Connect with us

IT

La ricetta di Nonna Assunta

Published

on

Bergamo, dodici anni fa. Elisa Ferrante aveva ventinove anni e una busta gialla in mano che pesava più di quanto una busta potesse pesare. Dentro c'erano le analisi del sangue e una parola che non riusciva nemmeno a pronunciare ad alta voce.

Sua madre, Assunta, viveva in un bilocale a Città Alta, sopra la bottega di alimentari che aveva mandato avanti per trent'anni. Aveva le mani spaccate dal freddo e dal sale dei salumi, e ogni domenica preparava i casoncelli per tutta la famiglia, contando le pieghe della pasta come fossero rosari.

Quando Elisa le disse della diagnosi — un tumore al seno, stadio due — Assunta non pianse. Posò il mattarello, si asciugò le mani nel grembiule a quadri e disse solo: "Allora domani vengo io da te."

E venne. Ogni giorno, per otto mesi. Prendeva il bus delle sette dalla fermata sotto casa, quaranta minuti fino all'ospedale Papa Giovanni XXIII, e si sedeva sulla sedia di plastica verde accanto al letto con la sporta della spesa già pronta per il pranzo: una vaschetta di brodo, due fette di pane, la mela tagliata a spicchi perché Elisa non aveva più forza nemmeno per addentarla intera.

Non parlavano molto, in quei mesi. Assunta le teneva la mano durante la chemio e contava a bassa voce, in dialetto bergamasco, come faceva da bambina per farla addormentare. "Öna, dò, trè…" Elisa non capiva più le parole ma riconosceva il ritmo, e quel ritmo bastava.

Il marito di Elisa, Marco, lavorava in un cantiere fuori città e tornava tardi, distrutto, incapace di reggere lo sguardo della moglie senza capelli. Fu Assunta a occuparsi di tutto: della bambina di quattro anni, Sofia, che portava a scuola con lo zaino di Peppa Pig e riprendeva alle quattro; della spesa; delle bollette che Elisa dimenticava di pagare perché certi giorni non ricordava nemmeno che giorno fosse.

C'era una vicina, la signora Piera, che abitava al piano di sotto e che raccontava spesso quella storia al bar, mentre aspettava il caffè macchiato delle nove. "Quella donna," diceva, "ha settantatré anni e fa più chilometri di un rappresentante di commercio. L'ho vista scendere dal bus una sera di gennaio, con la neve che le arrivava alle caviglie, e portava comunque la pentola di minestra calda avvolta in due asciugamani perché non si raffreddasse."

Piera un giorno le aveva chiesto, mentre stendeva il bucato sul balcone: "Assunta, ma lei come fa? Non è stanca?"

E Assunta, senza fermarsi a scuotere una federa: "Stanca sì. Ma è mia figlia. Il resto non conta."

Il punto di svolta arrivò a maggio. Gli esami dopo l'intervento non erano buoni come sperato: c'era bisogno di un secondo ciclo di chemioterapia, più aggressivo, e l'oncologo aveva usato la parola "metastasi" con la voce bassa dei medici che devono dire una cosa brutta e cercano di renderla meno definitiva di quanto sia.

Quella sera Marco, terrorizzato e stremato, disse una frase che non avrebbe mai dovuto dire: che forse era meglio pensare a "come organizzarsi", che Sofia aveva bisogno di stabilità, che forse Assunta poteva trasferirsi da loro definitivamente perché lui non ce la faceva più a reggere tutto da solo, il lavoro, la bambina, l'angoscia.

Assunta lo ascoltò in piedi, vicino al lavandino della cucina di Elisa, con le mani ancora bagnate. Poi disse una cosa che Elisa non dimenticò mai: "Marco, tu puoi anche arrenderti alla paura. Io no. Io ho seppellito un marito e due sorelle, e sono ancora qui a fare le pieghe dei casoncelli. Tua moglie non muore stasera, e nemmeno domani. Va' a dormire, che domani porto io Sofia a scuola."

Il secondo ciclo fu durissimo. Elisa perse anche le ciglia, pesava quarantatré chili, e ci fu una notte — quella del 14 luglio — in cui la febbre salì a trentanove e nove e Assunta chiamò il 118 restando al telefono con la voce ferma mentre dentro, lo confessò solo anni dopo, sentiva le gambe che non la reggevano più.

