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“”Vivere”” per lei significava manicure, parrucchiere, abiti da comprare per ogni occasione, feste di amiche e posti dove la musica e la folla coprissero ogni pensiero

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“”Vivere”” per lei significava manicure, parrucchiere, abiti da comprare per ogni occasione, feste di amiche e posti dove la musica e la folla coprissero ogni pensiero. Giovanni le aveva espresso più volte il desiderio di una serata semplice: una zuppa, un film, una coperta sul divano. Lei scoppiava a ridere: “”Non vorrai diventare vecchio prima del tempo? A noi serve dinamismo!””. Non le chiedeva di pulire o lavare, voleva solo un gesto di condivisione, un piccolo “”noi””. Quando le chiedeva di aiutarlo a riordinare l’armadio, lei guardava il telefono: “”Oh, devo correre dal parrucchiere, tu te la cavi benissimo da solo””. Quando le chiedeva di restare a casa, lei rispondeva: “”Vieni con me, ti fa bene uscire dal tuo guscio””. Lui andava, pagava, e tornava stanco morto, trovando nel lavandino i contenitori del cibo d’asporto che lo aspettavano.

La terza settimana arrivò il confronto più onesto. Giovanni tornò dal lavoro, esausto, con la testa che gli ronzava. Lei era davanti allo specchio a decidere quale ristorante scegliere: “”Quello ha una carne divina”” o “”Qui fanno nuovi tipi di pasta””. Giovanni disse: “”Voglio casa. Voglio una zuppa. Il silenzio. Voglio che siamo noi, non un conto da pagare e un cameriere””. Lei inarcò le sopracciglia: “”Hai cinquantanove anni, ma ti comporti come un ottantenne. Sei fantastico, ma io ho bisogno di vivere, intensamente. Non mi interessa cucinare minestre o piegare asciugamani. Io cerco emozioni””. Giovanni rispose: “”E io cerco una persona con cui non sia necessario comprare le emozioni””.

Il giorno dopo, lei preparò il suo beauty-case e qualche vestito. Senza rabbia, disse: “”Siamo troppo diversi. Tu cerchi una casa, io cerco la città. Tu cerchi il silenzio, io il rumore. Non serbarmi rancore””. Giovanni non era arrabbiato. La aiutò a portare la valigia fino alla porta. Lei agitò la mano e se ne andò in fretta, come se temesse di cambiare idea.

In queste tre settimane, Giovanni è tornato a mangiare davvero. All’inizio, per abitudine, aveva apparecchiato per due, ma ha subito tolto il piatto extra. Ha guardato il telefono: nessun “”hai ordinato?””, nessun “”cosa mi metto?””. Solo silenzio. Ma in quel silenzio, improvvisamente, c’era posto per lui. Non la considera una persona cattiva. La sua verità è il movimento, la luce, la gente. La verità di Giovanni sono le mura di casa, le conversazioni senza rumore di sottofondo, una cena semplice e qualcuno che ti chieda: “”Com’è andata la tua giornata?””. Non si sono presi in giro, semplicemente i loro bisogni erano inconciliabili.

Ora, la sera, Giovanni sente di nuovo il bollitore che fischia e sente la stanchezza scivolare via. Riordina l’armadio, cambia una lampadina, aggiusta la sedia che traballa, senza fretta. E ancora, a volte, si sorprende a mettere due bicchieri sul tavolo. Ma l’abitudine di aspettare sta svanendo lentamente. Ha capito una cosa fondamentale: la solitudine non si cura con la presenza di un altro corpo nella stanza. Si cura con quella vicinanza che non puoi comprare con le consegne a domicilio e che non puoi ottenere prenotando un tavolo. La vicinanza è quando non hai paura di stare a casa ed essere te stesso. Quando il “”noi”” non si costruisce su uno scontrino, ma sulla voglia di condividere le piccole fatiche e i silenzi. Ha cinquantanove anni e ha vissuto con lei solo tre settimane. È bastato per smettere di confondere il rumore con la vita. Forse, un giorno, accanto a lui ci sarà qualcuno che non avrà paura di una zuppa e del silenzio. Ma per ora, impara a non confondere il vuoto con la libertà e a non cercare compagnia a ogni costo.”

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