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L’officina di Vittorio, ventidue anni per un firma

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L'officina di Vittorio, ventidue anni per una firma

Marisa aveva le mani sporche di grasso quando il postino le allungò la raccomandata. Erano le nove e un quarto di un mercoledì di marzo, a Cesena, e in officina c'era ancora quell'odore di gomma bruciata che suo marito Vittorio non era mai riuscito a togliere di dosso, nemmeno la sera, nemmeno dopo la doccia.

Vittorio era morto da sette mesi. Un infarto in mezzo al piazzale, tra un Doblò da revisionare e un caffè lasciato a metà sul bancone.

L'officina "Autofficina Ferretti", targata su quella stessa insegna dal 1998, l'aveva tirata su lui da solo, poi con l'aiuto del figlio Denis quando questo aveva finito le superiori e deciso, contro il parere di tutti, che il futuro non era all'università ma sotto un ponte sollevatore.

Marisa la raccomandata la aprì lì, in piedi, senza nemmeno pulirsi le mani sul grembiule. Dentro c'era una lettera del notaio Bellandi, quello di via Cesenatico, e in calce una fotocopia di un atto: la cessione di quote della società, firmata da Vittorio quattro mesi prima di morire, che intestava l'intera officina — muri, attrezzatura, avviamento — a Denis. Tutto. Non un metro quadro per lei.

Marisa si sedette sullo sgabello vicino al compressore, quello con la gomma consumata da un lato, e rilesse la data tre volte. Aprile. Vittorio in aprile prendeva ancora le sue medicine da solo, guidava fino a Forlì per i ricambi, giocava a briscola il giovedì sera con Aldo e Sandro al circolo. Non era rimbambito. Aveva firmato con la testa perfettamente lucida.

Denis arrivò alle dieci, in tuta blu, con in mano due brioche della pasticceria sotto casa — una per lei, come faceva sempre. Vedendola con quel foglio in mano si fermò sulla soglia.

«Mamma, quella lettera dove l'hai presa.»

«Me l'ha portata il postino, Denis. Dimmi tu dove l'ho presa.»

Lui posò le brioche sul bancone, vicino alla vecchia radio che trasmetteva ancora Radio Bruno a basso volume. Non rispose subito.

«Papà voleva che l'officina restasse un'attività, non… non si spezzasse in due parti che poi nessuno sa gestire.»

«E io cosa sarei, secondo lui. Un pezzo da spezzare?»

«Non ho detto questo.»

«L'hai firmato tu con lui, quel giorno? Eri presente dal notaio?»

Denis fissò le mattonelle screpolate del pavimento, poi il portone del capannone ancora abbassato a metà, poi di nuovo lei.

«Ero presente sì. Ma è stata un'idea sua, mamma, giuro. Io gli ho detto che forse era meglio aspettare, parlartene prima, ma lui…»

«Lui cosa.»

«Diceva che tu l'officina non l'hai mai voluta. Che stavi qui solo per lui.»

Marisa rise, una risata secca, senza allegria. Ventidue anni a fare fatture, a rispondere al telefono con la cornetta sporca di olio, a portare il caffè ai meccanici alle undici, a tenere i conti con lo scontrino di ogni bullone comprato da Bruni Ricambi. Ventidue anni, e Vittorio aveva deciso, in una mattina d'aprile, che lei stava lì solo per amore, come un soprammobile.

Non urlò. Prese la sua borsa, il cellulare, le chiavi della Panda parcheggiata fuori, e uscì senza dire altro. Denis la chiamò due volte dalla porta. Lei non si voltò, salì in macchina e ingranò la retromarcia con le mani che tremavano sul volante.

Quella sera Marisa chiamò l'avvocato Guidotti, lo stesso che le aveva seguito la pratica di successione quando era morto suo padre, anni prima. Portò tutto: l'atto di cessione, i vecchi bilanci della società, gli estratti conto della banca dove per ventidue anni era comparsa lei come firmataria di ogni movimento superiore a mille euro.

L'avvocato studiò le carte per un'ora buona, gli occhiali calati sul naso, mentre fuori dalla finestra passava l'ultimo autobus della linea 5 verso il centro.

«Signora Ferretti, questo atto ha un problema. Suo marito era in regime di comunione dei beni con lei, giusto?»

«Sì, sempre stati.»

«Allora l'officina, se acquisita durante il matrimonio, era bene comune per almeno metà. Lui non poteva cederla tutta senza il suo consenso scritto. Qui non c'è nessuna sua firma di assenso.»

Marisa guardò quella pagina, la firma di Vittorio in fondo, tremolante come sempre, e quella riga vuota dove sarebbe dovuta comparire la sua.

«Quindi cosa posso fare.»

«Possiamo impugnare l'atto per la quota che le spetta. E con quello che ha in mano — ventidue anni di gestione contabile, firma sui conti correnti aziendali — possiamo anche dimostrare una cointestazione di fatto. Non le prometto la metà dell'officina domani mattina. Le prometto che non resterà fuori.»

Passarono tre mesi. Denis si presentò due volte a casa, la prima portando i fiori, la seconda portando i conti dell'officina che, senza di lei a gestire le fatture, stavano andando in confusione — due fornitori non pagati, un cliente storico, il signor Casadei, che aveva ritirato la sua flotta di tre furgoni e li aveva portati da un concorrente a Bagnacavallo.

«Mamma, torna a lavorare con me. Ti prego. Non ce la faccio da solo con le carte.»

Marisa lo squadrò dalla soglia di casa, tenendo la porta accostata con una mano, senza farlo entrare oltre l'ingresso.

«Non torno a fare gratis quello che ho sempre fatto gratis, Denis. Quello è finito.»

A ottobre arrivò la sentenza del tribunale di Forlì: metà dell'officina — quota societaria, macchinari, avviamento — riconosciuta a Marisa, con obbligo per Denis di liquidarla in denaro entro dodici mesi oppure di procedere alla vendita dell'immobile e divisione del ricavato. Trentottomila euro, la cifra stabilita dal perito.

Marisa non tornò mai più a rispondere al telefono dell'officina. Con parte di quei trentottomila euro, quando arrivarono a rate concordate con l'avvocato, aprì un piccolo negozio di ricambi per biciclette in centro a Cesena, vicino al mercato del sabato, con l'insegna a suo nome: "Marisa Bike".

Denis, un pomeriggio di febbraio, passò davanti alla vetrina con la tuta ancora sporca di grasso. Si fermò un attimo a guardarla sistemare i copertoni sullo scaffale. Lei lo vide riflesso nel vetro, non si voltò, continuò a mettere in fila le scatole di camere d'aria, una dietro l'altra, fino a riempire lo scaffale intero.

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