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La cassaforte vuota di Ancona
Settanta anni, e Marisa Contarini aveva imparato a contare le sedie prima di contare gli invitati.
Era settembre, la luce di Ancona entrava obliqua nel salone dove sua figlia Elena aveva organizzato il pranzo per i suoi settant'anni. Dodici sedie intorno al tavolo, la tovaglia di lino che era stata di sua madre, il vassoio di olive ascolane ancora caldo. Marisa contò: dodici sedie, nove persone sedute. Tre vuote. E a lei, quelle tre sedie vuote, dissero più di qualsiasi discorso.
Non si trattava di assenze qualunque. Una era quella di suo fratello Gianfranco, che non si presentava a un pranzo di famiglia da quattro anni, da quando Marisa aveva rifiutato di firmargli una fideiussione per l'officina meccanica che stava per perdere. Le altre due erano di Rita e Paolo, i cugini che per vent'anni avevano chiamato solo a Natale, e solo per chiedere se "la nonna aveva lasciato qualcosa di scritto".
Elena le versò il Verdicchio nel bicchiere e si sedette vicino a lei.
"Mamma, ti dispiace che non sono venuti?"
Marisa prese un'oliva, la girò tra le dita senza mangiarla, poi la posò di nuovo sul vassoio.
"Mi è dispiaciuto per anni," disse. "Adesso è solo una sedia vuota. Passami il casatiello, va a freddo."
Per capire quella risposta bisognava tornare indietro. Bisognava tornare alla farmacia di via Matas, quella che Marisa aveva gestito per trentotto anni insieme al marito Aldo, morto nel duemilasedici. Dopo la sua morte, l'attività era passata formalmente a Marisa, unica proprietaria, ma Gianfranco aveva cominciato a comportarsi come se metà fosse sua. Si presentava in farmacia, prendeva scatole di medicinali per "la sua officina, giusto per pagare la benzina", firmava ordini al fornitore senza chiedere, diceva ai dipendenti che "prima o poi tutto sarebbe tornato in famiglia, quella farmacia era di nostro padre, mica sua".
Non era vero. La farmacia l'aveva comprata Aldo, con un mutuo che avevano pagato insieme per quindici anni, sedendosi ogni fine mese al tavolo della cucina a fare i conti con la calcolatrice che perdeva lo zero. Il padre di Marisa e Gianfranco non c'entrava niente. Ma Gianfranco la diceva e la ridiceva, in farmacia, al bar, alla cena di Pasqua, finché Marisa si trovò a sentirsela ripetere persino dalla commessa nuova, che l'aveva solo origliata da qualcun altro.
Quando Marisa gli chiese, con calma, di restituire centonovanta euro in medicinali presi senza pagare e di smettere di presentarsi come se fosse un socio, Gianfranco rovesciò una pila di scatole di sciroppo per attirare l'attenzione dei dipendenti e disse che era "un'ingrata, dopo tutto quello che la famiglia aveva fatto per lei". Non specificò mai cosa, esattamente, la famiglia avesse fatto. Da quel giorno smise di venire ai pranzi.
Con Rita e Paolo la storia era diversa, più lenta, più fredda. Vent'anni di telefonate solo per sondare l'eredità, mai per chiedere come stesse. Quando la madre di Marisa, la nonna Ada, si era ammalata, erano stati Marisa ed Elena a passare le notti in ospedale a Torrette, a cambiare le flebo con gli infermieri, a parlare con i medici tra un caffè della macchinetta e l'altro. Rita e Paolo si erano presentati il giorno del funerale, vestiti bene, chiedendo sottovoce se c'era un testamento "giusto per sapere come muoversi".
Marisa aveva deciso, in quel momento, davanti al feretro della madre, che certe persone potevano restare fuori dalla sua vita senza che lei dovesse spiegare niente a nessuno.
Il pranzo dei settant'anni continuò senza drammi. Si rise, si mangiò il casatiello, Elena fece un discorso breve e sincero su quanto sua madre avesse lavorato per tutti loro. Ma due settimane dopo, a ottobre, Gianfranco si presentò senza preavviso nello studio del notaio Bellagamba, in corso Mazzini, dove Marisa aveva un appuntamento già fissato da un mese per sistemare la successione della farmacia e dell'appartamento di via Giordano Bruno.
"Sono qui come fratello," disse Gianfranco, sedendosi senza essere invitato, con la giacca che gli puzzava ancora di officina. "Voglio solo capire come stanno le cose, visto che quella farmacia in parte è anche mia moralmente."
Marisa aprì la cartellina azzurra che aveva portato con sé. Le mani le tremarono un poco nel tirare fuori il contratto di mutuo del millenovecentonovantotto — non per paura, ma perché quella cartellina sapeva ancora di muffa, dello scatolone in cantina dove l'aveva trovata la sera prima — e lo mise sul tavolo del notaio.
"Moralmente," disse, "è di chi l'ha pagata. E qui ci sono quindici anni di rate, con due firme. La tua non c'è."
Poi tirò fuori una seconda carta: la ricevuta dei centonovanta euro di medicinali mai pagati, con la data e la firma del commesso che glieli aveva consegnati su ordine di Gianfranco. Il notaio Bellagamba provò a prendere nota con la sua Bic, che non scriveva più; dovette scrollarla due volte sul foglio prima che uscisse l'inchiostro, e per un attimo nello studio si sentì solo quel rumore secco, biro contro carta.
"Questo," disse Marisa, "lo vorrei allegato agli atti, solo per chiarezza, nel caso qualcuno in futuro sollevi contestazioni sulla proprietà."
Gianfranco provò ancora, disse che lei era "fredda come sempre stata", che "papà si vergognerebbe, altro che". Marisa chiuse la cartellina con un colpo secco.
"Papà non ha mai messo un euro in questa farmacia," disse, piano. "E io non ti devo niente, Gianfranco. Non più."
Firmò l'atto di successione che lasciava la farmacia e l'appartamento interamente a Elena, con una clausola specifica che escludeva espressamente ogni pretesa da parte di terzi non nominati. Poi si alzò, salutò il notaio, e uscì in corso Mazzini mentre il sole di ottobre illuminava la facciata del Teatro delle Muse.
Gianfranco rimase nello studio altri dieci minuti a discutere col notaio, che gli spiegò con pazienza che non c'era alcuna base legale per le sue pretese. Due giorni dopo, Rita chiamò Elena, non Marisa, per chiedere "come stava andando la cosa del notaio". Elena rispose solo: "È tutto a posto, mamma ha sistemato tutto. Non c'è nulla da sistemare per voi."
Non ci fu più nessuna telefonata, dopo quella.
Il Natale successivo, Marisa mise di nuovo dodici sedie intorno al tavolo. Questa volta ne restarono vuote solo due. Elena versò di nuovo il Verdicchio, le olive ascolane erano ancora calde — un po' troppo, in realtà, Elena le aveva tenute sul fuoco mentre litigava al telefono col corriere per il regalo non arrivato — e il porto fuori dalla finestra era illuminato dalle luci delle barche che rientravano. Marisa contò le barche, non le sedie, ne arrivarono sei prima che il dolce fosse in tavola, e alzò il bicchiere senza dire niente.
