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Tre donne, quattro telefonate e una bolletta della luce
Lo dico subito: Maria Conti di Brescia non ha amiche. Non ne ha sette, non ne ha nemmeno due. Ne ha esattamente zero. E quando lo racconto a qualcuno, mi guardano come se avessi annunciato che mi è morto il gatto.
Non lo capisco neanch'io.
Maria ha sessantadue anni, abita in un palazzo di via dei Mille, terzo piano senza ascensore. Esce ogni mattina alle sette e dieci, anche la domenica. Compra il cornetto al bar sotto casa, paga in contanti, non ha nemmeno il bancomat. La barista la conosce di nome, ma quella non è amicizia. È abitudine.
Ho lavorato nella sua banca per undici anni. Maria veniva ogni primo giovedì del mese. Stesso conto, stessa cifra: trecentoventi euro sul libretto di risparmio. Non ha mai saltato un mese. Non è mai venuta in un altro giorno. Undici anni.
E poi un giovedì si è presentata con una scatola da vino.
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Era novembre dell'anno scorso. Fuori pioveva a dirotto, in filiale sapeva di lana bagnata e detergente per pavimenti. Maria si è seduta davanti a me, ha posato la scatola sulla scrivania e ha detto:
«Mi chiuda il conto.»
Per nove anni l'avevo seguita con versamenti, bonifici, dichiarazione dei redditi. Non l'avevo mai vista fuori dalla banca. E adesso era lì, con una scatola di Franciacorta, a chiedermi di estinguere un conto che aveva dal millenovecentonovantadue.
«Tutto?» ho chiesto.
«Tutto. E si tenga pure la calcolatrice, tanto non mi servirà più.»
Sulla calcolatrice c'era un'etichetta con il suo nome, scritta a macchina. Quella donna aveva scritto il proprio nome su una calcolatrice.
Era successo qualcosa. Non dirò che l'ho capito subito. Ma quando una cliente dopo undici anni ti porta una scatola da vino e ti dice che chiude tutto, non serve essere indovini.
—
Una settimana dopo l'ho incontrata al supermercato, nel corridoio della pasta. Maria teneva in mano un pacco di spaghetti e lo fissava come se non l'avesse mai visto.
Non mi ha salutata. Non si è nemmeno accorta di me.
Era lì ferma, cappotto abbottonato fino al collo, cestino vuoto nell'altra mano, gli occhi incollati su quel pacco di spaghetti. Sette minuti. Io nel frattempo avevo deciso se comprare le penne o le fusilli, e lei era ancora lì con lo stesso pacco in mano.
«Signora Conti,» ho detto.
Ha alzato gli occhi. Si è irrigidita.
«Sto… scegliendo,» ha detto.
Quella non era scelta. Era il vuoto. Ma ho preso le mie penne e l'ho lasciata stare. Cos'altro potevo fare. La banca è la banca. Il supermercato è il supermercato. Ci sono confini che non si attraversano.
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E ci sono pomeriggi in cui i confini li buttano giù le telefonate.
Mi ha chiamata un martedì alle tre del pomeriggio. Il mio turno finiva alle sei. Sul display c'era scritto «Numero sconosciuto» e stavo quasi per non rispondere. Dopo undici anni che ti chiama gente per lo scoperto di conto, smetti di rispondere ai numeri sconosciuti.
Ma qualcosa mi ha spinta a farlo.
«Sono Ferretti, della banca,» ho detto.
Un silenzio morbido, quello che si sente quando qualcuno è solo in casa, con il riscaldamento acceso.
«Signora Conti?»
«Lei mi aveva aiutata con la dichiarazione dei redditi,» ha detto. Voce piatta. «Se la ricorda? A febbraio. Con quel rimborso di duecentoventi euro.»
Me lo ricordavo. Ogni anno la stessa scena: lei arrivava con le cartelline ordinate per colore, io l'aiutavo con le carte, lei mi portava una scatola di cioccolatini. Non li apriva mai, credo. Li tirava fuori dalla borsa e li rimetteva via.
