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Il cucciolo dietro la trave della cascina di Sant’Agata

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Io la cascina l'ho ereditata da mio nonno, e per vent'anni ci ho tenuto gli attrezzi e basta. Mi chiamo Renato Bordin, ho cinquantott'anni, faccio il fabbro a Sant'Agata Bolognese, e quel deposito di legno tarlato dietro casa non lo apro quasi mai, se non per prendere la motosega o le assi vecchie.

Quella mattina di novembre pioveva da tre giorni di fila, e sentendo un fruscio tra le tavole ho pensato ai topi. Invece era una gatta. Magra, il pelo incrostato di fango, gli occhi verdi spenti dalla fame. Si è infilata tra due assi scardinate ed è sparita nell'angolo più buio, vicino a una vecchia coperta scozzese che mia moglie aveva buttato lì anni prima per coprire le taniche del gasolio.

Le ho messo una ciotola di crocchette e un piatto d'acqua vicino all'ingresso, e sono tornato dentro senza pensarci più di tanto. La mattina dopo il cibo era finito, ma lei era ancora lì, incollata a quella coperta come se ci fosse cucita sopra.

Devo essere sincero: la prima cosa che ho pensato è stata che fosse malata, magari ferita, e che non riuscisse a muoversi. Sono entrato piano, mi sono avvicinato, e lei non ha soffiato, non ha graffiato niente. Ha solo stretto il corpo contro quella coperta, come se dovesse fare da scudo a qualcosa. E quando mi sono chinato ho visto spuntare una testolina arancione da sotto la sua pancia. Poi un'altra. Poi una terza.

Aveva i gattini. Ecco perché non si muoveva.

Ho portato subito una cassa di legno, ci ho messo dentro degli stracci puliti e l'ho sistemata più vicino alla stufa a legna del capanno accanto, pensando che l'avrebbe scelta subito. Niente da fare. Nemmeno quando le temperature sono scese sotto i cinque gradi, lei è rimasta in quell'angolo gelido, contro il muro sconnesso.

Qui devo dire una cosa che forse nessuno racconta mai da questo punto di vista: io stavo perdendo la pazienza. Avevo lavori arretrati in officina, un cliente che aspettava un cancello da saldare, e passavo la sera a portare cibo a una gatta che sembrava rifiutare ogni mio aiuto. Mia moglie Graziella mi diceva "lasciala stare, ha paura di te", e io mi sentivo quasi offeso, come se il mio impegno non contasse niente.

Ho chiamato Marta, una volontaria dell'associazione "Zampe in Cammino" di Crevalcore, che gestisce le colonie feline della zona. È arrivata il giorno dopo con una borsa da trasporto e una torcia frontale, e si è seduta a un metro e mezzo dalla gatta, senza parlare, aspettando.

Io me ne stavo sulla porta del deposito, con le mani sporche di ruggine perché prima di uscire avevo continuato a limare un cardine, e guardavo la scena pensando che fosse tempo perso. Poi ho visto la gatta stendere una zampa sopra i cuccioli, guardare verso il muro, e tornare a fissare Marta. Lo ha fatto tre volte.

Marta si è avvicinata di un altro passo, e in quel silenzio quasi assoluto — si sentiva solo la pioggia sulla lamiera del tetto — ha sentito un graffio. Debole, ma inconfondibile. Veniva da dietro le assi.

Io in quel momento ho pensato al peggio: un topo morto incastrato, forse una nidiata di ratti. Invece, quando ho staccato con cura una tavola marcia, tra la polvere che si è alzata ho visto muoversi una zampina minuscola.

Un quarto gattino era rimasto incastrato nell'intercapedine del muro, scivolato lì dentro attraverso una fessura troppo stretta per la madre. Lei lo sentiva, lo annusava, ma non poteva raggiungerlo.

E lì, con le mani ancora sporche di segatura marcia, ho capito quanto ero stato scemo. Non era paura di me. Non era diffidenza verso l'uomo che le portava da mangiare. Era una madre che non voleva abbandonare un figlio dietro un muro.

Ci abbiamo messo quasi un'ora a togliere le assi senza far cadere schegge sul cucciolo, io con la sega a mano e Marta che teneva la torcia e mi diceva dove tagliare. La gatta tremava, ma non si è mai spostata dagli altri tre cuccioli.

Alla fine Marta ha infilato la mano nell'intercapedine e ha tirato fuori il piccolo: freddo, immobile quasi, ma ancora vivo. Gli abbiamo scaldato il corpicino con le mani, e appena l'abbiamo posato accanto alla madre, lei ha abbassato la testa e ha cominciato a leccargli il muso senza fermarsi, stringendosi tutti i quattro cuccioli al petto.

Per la prima volta in tre giorni si è distesa completamente, come se le si fossero sciolti i muscoli.

Poi si è alzata da sola, ha camminato fino alla cassa di legno vicino alla stufa, ha annusato gli stracci puliti, ed è tornata indietro. Uno per uno, li ha portati tutti nella cassa, tenendoli per la collottola con una delicatezza che non mi sarei mai aspettato da una randagia così magra.

Io e Marta siamo rimasti fermi a guardare, io con la sega ancora in mano, senza dire niente per un bel po'.

Ho chiamato quella gatta Perla, per via del colore chiaro delle unghie, e i quattro gattini sono cresciuti nel mio deposito fino a marzo, quando Marta ha trovato famiglie adottive per tre di loro tramite l'associazione. Il quarto, quello rimasto incastrato nel muro, l'ho tenuto io: si chiama Chiodo, per ovvi motivi, e adesso dorme sul sedile del mio furgone mentre vado a lavorare.

Quella coperta scozzese, l'ho tenuta. È ancora piegata su uno scaffale del deposito, vicino al posto dove ho tappato per bene ogni fessura del muro con la schiuma poliuretanica, così che non ci resti incastrato più nessuno.

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