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Il quaderno azzurro di Patrizia
«Questo dolore non passa, e forse non deve passare» ha scritto Nadia sul suo profilo, otto anni dopo il giorno in cui ha sposato Fabrizio, condividendo parole che nessuno, leggendole, riesce a scorrere via senza fermarsi.
Nadia ha quarantatré anni e lavora come infermiera al reparto di cardiologia dell'ospedale San Giovanni Bosco di Torino, turno di notte tre volte a settimana. Fabrizio faceva il vigile del fuoco. Si erano conosciuti in un modo che a lei, ancora oggi, sembra assurdo raccontare a voce alta: lui l'aveva portata in braccio fuori da un palazzo in fiamme in via Nizza, lei aveva ventotto anni e un gatto morto di fumo tra le braccia che non voleva mollare per niente al mondo. Si erano sposati un anno e mezzo dopo, in una chiesetta di Bardonecchia, con la neve che cadeva fuori dai vetri e sua madre che piangeva più di lei.
Sette anni fa Fabrizio è morto durante un intervento in un capannone industriale a Settimo Torinese. Il tetto è crollato dodici minuti dopo che era entrato per verificare se dentro fosse rimasto qualcuno. Non c'era nessuno. Lui non lo sapeva ancora quando il controsoffitto gli è caduto addosso.
Nadia ha trentacinque anni quel giorno. Passa gli anni successivi a lavorare turni doppi, a non disfare l'armadio di lui per otto mesi, a rispondere «sto bene» a chiunque le chieda come sta, compresa sua sorella Elisa, che vive a Chieri e telefona ogni domenica alle sei, puntuale come un orologio svizzero.
Quello che nessuno sa — nemmeno Elisa, fino a quest'anno — è del quaderno.
Fabrizio teneva un'agendina azzurra, di quelle con l'elastico, comprata all'edicola sotto casa in corso Vercelli. Ci scriveva la sera, dopo il turno, mentre Nadia dormiva o fingeva di dormire. Lei l'ha trovata sei mesi dopo il funerale, chiusa in un cassetto del comodino insieme al suo orologio e a una foto del gatto, quello salvato e poi morto comunque di polmonite due inverni dopo.
Dentro, ottantasei pagine. Non un diario. Lettere. Una per ogni mese che lui immaginava di vivere ancora insieme a lei, scritte in anticipo, come se avesse saputo — e forse un pompiere, dopo tredici anni di servizio, un presentimento se lo porta dentro senza dirlo a nessuno.
L'ultima lettera del quaderno è datata due giorni prima dell'incidente di Settimo Torinese. Dice, tra le altre cose, che se un giorno lei si fosse sentita pronta a rifarsi una vita, lui voleva che lo facesse senza sensi di colpa, perché l'amore vero — scriveva — non chiede fedeltà al ricordo, chiede solo che tu sia felice, in un modo o nell'altro.
Nadia non ha mai risposato. Ha avuto una relazione, due anni fa, con un collega dell'ospedale, Marco, durata otto mesi e finita bene, senza drammi, perché lui è entrato nella vita di lei sapendo esattamente lo spazio che poteva occupare. Non ha mai raccontato a Marco del quaderno azzurro. Alcune cose, dice, non si condividono per proteggerle.
Quest'anno, nell'anniversario dei sette anni, Nadia decide che è il momento di fare qualcosa con quel quaderno che non sia tenerlo chiuso in un cassetto.
Va allo studio della notaia Bertani, in via Po, con l'agendina dentro una busta di carta marrone e un conto in banca che negli anni ha messo da parte: undicimila euro, il risarcimento assicurativo mai toccato, più i risparmi di sette anni di turni notturni. Firma la costituzione di una piccola fondazione intitolata a Fabrizio, destinata a finanziare corsi di aggiornamento gratuiti per vigili del fuoco sulla sicurezza nei capannoni industriali — quello che, secondo il rapporto dei vigili del fuoco che lei ha letto e riletto per anni, avrebbe potuto fare la differenza quel giorno a Settimo Torinese.
La notaia le fa firmare tre copie. Nadia usa la stessa penna che Fabrizio teneva nel taschino della divisa, quella coi bordi blu sbeccati, che ha conservato senza sapere bene perché fino a quel momento.
Poi telefona a Elisa. Non la domenica, ma un martedì pomeriggio, cosa che sua sorella non fa mai, e quando Elisa risponde preoccupata — «È successo qualcosa?» — Nadia ride, per la prima volta in tanto tempo con un suono vero, non di circostanza, e le racconta tutto: il quaderno, le ottantasei lettere, la fondazione appena registrata.
Elisa piange al telefono. Nadia no. Guarda fuori dalla finestra della cucina, verso i tetti di corso Vercelli, e le dice che quella sera va al cimitero, non per piangere ma per portargli il documento — una fotocopia, la prima cosa ufficiale che porta a Fabrizio invece di un mazzo di fiori.
Il gatto, quello nuovo, un soriano preso al canile due anni fa e chiamato — senza troppa fantasia — Gatto, la aspetta sul balcone quando torna dal cimitero, verso le otto, l'ora in cui a Torino il cielo sopra la Mole diventa di quel viola sporco tipico di fine estate. Nadia si siede sui gradini con la busta ancora in mano, la fotocopia del documento dentro, e resta lì finché il cielo non diventa nero, senza fretta di rientrare, senza nessuno che debba dirle che va bene così.
