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Rex non ha mai smesso di abbaiare, e io gli ho urlato contro come se fosse impazzito

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Mi chiamo Davide Conti, ho trentasei anni e faccio il geometra a Lucca. Quella domenica di luglio ero io in giardino con mia figlia Bice, due anni, mentre mia moglie Serena era dentro a stirare le camicie per il lunedì. Lo dico subito perché nessuno me lo chiederà mai: quel pomeriggio il bambino da guardare era compito mio, e per un attimo ho fallito. Non lo scrivo per farmi compatire. Lo scrivo perché quando tutti raccontano questa storia la raccontano dal punto di vista di mia moglie, della mamma che corre, che piange, che capisce tutto all'ultimo secondo. Io invece ero già lì. Ero quello che doveva vedere prima.

Il nostro cortile a Capannori è piccolo, cinquanta metri quadri recintati, con un gelso vecchio che perde more su tutto il vialetto di cemento e un cancelletto verde che chiude con un chiavistello a molla, di quelli che fai scattare con due dita. Lo avevo riparato io stesso tre mesi prima, con un tassello nuovo comprato al ferramenta di via Pesciatina. Mi ero detto: fatto, problema risolto. Quella è la prima cosa che nessuno sa: io ero convinto di aver sistemato tutto, e proprio per quello non controllavo più.

Era quasi l'una. Alla radio della cucina, con la finestra aperta, sentivo il notiziario locale che parlava del solito traffico sulla variante Aurelia. Bice girava per il prato col suo vestitino giallo, quello coi papaveri, e ogni tanto si fermava a raccogliere le more cadute per schiacciarle tra le dita, piena di macchie viola fino ai gomiti. Io ero seduto sulla sedia di plastica accanto al barbecue spento, con il telefono in mano, a rispondere a un cliente per un preventivo di ristrutturazione. Due minuti, mi sono detto. Due minuti e alzo gli occhi.

Rex, il nostro pastore tedesco, dormiva all'ombra del muretto, vicino alla cuccia che non usava mai perché preferiva il cemento fresco. Lo avevamo preso da cucciolo quando Bice non era ancora nata, e in due anni non lo avevo mai visto alzare un labbro verso di lei. Se piangeva di notte, lui si alzava dal corridoio e si piazzava davanti alla sua porta. Se cadeva giocando, lui le leccava il ginocchio finché non smetteva di frignare. Per questo, quando l'ho sentito scattare in piedi con un ringhio che non gli avevo mai sentito fare, ho pensato prima a una vespa, poi a un gatto randagio, e solo alla fine, troppo tardi, ho pensato a lui stesso che potesse diventare un pericolo.

L'ho visto attraversare il prato a balzi, con la bocca aperta e i denti scoperti, dritto verso Bice. Il telefono mi è scivolato tra le gambe della sedia.

«Rex! No!» ho urlato, alzandomi di scatto, con una gamba che mi si è addormentata e mi ha fatto quasi cadere.

Lui non si è fermato. È arrivato da lei abbaiando a pieni polmoni, un suono che sembrava uscirgli dalle costole, e le si è piazzato davanti di traverso, bloccandole il passo. Bice ha provato a scansarlo da destra, lui l'ha seguita. Ha provato da sinistra, lui si è messo di nuovo in mezzo, continuando ad abbaiare con una violenza che non gli avevo mai visto neanche con gli estranei al cancello.

Ho fatto i dieci metri che mi separavano da loro come se corressi dentro la sabbia, le gambe pesanti, il cuore che mi martellava in gola. Pensavo alle cose più stupide e più orribili insieme: che gli fosse scattato qualcosa nella testa, che un cane possa un giorno "girare" senza preavviso, che avrei dovuto chiamare il veterinario, i vigili, non so cosa. Mia moglie dall'interno della casa ha sentito le urla ed è arrivata sulla soglia della cucina con il ferro da stiro ancora acceso in mano, gridando il mio nome.

