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L’ho buttata io quella camicia

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Mia moglie è rimasta in mezzo al salotto con un sacco nero in mano, a fissare l'anta aperta dell'armadio come se dentro ci fosse mancato l'aria, non un vestito.

— La camicia di seta color pervinca — ha detto. — Dov'è?

Mia madre ha continuato a sbucciare le patate. Il coltello andava giù con un colpo secco, la buccia cadeva nel lavello di marmo.

— Quella con la macchia di vino sotto il colletto? Buttata. Era vecchia e sapeva di naftalina. Non capisco come si possa tenere certa roba in casa.

Ho visto il collo di Chiara diventare rosso, poi bianco. Non ha detto niente. Si è chinata, ha preso il sacco e l'ha posato accanto alla porta. In silenzio.

Quella camicia gliel'avevo regalata io per il suo trentacinquesimo compleanno. Era costata ottanta euro in un negozietto di via dei Giubbonari, a Roma. E Chiara l'aveva messa la sera in cui avevamo deciso di smettere di litigare per i soldi. Dovevamo ricominciare. Così, semplice.

Non sono un uomo che alza la voce. Mia madre mi ha insegnato che alzare la voce è roba da deboli, che le cose si risolvono con il ragionamento. Però quella sera, in cucina, ho avuto la tentazione di rovesciare il tavolo.

Mia madre si è trasferita da noi l'anno scorso, dopo che le hanno alzato l'affitto in quel buco di Trastevere dove viveva da vent'anni. La pensione le bastava a malapena per l'affitto e le medicine. Io e Chiara ne abbiamo parlato una sera, al tavolo del tinello, con la porta chiusa.

— Resta un paio di mesi — le ho detto. — Il tempo di trovarle qualcosa di decente.

Chiara è rimasta zitta un momento, poi ha detto solo "va bene". L'ho ringraziata e basta. Non ho visto quello che stava succedendo, e forse non volevo vederlo.

I primi tempi sembravano andare bene. Mia madre cucinava, andava a prendere la bambina a scuola, si occupava della spesa. Poi, pezzo dopo pezzo, ha cominciato a prendere possesso della casa. Non lo diceva, lo faceva. Ha spostato le pentole, ha messo le mie camicie in un ordine tutto suo, ha buttato un barattolo di pesto alla genovese perché scadeva la settimana dopo. Ha detto a Chiara che comprava troppe mozzarelle.

Io non lo vedevo. O mi faceva comodo non vederlo. Ogni sera tornavo dal lavoro stanco, aprivo la porta e l'unica cosa che volevo era cenare e dormire. Non avevo voglia di sentire lamentele. Perché è questo che pensavo: che fossero lamentele. Non capivo che quella donna stava armadio per armadio, cassetto per cassetto, togliendo a mia moglie il diritto di stare in casa propria.

Una mattina sono sceso in cucina e ho trovato nostra figlia Bianca con un piatto di pastina in brodo davanti. La bambina la fissava come fosse un blocco di ghiaccio.

— Dai, mangia — le diceva mia madre.

— Non la voglio.

Mia madre l'ha guardata dritto negli occhi.

— Non si lascia niente nel piatto. Da piccoli mangiavamo quello che c'era e nessuno faceva storie.

Bianca aveva il labbro che tremava. Io ho aperto il frigo, ho preso un vasetto di yogurt di capra, l'ho aperto e l'ho messo accanto al piatto di pastina.

— Ma che fai? — ha chiesto mia madre.

— È sua figlia — ho detto. — Se non vuole quella, mangia questo.

Mia madre ha posato il cucchiaio. Mi ha guardato come si guarda un estraneo.

Quella sera, in camera, Chiara e io non ci siamo nemmeno parlati. Io stavo sul bordo del letto, con le scarpe ancora al piede, a guardare la luce del lampione che filtrava dalle persiane. Non sapevo cosa fare. Sentivo mia madre dall'altra parte della porta, che parlava al telefono con mia zia. Parlava di me. Diceva che casa mia non era più casa mia.

Poi è arrivata la storia del braccialetto. Quello della nonna di Chiara. Un filo d'oro con una perla piccola, niente di speciale, almeno per me. Per lei era l'unica cosa rimasta di sua nonna. Lo teneva in una scatolina di latta con il coperchio azzurro, in fondo al primo cassetto del comò. Mia madre ha deciso che quella scatolina era inutile e l'ha buttata. Il braccialetto l'ha portato alla signora del piano di sotto perché "tanto non lo mette nessuno, è una cretinata da niente".