«Sì, me lo ricordo.»
«Io… avrei una domanda. Non proprio bancaria.»
E poi mi ha raccontato perché aveva chiuso il conto.
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Il fratello le aveva lasciato un debito. No, non è preciso. Il fratello le aveva lasciato la sua casa e il suo debito. Una casa a Rezzato, con giardino e posto auto. Debito: diciottomila euro di bollette della luce non pagate negli ultimi tre anni. Nemmeno il gas. Nemmeno l'acqua.
Maria l'aveva scoperto quando le era arrivata la cartella esattoriale. Il foglio era rimasto sulla credenza in corridoio, tra i volantini del Conad e dell'Esselunga. L'aveva aperto in cucina. L'aveva letto tre volte. Poi si era fatta una camomilla e l'aveva versata nel lavandino.
Il fratello. L'unica famiglia che le restava. Per tre anni l'aveva chiamata una volta ogni sei mesi. Le chiedeva sempre quanto aveva messo da parte. «Tanto per sapere, non si sa mai.» Per undici anni l'avevo vista versare quei trecentoventi euro. Si costruiva una riserva. Una sicurezza. E il fratello lo sapeva. Era l'unica cosa su cui le avesse mai fatto domande.
Quando lo aveva chiamato per la cartella esattoriale, lui aveva risposto: «E allora? Una casa è sempre un debito. Devi vederla come un investimento.»
In quel momento aveva chiuso il conto.
—
«Perché me lo racconta?» ho chiesto al telefono. Con garbo. Ma dovevo saperlo.
«Perché lei è l'unica che non mi ha mai detto cosa fare,» ha risposto. «Non mi ha mai detto di resistere, o che le cose sarebbero andate meglio, o che la famiglia è famiglia. Lei mi ha sempre detto soltanto: firmi qui, questo è il tasso, questo è il saldo.»
Era vero. Io non ero mai stata sua amica. Ero un'impiegata.
«E adesso mi dica,» ha proseguito, «se ha senso continuare a pagare tutto questo. Quella casa. Io non ci voglio abitare. Non voglio niente di quella casa. Ma è la casa dei miei genitori.»
In quel momento fuori calava il buio e io ero seduta in ufficio con il telefono all'orecchio, a pensare a cosa si può dire. Cosa si può consigliare. Perché esiste il segreto bancario, l'etica, i confini professionali.
E ci sono momenti in cui dici più di quanto dovresti.
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«La venda,» ho detto. «È l'unica erede?»
«Sì. I miei l'avevano lasciata divisa a metà, ma mio fratello la sua parte l'aveva già incassata tempo fa. Adesso è tutta mia.»
«Allora la venda. Paghi il debito con il ricavato. E si tenga il resto.»
Silenzio. Lungo.
«E mio fratello?»
Era quello il nodo. Era per quello che era rimasta impalata davanti agli spaghetti al supermercato. Non per la casa. Per quello che si deve fare. Per quello che si usa. Per quello che avrebbe detto il papà.
«Cosa c'entra suo fratello?» ho chiesto.
«Lui ci vuole andare ad abitare. Appena vende il suo appartamento a Milano. Ha sempre detto che prima o poi sarebbe tornato in quella casa. Che è la casa di famiglia e che un giorno sarebbe tornata nostra.»
«E paga qualcosa per quella casa?»
Adesso il silenzio era il mio. Sentivo, dall'altra parte, il clic del bollitore. Come se stesse scaldando l'acqua. Martedì, alle quattro del pomeriggio. Come se si stesse preparando a qualcosa a cui si preparava da tempo.
«No,» ha detto. «Non paga mai niente. Né per me. Né per la casa. Né per la mamma, quando stava morendo. Ho pagato tutto io. Il funerale. I fiori. La messa. Quattromilacinquecento euro e lui non ha versato un centesimo. Ha detto che era in un momento di crisi e che me li avrebbe restituiti. Erano cinque anni fa. Non mi ha restituito niente. Nemmeno un centesimo.»
