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Il bambino di sedia 14C
Il bambino della sedia 14C
Per il primo volo nella vita di mia figlia avevo risparmiato quattro mesi di straordinari come cassiera al supermercato di Chiavari, e non per scegliere qualcosa di speciale, ma proprio quel posto: il 14A, vicino al finestrino, fila di sinistra. Il biglietto mi era costato 187 euro, volo delle 9:40 da Genova a Palermo, e li avevo contati due volte alla cassa automatica della low cost prima di confermare.
Mia figlia si chiama Nina, ha sette anni, ed è autistica. Il finestrino per lei non è un capriccio. Quando saliamo in macchina conta i lampioni fino a quaranta e ricomincia da capo se perde il numero; in aereo non ci sono lampioni, c'è solo il cielo che cambia colore, ed è l'unica cosa a cui si aggrappa quando il rumore dei motori e l'aria compressa nelle orecchie le fanno stringere i pugni fino a lasciarsi i segni delle unghie sui palmi.
Mio marito Dario è morto undici mesi fa. Un infarto a quarantatré anni, sul balcone di casa nostra a Rapallo, mentre innaffiava i pomodori. Dopo quello non avevamo più preso in considerazione l'idea di viaggi, di aerei, di niente. Poi mia sorella ci ha regalato due biglietti per Palermo, per vedere nostra nonna prima che le forze la lascino del tutto, e ho pensato che fosse il momento di provare.
All'imbarco all'aeroporto di Genova tutto filava liscio. Ho tenuto la mano di Nina fino al gate, le ho fatto ripetere tre volte il numero del posto come un gioco. Poi siamo salite, e sul 14A c'era già seduta una donna sulla cinquantina, vestito color crema, orecchini grossi, il trolley sistemato nella cappelliera come se l'aereo fosse suo.
«Mi scusi,» le ho detto, mostrandole la carta d'imbarco, «credo ci sia stato un errore del sistema, questo è il posto di mia figlia.»
Lei ha guardato il biglietto, poi me, poi Nina, che intanto fissava il finestrino con le mani già premute sulle orecchie per l'ansia dell'attesa.
«Ho prenotato online tre settimane fa. Non sposto niente.»
L'assistente di volo, una ragazza giovane col distintivo con scritto Serena, è intervenuta subito: «Signora, c'è un altro finestrino libero in fondo, fila 22, posso accompagnarla io stessa, ci metto un minuto.»
«Non sono affari miei se sua figlia ha bisogno di silenzio,» ha tagliato corto la donna, allacciandosi la cintura sul sedile che avevamo pagato noi. «Io sto qui.»
Non volevo una scena davanti a tutti. Ho preso Nina per mano e l'ho portata al posto centrale della fila, 14B, le ho tenuto le dita strette nelle mie per tutto il rullaggio, mentre lei contava i puntini del rivestimento del sedile davanti, da uno a dieci, daccapo, daccapo, daccapo.
Pochi minuti dopo il decollo, un uomo seduto nella fila dietro di noi si è alzato. Sulla sessantina, camicia a righe, una valigetta di pelle consumata agli angoli.
«Scusate,» ha detto, chinandosi verso di noi, «ho sentito tutto. Mio nipote ha la stessa diagnosi di sua figlia. Vive a Modena, lo vedo poco.» Ha tirato fuori dalla tasca della giacca un pacchetto di fazzoletti ancora incellofanato e lo ha messo in mano a Nina, come se fosse l'unica cosa utile che avesse addosso. «Tenga, per le mani. A volte a lui aiuta stropicciare qualcosa.»
Nina ha preso il pacchetto, lo ha girato tra le dita, ha strappato il cellophane con un rumore secco che per un attimo ha coperto quello dei motori. Non ha detto niente, ma ha smesso di contare i puntini.
Serena è passata di nuovo, questa volta con un bicchiere d'acqua che nessuno aveva chiesto, e si è fermata accanto a me. «Appena atterriamo faccio rapporto io stessa su quello che è successo,» mi ha detto piano. «Non dovrebbe succedere, e mi dispiace che sia successo oggi, al primo volo di sua figlia.»
Non so se qualcuno abbia davvero scritto quel rapporto. So che a metà volo la porta della cabina si è aperta e ne è uscito il comandante, un uomo sulla sessantina, capelli grigi tagliati corti. Non aveva in mano niente di speciale, solo il basco sotto il braccio. Si è fermato nel corridoio, ha guardato la fila 14, ha visto Nina con la fronte quasi appoggiata al vetro del 14B e la donna del 14A che fingeva di dormire con gli occhiali da sole calati.
«Tutto bene qui?» ha chiesto, non a me, a Serena.
Serena gli ha spiegato in tre frasi veloci cos'era successo al gate. Il comandante ha annuito una sola volta, poi si è rivolto alla donna del 14A.
«Signora, mi scusi il disturbo. Le chiedo io, personalmente, di spostarsi di due file. Non è una richiesta del personale di cabina, è una mia responsabilità come comandante: su questo volo l'accesso al finestrino per una passeggera con bisogni specifici viene prima della prenotazione, quando è possibile accomodare altrove chi lo occupa senza reale necessità.»
La donna si è tolta gli occhiali, ha guardato lui, poi me, poi Nina. Non ha detto una parola. Ha slacciato la cintura, ha preso il trolley dalla cappelliera con un gesto brusco che ha fatto tremare la fila intera, ed è andata verso la fila 22 senza voltarsi.
Serena mi ha aiutata a spostare Nina sul 14A. Mia figlia si è seduta, ha premuto il palmo della mano contro il vetro freddo, poi ci ha appoggiato la fronte, e le spalle, che fino a quel momento erano rimaste alte e rigide vicino alle orecchie, le si sono abbassate di qualche centimetro.
Il comandante è rimasto un attimo in più nel corridoio. «Mio nipote odia il rumore del carrello delle bevande,» ha detto, quasi a nessuno in particolare. «Ogni volta che lo sento passare penso a lui.» Poi è tornato in cabina, senza aggiungere altro.
Non ho più scambiato una parola con la donna del 14A per il resto del volo. All'atterraggio a Palermo, mentre fuori pioveva, è scesa tra le prime, con gli occhiali da sole ancora sul naso, e non si è voltata.
Nina invece è rimasta seduta finché tutti gli altri passeggeri non sono scesi, con la guancia contro il finestrino, a guardare la pista bagnata e le luci gialle dei mezzi di terra che si muovevano avanti e indietro. Nello zaino, infilata tra il quaderno e la bottiglietta d'acqua, c'era la farfalla di carta che Dario le aveva piegato l'ultima estate sul molo di Rapallo. L'ho tirata fuori io, prima di scendere, e gliel'ho messa in mano. Lei l'ha stretta forte, senza guardarla, come si stringe una cosa di cui si conosce già a memoria ogni piega.
