perché avevo paura che Sofia si affezionasse troppo a lei prima che tu trovassi una nuova moglie adatta. Pensavo fosse la scelta giusta per questa famiglia.»
Lorenzo si voltò verso la madre come se non la riconoscesse. «L'hai cacciata di casa senza dirmi niente? E Sofia ha pianto per settimane e io pensavo fosse ancora il lutto per la mamma.»
«Era per Marta» disse Elvira, la voce improvvisamente piccola. «Volevo proteggerti. Ho sbagliato.»
Giulia, capendo che la serata le stava scivolando dalle mani, tentò un'ultima mossa. Prese il microfono del presentatore, ancora acceso sul leggio vicino all'orchestra.
«Amici, scusate questo piccolo intoppo. I bambini a volte si affezionano a chi li accudisce, è normale. Brindiamo comunque a…»
«Non è un intoppo» disse Lorenzo, togliendole il microfono dalle mani con una calma che zittì anche l'orchestra. «È mia figlia che mi sta dicendo, davanti a duecento persone, chi l'ha cresciuta per tre anni mentre io ero chiuso nel mio ufficio di Via Mazzini a piangere mia moglie e a salvare la fabbrica.»
Si voltò verso Marta, che ancora stringeva la mano di Sofia.
«Perché non mi hai mai detto niente, in questi dieci mesi? Avresti potuto chiamarmi.»
«E dirti cosa, signor Conti?» rispose Marta, la voce finalmente ferma. «Che sua madre mi aveva pagato l'ultimo mese e mi aveva detto di non farmi più vedere? Avevo firmato una liberatoria. E lei era troppo preso dai fornitori e dalle banche per chiedersi perché sua figlia piangesse ogni notte.»
Lorenzo si voltò verso Giulia. «Il matrimonio con i Ferretti era per salvare le concessionarie legate ai nostri laterizi. Lo sapevi.»
«E ora cosa farai, rovinerai l'accordo per una tata?» La voce di Giulia era salita di un'ottava.
«Farò quello che dovevo fare dieci mesi fa» disse Lorenzo.
Non ci fu urlo, non ci fu scena. Lorenzo chiamò l'avvocato di famiglia, presente al tavolo accanto come ogni invitato importante, e gli chiese un foglio e una penna lì, davanti a tutti. Annullò pubblicamente l'intesa con i Ferretti, restituendo l'anello che Giulia portava al dito in una scatolina di velluto che aveva già in tasca per la cerimonia — pronto, ironicamente, per un altro momento della serata. Giulia lasciò la sala senza una parola, il tacco delle scarpe che batteva sul marmo come l'unico applauso che nessuno osava dare.
Tre settimane dopo, nello studio del notaio Bianchi in centro a Verona, Lorenzo firmò due documenti. Il primo intestava a Marta un contratto regolare e retroattivo come responsabile della crescita di Sofia, con uno stipendio di tremilacinquecento euro al mese, documenti in regola, contributi versati dal primo giorno in cui aveva messo piede in quella casa tre anni prima — un conto arretrato di quasi quarantamila euro che Lorenzo saldò in un unico bonifico. Il secondo documento era l'atto di acquisto di un piccolo locale in Via Sottoriva, affacciato sull'Adige: il Caffè Bellavista, che Marta aveva sempre detto, senza troppa convinzione, di voler aprire un giorno. Lorenzo lo comprò a suo nome, non come regalo da fidanzato, ma come riconoscimento scritto e notarile di un debito mai pagato.
«Non lo faccio per sposarti» le disse, mentre le metteva in mano le chiavi del locale davanti al notaio. «Lo faccio perché per tre anni hai pagato tu, con le tue notti, quello che io avrei dovuto pagare come padre. Questo è solo il conto che torna.»
Sofia, seduta su una poltrona dello studio con Bruno l'orsacchiotto in braccio, guardò Marta prendere le chiavi e disse soltanto: «Ora posso venire al bar dopo la scuola?»
Marta rise, le lacrime che le rigavano il viso, e annuì.