Elisa si riprese. Piano all'inizio, poi in modo più stabile: i capelli ricrebbero prima ricci, poi dritti come prima; il peso tornò; a ottobre dell'anno dopo gli esami furono puliti. La parola che tornò dai medici non fu più "metastasi" ma "remissione".

Oggi Elisa ha quarantun anni. Sofia ne ha sedici e porta ancora, nel portafoglio, una foto sgualcita della nonna che le lega le scarpe prima della recita di terza elementare.

Assunta ha ottantacinque anni. Non scende più da sola le scale della bottega — ha un ginocchio nuovo, operato tre anni fa — ma ogni domenica, ancora, prepara i casoncelli, e ora è Elisa a contare le pieghe della pasta insieme a lei, le mani della figlia sopra quelle della madre.

Qualche mese fa Elisa ha aperto un conto corrente intestato a entrambe, madre e figlia, in una filiale della Banca Popolare di Bergamo in via Tasso. Ci ha versato dodicimila euro — il valore di dodici anni di bus delle sette, di brodo portato nella sporta, di notti al telefono con l'ambulanza. Non è un regalo che si può restituire con un bonifico, lo sa bene, ma è la cosa concreta che ha potuto fare: la badante che ora aiuta Assunta tre volte a settimana viene pagata da quel conto, così sua madre non deve più chiedere, non deve più contare le monete sul bancone come faceva quando la bottega andava male.

Alla fine di ogni pranzo della domenica, prima di sparecchiare, Elisa prende la mano di sua madre — quella con le nocche spesse, segnata dal sale dei salumi di trent'anni fa — e gliela stringe due volte. Non dice niente. Non serve. Assunta stringe due volte anche lei, e poi si alza a mettere via i piatti, perché quello, dice sempre, è compito suo finché avrà due gambe per stare in piedi.

Click to comment

Leave a Reply

Ваша e-mail адреса не оприлюднюватиметься. Обов’язкові поля позначені *

1 × чотири =

Також цікаво:

LT1 хвилина ago

Septynios odos klostės

Rūta Bagdonavičienė dvidešimt aštuonerius metus dirbo siuvėja Panevėžyje, mažoje dirbtuvėlėje prie Respublikos gatvės, kur languose visada kvepėjo klijais ir naujai...

LT1 хвилина ago

Septynios odos klostės

Rūta Bagdonavičienė dvidešimt aštuonerius metus dirbo siuvėja Panevėžyje, mažoje dirbtuvėlėje prie Respublikos gatvės, kur languose visada kvepėjo klijais ir naujai...

HE2 хвилини ago

השמלה שנתפרה משבע שכבות של ניתוח קיסרי

השמלה הגיעה לתל אביב בקופסה חומה רגילה, בלי סימן היכר, ביום שלישי בצהריים. מירב אשכולי, עיתונאית אופנה שסיקרה את התחרות...

UA10 хвилин ago

Батькова вечеря на четвертому поверсі

Перші дванадцять років моєї роботи я думала, що бачила все. Працюю офіціанткою в ресторані «Карпатська вежа» в Івано-Франківську — той,...

CZ17 хвилин ago

Dluh za garáž

Bára stála u pokladny v Kauflandu na Vinohradské, ruce zaklesnuté do rukojeti košíku, a sledovala, jak se na displeji terminálu...

HU26 хвилин ago

Az örökös számla

A Tesco kasszájánál álltak, szombat reggel, félteli kosárral, mögöttük már türelmetlenkedett egy nyugdíjas néni a bevásárlókocsijával. — Miért nem megy...

HU26 хвилин ago

Az örökös számla

A Tesco kasszájánál álltak, szombat reggel, félteli kosárral, mögöttük már türelmetlenkedett egy nyugdíjas néni a bevásárlókocsijával. — Miért nem megy...

LT27 хвилин ago

Nutrūkusi Kortelė Pilaitės Parduotuvėje

Kasoje prie IKI Pilaitėje susidarė eilė. Rūta stovėjo su rankinuke, o jos vyras Darius trečią kartą bandė priglausti telefoną prie...