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Il pane di nonna Assunta
Mi chiamo Assunta Ferraro, ho settantasei anni, e la mia vita ha ripreso a girare il giorno in cui ho trovato sulla porta una bambina con una ciotola verde stretta al petto.
«Nonna Assunta, le avanza un po' di farina?»
Si chiamava Nadia, aveva sei anni e due occhi scuri che sembravano fare domande anche quando stava zitta. Le riempii la ciotola fino all'orlo, con quel gesto un po' esagerato che si fa quando si vuole regalare più di quanto è stato chiesto. Lei mi guardò come se le avessi dato l'oro.
Da quel giorno Nadia si presentava quasi ogni pomeriggio: le mancava lo zucchero Eridania, un pizzico di sale, o semplicemente «un rametto di rosmarino per la mamma». Sempre educata, sempre con quella ciotola verde in mano. E io, ogni volta, gliela riempivo più di quanto lei avesse osato chiedere. Un chilo di farina al supermercato costava novanta centesimi, ma a vederla contenta si sarebbe detto che le stessi regalando un intero mulino.
Da quando mio marito Vincenzo se ne era andato, tre anni prima, il mio appartamento in via Garibaldi, a Modena, era diventato un corridoio freddo. Mia figlia vive a Torino e le videochiamate della domenica non tolgono la solitudine dei martedì. Ma con Nadia, in cucina si era rimessa in moto qualcosa.
Un giorno arrivò con la sorellina più piccola.
«Questa è Bianca. Ha già imparato a dire "per favore", guardi!»
«Allora, signorine, cosa vi serve stavolta?»
«Un panino dolce!» esclamò Bianca, mostrando il vuoto dove le erano cadute le due incisive.
«Dolci non ne ho… ma possiamo farli insieme.»
Bastò questo per accendere qualcosa nei loro occhi che valeva più di qualsiasi giocattolo. Nacque così la nostra tradizione del «giovedì di zucchero», sempre alle cinque, appena finiti i compiti. Le bambine arrivavano di corsa, Bianca si copriva di farina dalla testa ai piedi, e Nadia pesava gli ingredienti sulla vecchia bilancia di Vincenzo con la serietà di una pasticciera vera. La prima volta che Bianca si ritrovò con un baffo di zucchero a velo sul naso e non se ne accorse, io e Nadia ridemmo così forte che dovetti sedermi sullo sgabello, con le mani ancora impiastricciate di impasto.
Un pomeriggio di novembre bussarono con più forza del solito, tre colpi secchi contro il legno. Era Nadia, gli occhi gonfi, le guance rigate.
«Papà ha rotto il piatto con la pasta contro il muro e ha detto a mamma che è una buona a nulla… sono scappata di casa.»
La stretti forte, quanto mi permettevano le mie braccia di vecchia. Non le feci domande.
«Sai cosa facciamo? Oggi prepariamo i biscotti al miele e cannella. Quelli guariscono ogni cosa.»
Passammo tre ore a impastare, ad assaggiare, a bruciare i primi tentativi e a ricominciare. Verso le sette Nadia rubò un pezzetto di impasto crudo dalla ciotola e se lo mise in bocca ridendo, prima che potessi rimproverarla, ed era di nuovo la bambina di sempre.
Il giorno dopo si presentò sua madre, Rosa, per restituirmi il sacchetto di zucchero, richiuso con una molletta da bucato come se non volesse doverne nulla a nessuno. Sorrideva, ma con quel sorriso che nasconde più di quanto racconti. Qualche giorno dopo la invitai a bere un caffè.
«Cara, ho due stanze vuote in casa. Se tu e le bambine avete bisogno di un posto dove stare… venite qui. Senza impegno, senza niente da dover spiegare.»
Rosa posò la tazzina sul tavolino, con un tintinnio secco, e scoppiò a piangere. Le lacrime portarono con sé tutta la verità: il marito che una volta era un ragazzo gentile ed era diventato un padrone di casa, i venti euro contati ogni mattina per la spesa, il divieto di comprare alle figlie «cose inutili», il conto in banca intestato solo a lui.
«Ecco perché Nadia veniva sempre a chiedere in prestito…» disse, vergognandosi, mentre girava e rigirava la fede al dito.
«Non hai nulla di cui vergognarti.» Le presi le mani. «Trasferitevi. Restate quanto vi serve. Qui nessuno alzerà un dito su di voi.»
Tre settimane dopo Rosa si presentò con due valigie legate con lo spago e le bambine.
«Solo per qualche giorno» disse con la voce rotta. Ma sapevamo entrambe che sarebbe durata di più.
Marco venne a bussare la prima volta un martedì, urlando il nome di Rosa fino al piano di sopra. Io chiamai i carabinieri e non mi mossi dalla soglia. Se ne andò maledicendo tutti, ma tornò dieci giorni dopo, di sera, poco dopo le ventidue. Scosse il cancello con tanta forza che il chiavistello sbatté contro il ferro, minacciò di «bruciare quel forno di merda prima ancora che apra» e di portarsi via le bambine con la forza, se necessario. Rosa si chiuse in bagno con Nadia e Bianca, la schiena contro la porta, tremando così tanto che il bicchiere d'acqua che le avevo portato le sbatteva contro i denti. Questa volta i carabinieri lo portarono via in caserma, e da quella sera Marco non si fece più vedere, ma per settimane Rosa dormì con la sedia incastrata sotto la maniglia della sua stanza.
Una sera, in cucina, dissi a Rosa: «Imparerai il mestiere del forno. Costruiremo qualcosa nostro. Una vita vera, da capo».
Rise, nervosa: «Io? Un'attività mia?»
«E perché no. Tutte le cose buone cominciano con un buon pane.»
Passarono sette mesi tra nuvole di farina e zucchero a velo, ricette inventate la notte, litigate per chi doveva leccare la ciotola della crema. Poi arrivò il grande giorno: l'apertura del nostro forno di famiglia, «Pagina Bianca». Il nome lo scelse Rosa, e le calzava a pennello.
La gente si fermava a fotografare la vetrina piena di girelle alla cannella ancora calde, a due euro e cinquanta l'una. I biscotti di Nadia finivano in pochi minuti. E Rosa, dietro il bancone, incartava i sacchetti con la schiena dritta per la prima volta da anni.
Io restavo in un angolo con il mio caffè. Nadia si avvicinò piano, con la ciotola verde in mano, ormai colma di biscotti al miele, e me la porse senza dire niente, come si fa con un regalo che non serve spiegare.
Mi vennero le lacrime, ma di quelle buone.
A casa mia non c'è più silenzio. Rimbomba di risate, sa di vaniglia e le pareti sono piene di disegni di bambine.
