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Il serpente bianco del Gargano
I rovi tremarono con uno scatto secco, poi un altro, più forte. Carla si fermò di colpo sul calcare bianco, a cinque passi dal cespuglio di prugnolo selvatico. Qualcosa, là dentro, si stava dibattendo come se volesse strapparsi la pelle di dosso.
Erano le sette e un quarto di un mattino di fine settembre, e il sole non aveva ancora cominciato a mordere i sentieri sopra Vieste. Carla Moretti faceva la guardia forestale volontaria da nove anni e conosceva ogni curva di quella macchia, ma non si era mai fermata così, con il fiato bloccato in gola, davanti a un serpente quasi bianco che si torceva incastrato tra i rami spinosi.
Era lungo quasi un metro, chiarissimo, con la pelle che sembrava calce viva sotto la luce storta del mattino. Più si agitava, più i rovi lo stringevano.
Il bicchiere del termos le tremò in mano quando lo posò sulla roccia senza avvitare il tappo. Le tornò in mente la voce di Renato, suo marito, che ogni volta che partiva da sola le diceva la stessa frase: "Non toccare niente che non conosci, Carla. A cinquantotto anni non si fa più l'eroina." Lei il conto delle candeline lo teneva per sé, ma il consiglio valeva comunque.
Si chinò un poco, le mani sulle ginocchia, per guardare meglio. Non aveva la testa triangolare delle vipere che conosceva bene da quella zona. Sembrava un colubro, forse un biacco albino — Hierophis viridiflavus, raro ma non impossibile da trovare in quella macchia mediterranea. L'animale non attaccava, non sibilava. Si limitava a dibattersi, sempre più piano, gli occhi opachi.
Restò lì tre minuti buoni, le dita che si stringevano e si riaprivano sui fianchi. Pensò a Micaela, sua figlia, che faceva il terzo anno di veterinaria a Bari e le diceva sempre: "Mamma, gli animali selvatici vanno lasciati stare, anche quando soffrono. Non è crudeltà, è rispetto." Ma quel serpente non sarebbe durato un'altra ora sotto quel sole, intrappolato così.
Carla si tolse la giacca di tela che portava legata in vita e se la avvolse intorno all'avambraccio destro. Si avvicinò un passo alla volta, senza movimenti bruschi. Con la mano sinistra guantata allargò i rami più robusti. Con la destra, protetta dalla giacca, cominciò a liberare il corpo del serpente centimetro per centimetro, partendo dalla coda.
Ci volle un quarto d'ora. Le dita le si graffiarono due volte contro le spine, e il sudore le colava lungo la schiena sotto la camicia. Il serpente smise di dibattersi quasi a metà dell'operazione, come se avesse esaurito ogni forza. Quando l'ultimo anello del corpo si sfilò dal cespuglio, l'animale rimase steso sul terreno sassoso, immobile, la testa appena alzata, la lingua che assaggiava l'aria piano piano.
Carla restò ferma, le mani ancora sporche di terra e resina, e indietreggiò di un passo per dargli spazio. Il serpente non si mosse verso la macchia. Restò lì, immobile sulle pietre, la pancia che si alzava e si abbassava appena, troppo esausto per allontanarsi.
Carla non fiatò. Sentiva solo il proprio respiro, troppo veloce, e un rumore secco tra i cespugli più in alto, verso il sentiero principale.
"Non si muova!" Un uomo con un berretto da caccia scendeva di corsa, il bastone che gli sbatteva contro la gamba, ansimante. "Signora, non si muova, per carità."
Si fermò a un metro da lei, piegato in due, le mani sulle ginocchia, il fiato che gli usciva a scatti. "È una femmina," disse, "di biacco. Albino." Tirò un altro respiro. "L'avevo segnata due giorni fa. Vicino al nido."
"E io che pensavo fosse scappata da un acquario," disse Carla, con la voce ancora un po' corta. "Me lo poteva dire prima che era protetta, no?"
L'uomo sorrise storto, senza riprendere fiato del tutto. "Glielo dico adesso: ha fatto benissimo. La maggior parte della gente, a un serpente bianco nei rovi, ci tira un sasso."
"I piccoli stanno nascendo adesso," continuò, raddrizzandosi appena. "Qualcuno ha smosso le pietre vicino al sasso dove depone. Zaini, probabilmente, degli escursionisti di ieri. Lei è scappata dal nido disturbato, è finita nei rovi mentre cercava di tornare indietro."
Era Pino Lacedra, guardia del parco del Gargano. Da settimane monitorava quel nido per un progetto di censimento della fauna locale: un esemplare leucistico mai documentato prima su quel versante.
Si avvicinò piano, si chinò a un passo da Carla, e con un retino leggero da biologo raccolse l'animale con gesti calmi. Carla restò immobile per non spaventarlo di nuovo.
"Lei non lo sapeva," disse Pino, senza alzare gli occhi dal retino, "ma ha appena salvato l'unica femmina riproduttrice che abbiamo documentato quest'anno su questo versante. Due ore ancora, con questo caldo, e moriva di stress prima di sera."
Carla tornò a casa quel pomeriggio e aprì il frigorifero per prendere l'acqua: il collo della bottiglia le batté due volte contro il bordo del bicchiere prima che riuscisse a versarla. Raccontò tutto a Renato davanti al tavolo di cucina, girando il bicchiere senza berne un sorso, e lui, invece di rimproverarla come temeva, restò ad ascoltare fino alla fine, in piedi vicino al fornello, senza interromperla una volta.
"Quindi," disse solo, quando lei finì, "la prossima volta ti porto io il retino."
Tre settimane dopo, Pino tornò a cercarla al piccolo ufficio del comune dove Carla lavorava part-time. Aveva con sé una cartellina verde, i risultati del censimento della stagione: la femmina che Carla aveva liberato aveva deposto con successo dodici uova, sette delle quali erano già schiuse, tutte vive. Le chiese di firmare un modulo, due righe: l'autorizzazione a citare il suo nome nel rapporto ufficiale del parco come prima segnalazione del ritrovamento, e il consenso a che quel tratto di macchia, circa quattromila metri quadrati lungo il sentiero della Baia delle Zagare, venisse chiuso al passaggio escursionistico per i prossimi tre anni, fino a quando la nuova colonia non si fosse stabilizzata.
"Sette su dodici," disse Carla, posando la penna sul bancone. "Non male per una che si era incastrata nei rovi."
Pino richiuse la cartellina verde. "Diciamo che ha avuto una mano."
Carla firmò, poi tirò fuori dallo zaino la giacca di tela, quella con lo strappo sulla manica destra, e la stese sul bancone per guardare bene il taglio dei rovi prima di decidere se ripararla o buttarla.
