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Il cassetto con le culle di legno

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Carla Ferraro aveva sessantotto anni e una certezza che portava come una ferita: non avrebbe mai cullato un nipote. Lo diceva piano, mentre spolverava la credenza del salotto a Lucca, dove viveva con il marito Sandro da quarant'anni. Due figlie, Beatrice e Noemi, e nessuna delle due era riuscita a diventare madre. Beatrice aveva perso due gravidanze prima della decima settimana. Noemi aveva fatto tre cicli di fecondazione assistita alla clinica di Pisa, spendendo quasi dodicimila euro, senza risultato.

Ogni Natale, Carla tirava fuori da una scatola di latta due coprimanine bianche all'uncinetto, fatte quando aspettava Beatrice, e le rimetteva via con gli occhi lucidi. Sandro non diceva niente. Apriva solo il vino e cambiava discorso.

Quell'anno, il ventitré dicembre, qualcosa nella casa era diverso e Carla non sapeva dire cosa. Beatrice telefonava più spesso del solito, sempre con una scusa — "come stai con la pressione", "hai preso le medicine" — e chiudeva in fretta. Noemi, che viveva a Firenze, era arrivata tre giorni prima di Natale, cosa che non faceva mai: di solito piombava la sera del ventiquattro, stremata dal lavoro in banca.

Sandro invece, da un mese, si chiudeva nella stanza in fondo al corridoio — quella che era stata lo studio del padre di Carla, poi deposito di scatoloni — con la scusa di "sistemare le cose vecchie". Carla aveva provato ad entrare due volte. La prima la porta era chiusa a chiave, cosa mai successa in quella casa. La seconda, Sandro era uscito sul pianerottolo con la faccia di chi è stato scoperto a fare qualcosa di proibito, e aveva detto solo: "Non ancora, Carla. Fidati di me."

Lei si era offesa, un pochino. Quarant'anni di matrimonio e lui le chiudeva una porta in faccia. Ma Sandro non era un uomo che mentiva, e così aveva lasciato correre, pensando forse a una sorpresa, un regalo, niente di più.

La vigilia di Natale, invece dei soliti pacchi sotto l'albero, Beatrice disse che c'era "un'altra cosa, prima". Noemi la prese per un braccio, ridendo nervosa. Suo marito Gabriele filmava tutto col telefono, le mani che tremavano appena.

Salirono le scale. Davanti alla porta dello studio — quella sempre chiusa — c'era un nastro rosso legato alla maniglia, come un pacco enorme.

"Apri, mamma," disse Beatrice. Aveva la voce rotta.

Carla guardò Sandro. Lui le prese la mano, gliela stringeva forte, e per la prima volta in quarant'anni lo vide piangere prima ancora che succedesse qualcosa.

Aprì la porta.

Dentro, la vecchia stanza degli scatoloni non esisteva più. Pareti color crema, una lampada a forma di luna, due culle bianche affiancate sotto la finestra. E nelle culle, addormentati, due neonati avvolti proprio in quei coprimanine all'uncinetto che Carla credeva ancora chiusi nella scatola di latta.

Non capiva. Si girò verso Beatrice, cercando una spiegazione che il cervello non riusciva a formare da solo.

"Sono di Noemi, mamma," disse Beatrice, piangendo e ridendo insieme. "Le gemelle. Sono nate l'otto dicembre, a Firenze. Te l'abbiamo tenuto nascosto cinque mesi."

Noemi si avvicinò, si inginocchiò vicino alla culla e sollevò una delle bambine, gliela mise in braccio prima ancora che Carla potesse rispondere qualcosa. La piccola pesava niente, puzzava di borotalco, e Carla sentì le gambe cedere tanto che Sandro dovette tenerla per la vita.

"Il quarto ciclo," sussurrò Noemi. "Non te l'ho detto perché non volevo farti sperare ancora, dopo tutte le altre volte. Ho fatto la fecondazione a marzo, a Pisa, in segreto. Quando ho saputo che erano due, ho pianto per un'ora in macchina, da sola, nel parcheggio della clinica."

Sandro intanto raccontava, con la voce che gli si rompeva a metà frase, che quella stanza l'aveva preparata lui, da solo, nei weekend, con l'aiuto di Gabriele che gli portava i mobili smontati nel furgone di notte, quando Carla era già a letto. Aveva tinteggiato le pareti un sabato che le aveva detto di essere andato a pescare sull'Arno.

Carla non riusciva a parlare. Guardava la bambina che aveva in braccio, poi guardava il coprimanine bianco, quello che aveva fatto all'uncinetto trentotto anni prima, pensando che non sarebbe mai più servito a niente.

Fu in quel momento, con la bambina ancora in braccio, che Beatrice tirò fuori dalla tasca della felpa una busta bianca, piccola, chiusa. "L'ha lasciata il corriere ieri, mamma. Diceva di darla a te solo oggi."

Dentro c'era una ecografia, sgranata, in bianco e nero. E tre parole scritte a penna: "A presto, nonna."

Carla la girò e rigirò tra le mani, pensando a uno scherzo, a un errore di consegna. Guardò Beatrice.

Beatrice si toccò la pancia, piano, con la mano libera. "Sono alla nona settimana, mamma. Ho aspettato di essere sicura prima di dirtelo. Il dottor Renzi mi ha confermato il battito mercoledì."

Carla si sedette sul bordo del letto nuovo, con una nipote in braccio e un'ecografia nell'altra mano, e per la prima volta in vent'anni non pianse di delusione. Sandro le si mise accanto, le cinse le spalle, e Noemi andò a prendere l'altra gemella perché anche lei voleva stare tra le braccia della nonna.

Fuori, sul balcone dello studio, la luce di Lucca si accendeva piano sui tetti, ed erano le sette di sera del ventiquattro dicembre. Nessuno aveva ancora acceso il forno per il cenone. Nessuno aveva fame.

Carla disse solo una cosa, guardando Sandro: "La scatola di latta. C'è ancora un coprimanine bianco, dentro. L'ho fatto doppio, quella volta. Non ho mai capito perché."

Sandro scese a prenderla senza una parola, e tornò con la scatola intera, perché ormai sapeva che sarebbe servita ancora.

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