Connect with us

IT

Il ripostiglio di Marco, quello che non volevo

Published

on

Io sono quello che per due anni ha fatto finta di non vedere.

Mi chiamo Dario Ferretti, ho quarantadue anni, lavoro come elettricista a Pescara, zona Portanuova. Mia moglie Chiara è quella che ha messo in piedi la famosa "dispensa di quartiere" davanti a casa nostra, in via Arapietra. Lei la racconta come una bella favola: lo scaffale avanzato, il mobiletto di legno, i vicini che portano le mele. Tutto vero. Quello che Chiara non dice — perché non lo sa, o forse fa finta di non saperlo — è che per i primi otto mesi quella cosa mi ha fatto venire il sangue al naso ogni santa mattina.

Avevo liberato il garage per farci un banco da lavoro vero, con la morsa fissata al muro e lo spazio per la moto. Quella mensola di legno massello, quella che Chiara ha trasformato in un armadietto bianco col tetto azzurro, era mia. L'avevo recuperata da un cantiere in cui avevo lavorato a Montesilvano, pagata — diciamo così — con un cartone di birre al capomastro. Dovevo farci gli scaffali per gli attrezzi.

Un sabato di marzo torno dal lavoro e trovo il garage mezzo svuotato e Chiara che dipinge quattro parole su un'asse: "Dispensa del Vicinato. Tutti benvenuti." Non me l'aveva chiesto. Me l'ha comunicato, con quel tono allegro che usa quando ha già deciso.

Le prime settimane sono state un disastro silenzioso tra noi. Io tornavo da un cantiere, magari erano le sette di sera, pioveva, e trovavo scatoloni di pasta Barilla scaricati davanti al cancello perché "il mobiletto era pieno". Una volta un tizio ha lasciato tre buste della Decathlon piene di vestiti bagnati, appoggiate contro il muretto, e io le ho dovute spostare prima che si rovinassero del tutto. Non dicevo niente a Chiara. Mi girava dentro, ma stavo zitto.

La cosa che mi faceva più rabbia, se devo essere onesto, non era il disordine. Era la sensazione che la nostra casa fosse diventata un indirizzo pubblico. Mia madre, quando veniva a trovarci da Chieti, mi chiedeva: "Ma che è quella baracchina, Dario, non vi vergognate?" E io non sapevo cosa risponderle, perché in fondo un po' mi vergognavo anch'io, e un po' mi vergognavo di vergognarmi.

C'è stata una sera, fine aprile, che è cambiato tutto per me — anche se nessuno l'ha mai saputo, nemmeno Chiara, fino a stasera che lo scrivo.

Tornavo tardi, verso le undici, dopo un lavoro di urgenza in un condominio senza corrente in via Caravaggio. Stavo per entrare in garage a mettere via la cassetta degli attrezzi quando ho visto una sagoma vicino al mobiletto. Mi sono fermato, pronto quasi a sgridarla — pensavo fosse qualcuno che rubava, non che prendeva. Era una donna sulla quarantina, con un bambino addormentato in braccio, avvolto in una felpa troppo grande. Aveva aperto lo sportellino piano, come se avesse paura del rumore dei cardini. Ha preso due scatole di pasta e un barattolo di passata. Niente altro. Poi si è girata e mi ha visto.

Non ha detto niente. Io nemmeno. Ha fatto un cenno con la testa — non un saluto vero, più un chiedere scusa senza parole — e si è allontanata verso corso Vittorio Emanuele, dove c'è il dormitorio della Caritas. Il bambino non si è svegliato.

Sono rimasto lì, con la cassetta degli attrezzi in mano, per non so quanto. Pensavo a quante volte avevo brontolato per delle scatole di pasta spostate di dieci centimetri dal posto giusto.

Da quella notte non ho più detto una parola contro la dispensa. Ma non sono diventato uno di quelli che si commuove e basta — io sono un tipo pratico, e le cose pratiche le ho viste con gli occhi miei, settimana dopo settimana. Il signor Aldo, un pensionato della Fiat che abitava due case più in là, iniziò a portare le pesche del suo albero in cassette di legno. Una coppia di insegnanti lasciava biscotti fatti in casa chiusi in sacchetti con l'etichetta della scadenza scritta a penna, roba seria. Una volta trovai dentro un biglietto, senza firma, che diceva solo: "Grazie per aver ricordato a mia figlia che esistono ancora persone buone." Chiara l'ha attaccato al frigorifero con un magnete a forma di limone. Ci passo davanti ogni mattina mentre mi faccio il caffè.