Sono arrivato e ho preso Bice in braccio strappandola quasi da terra. Lei si è aggrappata al mio collo, zitta, con gli occhi sbarrati, più spaventata da me e dalle mie urla che dal cane, in realtà. Rex continuava ad abbaiare, piantato lì, il corpo girato non verso di noi ma verso qualcosa alle spalle di dove Bice stava un attimo prima.

Stavo per scacciarlo con un calcio, lo ammetto, l'avrei fatto, ero fuori di me. E in quel momento ho sentito il rumore di una moto che prendeva la curva di via del Gelso troppo veloce, il motore che accelerava proprio davanti a casa nostra.

Ho girato la testa e ho visto il cancelletto verde spalancato di una ventina di centimetri. Il chiavistello che avevo riparato io, quello che credevo perfetto, penzolava storto, come se la molla si fosse indebolita con il caldo di quei giorni o come se Bice, raccogliendo le more vicino al muretto, ci avesse urtato contro senza che nessuno se ne accorgesse. La moto è passata a un metro da quell'apertura, sollevando polvere e foglie secche dal vialetto, proprio nel punto esatto dove mia figlia, un minuto prima, si stava dirigendo con le manine piene di more, incuriosita dal rumore del motore in lontananza.

Mi sono seduto per terra con Bice ancora in braccio, le gambe che non mi reggevano più, e Serena è corsa fuori scalza, il ferro da stiro abbandonato chissà dove dentro casa. Rex ha smesso di abbaiare solo quando il rumore della moto si è spento in fondo alla strada. Poi si è avvicinato piano, ha abbassato le orecchie, e ha appoggiato il naso sul piedino scalzo di Bice, come per contarle le dita, controllare che ci fosse ancora tutta intera.

Io, che un attimo prima ero pronto a cacciarlo via con un calcio, sono rimasto lì a guardarlo con le lacrime che mi scendevano senza che potessi fermarle, cosa che non mi capitava da anni. «Scusami» gli ho detto, come un idiota, a un cane. «Scusami, Rex.»

Quella sera, dopo aver messo a letto Bice, io e Serena siamo rimasti in cucina fino a tardi, seduti al tavolo, senza quasi parlare. Lei continuava a dirmi che non era colpa mia, che il chiavistello poteva cedere comunque, che due minuti al telefono li fa chiunque. Io la lasciavo parlare, ma dentro di me sapevo già cosa avrei fatto il giorno dopo, e non era una cosa che avrei discusso con nessuno prima di farla.

Il lunedì mattina, invece di andare in cantiere, sono passato alla ferramenta di via Pesciatina e ho comprato due cose: un chiavistello a catenaccio con lucchetto, da montare un metro più in alto rispetto al vecchio, dove le mani di Bice non arriveranno per almeno altri tre anni, e una campanella da appendere al cancello, di quelle che suonano anche solo a sfiorarle, in modo che qualunque movimento su quel cancelletto si senta fino in cucina. Ho paganto quarantadue euro in contanti, ho tenuto lo scontrino, e sono tornato a casa prima di pranzo a montare tutto da solo, senza aspettare il weekend, senza rimandare come avevo fatto con altre cento piccole riparazioni di quella casa.

Ho tolto anche la vecchia cuccia di Rex da vicino al muretto e l'ho spostata proprio accanto al cancello, nel punto più fresco del cortile ma anche quello con la visuale migliore su tutto il vialetto. Non gliel'ho detto a nessuno, l'ho solo fatto. Lui ci si è sistemato quella sera stessa, muso rivolto verso l'uscita, come se avesse capito perché l'avevo spostata.

Ora, quando qualcuno dei miei colleghi in cantiere dice che i cani "si girano all'improvviso" e non ci si può fidare, io penso al chiavistello storto, alla moto che non ha nemmeno rallentato, e a come per due minuti un telefono in mano mi sembrava più importante di quello che stava succedendo a tre metri da me. Bice ormai si arrampica su Rex come fosse un divano e lui la lascia fare, fermo, con gli occhi socchiusi, il naso puntato verso il cancello nuovo che suona ogni volta che qualcuno lo tocca.

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