Connect with us

IT

Il campo dietro la cascina di Montalto

Published

on

Si chiama Nerone, e quando l'ho preso al canile di Chieri me lo avevano detto chiaro: è stato un levriero da corsa per tre anni, forse non si abituerà mai del tutto a una casa vera. Aveva sei anni, il pelo fulvo pieno di cicatrici sottili sulle zampe, e tremava a ogni rumore. Una porta che sbatteva. Un passo dietro la schiena. Persino la mia mano, se la muovevo troppo in fretta verso di lui. "Questo qui ha visto cose brutte," mi ha detto la volontaria mentre firmavo i documenti, ottanta euro di adozione più il microchip. "Non si aspetti miracoli."

Le prime settimane le ha passate quasi tutte in piedi nell'angolo della mia cucina, a Chieri, vicino al termosifone, la coda stretta tra le zampe. Vivo da solo in un appartamento al secondo piano di via Palazzo di Città, e il mio vicino, quello del primo piano, un giorno mi ha fermato sulle scale per dirmi che sentiva "dei lamenti strani" di notte. Erano i suoi. Nerone ululava piano verso le tre, tre e mezza, sempre alla stessa ora, come se qualcosa dentro di lui si risvegliasse puntuale.

La porta d'ingresso mi ha dato il primo vero problema. Un pomeriggio di fine luglio il corriere ha suonato, io ho tirato la porta per aprirla e ha sbattuto contro lo stipite — un botto secco, niente di che. Nerone è schizzato sotto il tavolo della cucina e ci è rimasto tre giorni. Tre giorni senza toccare la ciotola, nemmeno il pollo bollito che gli avevo preparato apposta, nemmeno i biscottini alla carne che costano una fortuna al supermercato e che prima gli facevano girare la testa dall'altra parte della stanza. Dormiva con la schiena contro il muro e gli occhi aperti. Ho chiamato la canile due volte, mi hanno detto di aspettare, che certi cani "disimparano a stare male" solo col tempo, non con le coccole forzate. La seconda notte mi sono seduto sul pavimento vicino al tavolo, a un metro buono da lui, e gli ho letto ad alta voce le pagine sportive del giornale, senza guardarlo, solo per fargli sentire una voce che non chiedeva niente. Al mattino del quarto giorno ha mangiato.

Dopo quasi un mese ha smesso di stare nell'angolo e ha cominciato a dormire sulla cuccia che gli avevo comprato, quaranta euro da Arcaplanet, di quelle imbottite con i bordi alti. Qualche settimana dopo, mentre preparavo il caffè — sempre alle sette meno un quarto, la moka sul fuoco basso perché altrimenti brucia — si appoggiava un attimo contro la mia gamba, giusto un secondo, prima di scostarsi di nuovo e andare a bersi l'acqua dalla ciotola come se non fosse successo niente.

Il momento che non scorderò mai è successo nella tenuta di mio fratello Davide, vicino ad Asti, un sabato di fine settembre. Ci siamo andati con la sua Panda bianca che fa un rumore assurdo in terza, Nerone sdraiato sul sedile dietro con la testa fuori dal finestrino per tutta la strada. C'era un campo di stoppie dopo la mietitura, enorme, vuoto, con le colline del Monferrato sullo sfondo. Avevo portato il guinzaglio lungo, di quelli da dieci metri che ho comprato apposta, diciotto euro, per lasciarlo esplorare senza fretta. A un certo punto mi è scivolato dalle mani — non so nemmeno come, forse stavo cercando il telefono in tasca.

Nerone si è fermato di colpo. È rimasto lì, immobile, le zampe davanti piantate nella terra secca, a fissare il campo aperto.

Poi è partito a correre. Non via da me — intorno a me, in grandi cerchi che si allargavano sempre di più, le orecchie piegate all'indietro, il corpo lungo e sottile teso come una corda. Alzava polvere e paglia secca a ogni balzo, e Davide, seduto sul cofano della Panda con una sigaretta mezza accesa, si è messo a urlare "vai, vai!" come se fosse ancora all'ippodromo.

Sono rimasto lì a ridere mentre lui continuava a girare, sempre più veloce. Non si voltava nemmeno verso di me, troppo preso dalle sue gambe, dalla terra, dal vento che gli scopriva i denti.

Quando ha rallentato, aveva la lingua di fuori e il petto che si alzava e si abbassava a scatti. È tornato dritto verso di me, si è appoggiato contro le mie gambe, ha messo il muso sul mio ginocchio e ha chiuso gli occhi. Un lungo respiro, poi un altro, più lento. È rimasto così, fermo, il fiato ancora caldo sulla stoffa dei pantaloni, finché Davide non ha spento la sigaretta per terra e ha detto: "Mo' gli porto l'acqua, dai."

Oggi Nerone resta il cane timido dei giardini di piazza Cavour, quello che al primo bambino che gli corre incontro di corsa scivola dietro le mie gambe e aspetta lì, zitto, finché il pericolo non passa. L'altro giorno una coppia con un bimbo di quattro anni gli si è avvicinata di scatto e lui si è infilato dietro di me così in fretta che ho quasi perso l'equilibrio, la coda che mi sfiorava il polpaccio, il muso premuto contro il retro del mio ginocchio, immobile, in attesa.

Click to comment

Leave a Reply

Ваша e-mail адреса не оприлюднюватиметься. Обов’язкові поля позначені *

14 − 5 =

Також цікаво:

HE1 хвилина ago

הטבעת של אמילי מרחוב הגפן

קוראים לי אמילי, אני בת עשרים ותשע, ושלושה ימים לפני החתונה שלי קיבלתי ממרתה מתנה שהפכה את החיים שלי על...

EN32 хвилини ago

The Sandwich Cart on Fifth Street

Marcus Hale pulled his Aston Martin up to the curb on Fifth Street at exactly noon, and the whole block...

UA41 хвилина ago

Листопад, Чернігів, картина за підкладкою

У листопаді, коли дощі в Чернігові вже чіпляються за дахи й нікуди не поспішають, мене вигнали з дому, в якому...

NL52 хвилини ago

Oma’s steekjes, Vanessa’s vuilnisbak, en de erfenis in de zoom

Vier maanden lang had Ria Verbeek elke avond na het eten haar handen in een kom heet water gehouden voordat...

IT2 години ago

Il campo dietro la cascina di Montalto

Si chiama Nerone, e quando l'ho preso al canile di Chieri me lo avevano detto chiaro: è stato un levriero...

FR3 години ago

Un mariage heureux, qu’ils disaient

J'habite depuis vingt-trois ans à Reims, dans une maison mitoyenne de la rue de Cernay dont la peinture des encadrements...

LT4 години ago

Vilniaus vargdienė su sidabriniu medalijonu

Ji valgė sriubą rūsio laiptinėje, kad niekas nepamatytų. Aušrinė Daukšaitė, dvidešimties metų, dirbo tvarkytoja Verkiuose, prabangiame dviejų aukštų name, kurio...

CZ4 години ago

Zrada u pásu číslo šest

Marek měl být přes čtyři tisíce kilometrů daleko. Ráno mi volal z "Berlína" a stěžoval si, že projekt pro tamní...