A ottobre è arrivato il problema vero, quello che ha davvero messo alla prova tutto. Il nostro vicino di destra, un certo Gennaro Esposito — proprietario di due palazzine in affitto sulla stessa strada — ha iniziato a lamentarsi col Comune. Diceva che la "baracchina" attirava gente di passaggio, abbassava il valore degli immobili, portava "tipi strani" nel quartiere. Ha anche mandato una lettera formale al nostro condominio, chiedendo la rimozione per decoro urbano, allegando foto scattate di nascosto del mobiletto con due scatole storte.

Chiara era fuori di sé. Io, per la prima volta da marzo, mi sono schierato apertamente — e stavolta dalla parte opposta a quella che Esposito si aspettava da me, visto che gli avevo sempre dato corda sulle lamentele del quartiere. Sono andato a parlargli di persona, davanti al portone del suo palazzo in via Arapietra 14, un sabato mattina con ancora la tuta da lavoro sporca di calce.

"Gennaro, quella roba l'ho costruita io con le mie mani," gli ho detto. "E se ti dà così fastidio, prima di scrivere al Comune, fatti un giro la sera verso le undici e guarda chi ci passa davanti."

Non ha ritirato la lettera. Ma alla riunione di condominio di novembre, quando è arrivato il momento della votazione per la rimozione, su dodici famiglie solo lui ha alzato la mano a favore. Dodici contro uno. La signora del terzo piano, quella che non parlava mai con nessuno, ha portato come prova il sacchetto di cioccolatini che suo nipote disoccupato aveva preso dalla dispensa durante l'estate.

Esposito, dopo quella riunione, non ci ha più salutato per settimane. Poi, verso dicembre, l'ho incontrato al bar di piazza Salotto, e gli ho offerto un caffè senza dire niente di quella storia. L'ha preso. Niente di eroico — solo due persone che smettono di fare la guerra per un mobiletto di legno.

Oggi, ottobre dell'anno dopo, lo scaffale che volevo per i miei attrezzi è ancora in piedi davanti al cancello, col tetto azzurro un po' scolorito dal sole. Ci metto ancora la mano sopra ogni tanto per controllare che i cardini non cigolino, perché quello, almeno, resta compito mio. La cassetta degli attrezzi l'ho messa su uno scaffale di metallo comprato al Leroy Merlin di Chieti Scalo. Ventitré euro, scontrino ancora nel cassetto della cucina.

Quella donna col bambino non l'ho più rivista. Ma ogni volta che passo davanti al mobiletto e lo trovo vuoto a metà, penso che da qualche parte, quella notte, qualcuno è riuscito a mangiare senza chiedere il permesso a nessuno — nemmeno a me.

Click to comment

Leave a Reply

Ваша e-mail адреса не оприлюднюватиметься. Обов’язкові поля позначені *

18 + чотири =

Також цікаво:

HU35 хвилин ago

A birtokon túl: Hódossy Bence és az apa, aki egyedül maradt a kerttel

Lehetett volna akármelyik keddi délután Szentendrén. A Bogdányi úti kertes ház teraszán egy idős férfi térdelt a paradicsompalánták között, kesztyűben,...

HU36 хвилин ago

A Balaton-parti esküvő, amit lemondtam a bátyáim miatt

Harmincegy éves vagyok, Veszprémben lakok, és tíz hónapja még azt hittem, hogy szeptemberben megházasodunk Zsófival a Balaton-parton, egy bérelt teremben,...

BG45 хвилин ago

Къщата на баба Деница

На колана на старата ѝ престилка, тази на точки, винаги висеше една щипка за пране — не знам защо, но...

IT55 хвилин ago

Il ripostiglio di Marco, quello che non volevo

Io sono quello che per due anni ha fatto finta di non vedere. Mi chiamo Dario Ferretti, ho quarantadue anni,...

HE23 години ago

**הגיליון המזויף**

מריה הניחה את הטלפון על השולחן, עם הצד האחורי למעלה, כאילו כך ההודעה הקולית בתוכו תשתתק מהר יותר. השעה הייתה...

HE23 години ago

בת 72, וילדיי הפכו אותי לבלתי נראית

התעוררתי בחמש ורבע, הרבה לפני שהמזגן החל לזמזם ברחבי הבית. בבאר שבע, בספטמבר, החום עוד תופס בבוקר מוקדם; בחוץ הרחוב...

LT1 день ago

Šuo, kuris žiūrėjo į duris

Esu veterinarijos klinikos administratorė Kaune, dirbu jau vienuolika metų, ir tą dieną, rugsėjo penkioliktą, turėjau baigti pamainą septynioliktą valandą —...

NL1 день ago

Vulling

Ik sta al zeven jaar aan de balie van tandartspraktijk kamer drie, en geloof me, in die tijd heb ik...