Sono tornato a casa e ho trovato Chiara in piedi in camera. La valigia era aperta sul letto. Dentro c'erano i vestiti di Bianca, piegati con cura, le scarpe, i libri della scuola. Ha sollevato la testa e mi ha detto, senza urlare:

— Io e Bianca andiamo da mia sorella, a Genova.

Ho sentito il sangue andarsene dalle mani. Le ho chiesto perché.

— Non c'è più posto per me in questa casa. Tua madre decide tutto. Decide anche cosa deve mangiare nostra figlia, cosa deve mettere, cosa può tenere. Io qui non esisto più, Michele.

Non rispondevo. E lei ha continuato, con un filo di voce che mi ha fatto più male di un urlo:

— Non voglio che Bianca impari che si sta zitti quando qualcuno ti porta via le cose. Ho taciuto troppo. Già quando tua madre ha buttato la camicia, dovevo dire basta.

Allora non ho detto niente. Ho preso la giacca e sono sceso in strada. Ho camminato fino al Tevere. C'era un baracchino aperto, ho preso un caffè e l'ho bevuto in piedi, al bancone freddo. Un tizio parlava di calcio con il barista. Io non pensavo a niente, solo a mia moglie che piegava le magliette della bambina dentro la valigia.

Quando sono rientrato, era notte. Chiara dormiva sul divano, Bianca nel suo letto. Mia madre era in cucina, al buio, con una tazzina di camomilla davanti.

— Quella donna vuole mandarmi via — ha detto appena mi ha visto.

Mi sono seduto di fronte a lei. La tazzina fumava. Ho aspettato un momento prima di parlare.

— Mamma, domani chiamo l'agenzia per te.

Ha alzato la testa.

— Che significa?

— Cerco un posto. Una casa più piccola, un alloggio per anziani, quello che c'è. Ma qui non puoi restare. Perché se resti, perdo loro.

Mia madre non ha detto niente. Ha continuato a girare il cucchiaino nella tazzina, senza bere. Poi si è alzata, ha messo la tazzina nel lavello e se n'è andata a letto. Per tre giorni non mi ha rivolto la parola. Nemmeno un cenno quando ci incrociavamo in corridoio.

Non è stato bello. Quando sei figlio, pensi che scegliere tra tua madre e tua moglie sia una colpa. Continuavo a rigirarmi la stessa domanda in testa, la sera, mentre lavavo i piatti da solo: chi dei due aveva ragione. Poi ho smesso di farmela. Non era una gara tra loro due. Era il piatto di pastina che Bianca non voleva mangiare, era la scatolina di latta finita nella spazzatura, era il sacco nero accanto alla porta.

Il quindici di marzo mia madre si è trasferita in un residence per anziani a Boccea, a mezz'ora da casa nostra. L'ho accompagnata io, con la mia Audi grigia. In portabagagli c'erano due valigie e una scatola con le fotografie. Il posto è pulito, le stanze hanno i termosifoni nuovi e c'è un giardinetto con tre panchine. Il primo mese l'ho pagato io, senza dire niente a Chiara. Quattordicimila euro per il contratto annuale. Non li ho presi dal conto di famiglia.

Le ho portato su la scatola delle fotografie, gliel'ho messa sul comodino, vicino alla lampada. Lei si è seduta sul letto singolo, con le mani sulle ginocchia, e non ha aperto la scatola davanti a me. L'ho salutata, le ho detto che sarei tornato domenica con Bianca. Non mi ha accompagnato alla porta.

Adesso Chiara non nasconde più le sue cose. Il primo cassetto è di nuovo il suo. La camicia pervinca non è tornata, il braccialetto nemmeno. Ma mia moglie ha ricominciato a chiudere la porta della camera quando si veste. Non perché si vergogni, ma perché quella porta adesso è sua.

Ieri sera l'ho sentita girare la chiave nella serratura, un piccolo scatto secco, mentre io ero già a letto con il libro aperto sulle ginocchia. Ho aspettato che si infilasse sotto le coperte, poi ho spento la luce dal mio lato.

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