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Il baobab del cortile della signora Esposito
Lavoro come postino nella zona di Matera da dodici anni, e la casa dei Caruso — un casale di tufo con le persiane verdi, fuori dal centro storico, verso la Murgia — è sempre stata una delle mie ultime consegne del giro. Ci arrivo verso l'una, quando il sole batte dritto sui sassi e l'unica ombra vera di tutto il cortile è quella del grande ficus che il nonno di Dario Caruso aveva piantato nel 1962. Non era un baobab, certo — ci metto a dire la verità, in Basilicata baobab non ne crescono — ma la vecchia, la signora Esposito, suocera di Dario, lo chiamava sempre così, "il mio baobab", e nessuno ha mai avuto il coraggio di correggerla.
Rosa Esposito aveva ottantuno anni e viveva in quella casa da quando si era sposata, nel 1967. La proprietà era sua, scritta a suo nome, ma da quando il marito era morto — una decina d'anni prima — era stato il genero Dario a occuparsi di tutto: le bollette, le tasse, il trattore per l'orto. Io la vedevo seduta sotto quell'albero ogni santo giorno, con la radio accesa e una brocca d'acqua e limone sul tavolino di ferro, e mi fermavo cinque minuti a chiacchierare perché avevo sempre la sensazione che fosse la parte più viva della sua giornata.
Un pomeriggio di luglio, con la busta della Telecom ancora in mano, la trovo che piange in silenzio, senza fare rumore, come chi ha imparato a piangere senza disturbare nessuno. Mi dice che Dario aveva fatto un atto notarile — una "donazione con riserva di usufrutto", mi spiega poi l'avvocato, parole che io non conoscevo — per intestare il casale e il terreno a sé e a sua moglie, la figlia di Rosa, convincendo l'anziana a firmare "per semplificare le cose, per il futuro dei nipoti". Rosa aveva firmato senza occhiali da vista, fidandosi, in un ufficio notarile di via Ridola dove l'avevano portata in macchina un sabato mattina, con la promessa che sarebbe rimasta "padrona di casa per sempre".
Il problema è arrivato tre settimane dopo: Dario aveva deciso di tagliare il ficus, perché le radici stavano spaccando la vasca dell'acqua piovana e lui voleva costruirci un garage per il furgone del suo negozio di ferramenta. Rosa si era opposta. Lui le aveva risposto, davanti a me — ero lì per consegnare una raccomandata — che la casa ormai era "sua e di sua moglie sulla carta", e che l'albero "non serviva più a niente".
Io non dico niente, consegno la raccomandata e me ne vado, perché non sono fatti mei. Ma ci penso tutta la settimana.
Il sabato dopo, passando lì per caso fuori servizio, in bicicletta, vedo la Panda di Rosa parcheggiata davanti allo studio di un notaio diverso, quello di piazza San Francesco, non quello di via Ridola. Dentro, seduta sul motorino accanto, c'è la vicina, la signora Lagravinese, quella che le fa la spesa il martedì. Non entro, non è affar mio, ma due giorni dopo, quando torno con la posta, il cancello del cortile ha un lucchetto nuovo e Rosa è seduta sotto l'albero con una cartellina azzurra sulle ginocchia, quella con dentro i documenti, me la mostra con la mano ferma: aveva ottenuto, con l'aiuto di un legale, la revoca dell'atto per dolo — l'avvocato le aveva spiegato che bastava provare che non le era stato letto chiaramente cosa firmava, e la figlia stessa aveva testimoniato a suo favore, perché non sapeva nemmeno lei dei piani del marito sul garage. La casa era di nuovo tutta sua, undici anni di comodo silenzio finiti in una mattinata di udienza.
Non ho più visto Dario da quelle parti. Mi hanno detto che si è preso un appartamento in affitto a Borgo Venusio, lui e la moglie, e che tra i due litigano ancora per via di quella storia. Rosa, invece, è sempre lì, sotto il suo baobab che non è un baobab, con la brocca di limone e la radio. L'ultima volta mi ha offerto un bicchiere, e mentre bevevo ho visto che aveva già chiamato un giardiniere: non per tagliarlo, per rinforzare la vasca intorno alle radici, con delle pietre nuove, bianche, ancora senza polvere sopra.