Tutto questo è entrato in una frase sola. In una pausa tra l'acqua che si scaldava e il fischio del bollitore. L'ha detto con la voce con cui si dicono i numeri di conto. Senza un cedimento.
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Non posso dire di averne avuto il diritto. Ma le ho detto quello che pensavo.
«Signora Conti, dai nostri dati vedo che negli ultimi undici anni ha messo da parte qualcosa come quarantatremila euro. Quella casa vale almeno quattrocentomila euro. La cartella esattoriale è di diciottomila. Se la vende, le restano quasi quattrocentomila euro. Può comprarsi un appartamento. O andare in affitto. O viaggiare. Lei non è mai stata da nessuna parte, vero?»
«Mai.»
«E allora perché continua a portare tutto questo come una punizione?»
Silenzio. Il bollitore fischiava.
«Perché ci sono abituata,» ha detto.
E poi ha riattaccato.
—
Per nove mesi non ho più avuto sue notizie. È arrivata la primavera, poi l'estate. In banca avevo altri clienti, altre storie. Ogni tanto pensavo a Maria con la scatola di Franciacorta. Ogni tanto no.
E poi, lo scorso ottobre, è tornata.
Non era il primo giovedì. Era un mercoledì. È entrata con un cappotto nuovo. O non nuovo — diverso. Color cammello, di lana, con la cintura. I capelli li aveva tagliati corti, sopra le orecchie.
Portava una borsa da cui spuntava una cartellina di documenti.
«Non mi serve un conto,» ha detto, prima che potessi chiederlo. «Volevo solo…»
Non ha finito la frase. Ha posato sulla scrivania la copia dell'atto di vendita. Una cartellina di plastica verde, con il logo di un'agenzia immobiliare di Rezzato.
«Venduta,» ha detto. «La casa. A giugno. L'hanno presa due coniugi di Desenzano, hanno due figli. Volevano il giardino. Gli ho lasciato anche il posto auto e i meli.» Si è fermata un attimo. «Ho lasciato lì la serra. Che se la tengano. C'erano le piantine di pomodoro.»
Io ero seduta alla scrivania, le mani sulla tastiera, e non scrivevo niente. Non c'era bisogno di scrivere. Non era un'operazione bancaria. Era un epilogo.
«E il debito?»
«Pagato. Con il ricavato. Diciannovemiladuecento euro, more comprese. Tutto saldato. L'azienda elettrica mi ha dato la quietanza. Ecco la copia.»
Mi ha porto il foglio. L'ho preso. E poi ho fatto una cosa che non avrei mai fatto con nessun altro cliente: mi sono girata, ho acceso il bollitore nell'angolo cottura dietro di me e le ho versato un tè. Lei si è seduta, ha posato la borsa per terra e ha bevuto. Un lungo silenzio. E in quel silenzio ha detto:
«Mio fratello mi ha chiamata ad agosto. Quando ha scoperto che la casa non c'era più. Sa cosa mi ha detto?»
Ho scosso il capo. Il bollitore si era spento.
«Ha detto: "Non potevi dirmelo prima? L'avrei presa io, alla stessa cifra."» Maria ha bevuto un sorso. «Io gli ho risposto: "Con quali soldi? Tu non avevi nemmeno per pagare la luce."»
Ha posato la tazza, ormai vuota, sul bordo della scrivania. Ha guardato fuori dalla finestra, dove le foglie cadevano sui tetti di via dei Mille.
—
Non so se Maria Conti abbia delle amiche. Ma so che in ottobre, il giorno in cui mi ha portato l'atto di vendita, ha fatto una cosa che non le avevo mai vista fare prima.
Ha tirato fuori dalla borsa una scatola di cioccolatini. La stessa che mi portava da anni. L'ha posata sulla scrivania. E poi, per la prima volta, l'ha aperta davanti a me.
«Ne prenda uno,» ha detto.
Ne ho preso uno.
E quando se n'è andata, ha lasciato lì la scatola, aperta, sull'angolo della scrivania, accanto al terminale per le carte.
