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Il grembiule di Adriana e le chiavi che non voleva rendere
Ottantun anni, un grembiule a fiori sempre legato in vita e una risata che partiva dalla pancia: così la conoscevano tutti al mercato di Chioggia, dove Adriana Businaro andava ogni martedì a comprare le seppie per il risotto. Suo nipote Filippo, trentasei anni, faceva l'idraulico e da quattro mesi si era trasferito da lei "solo per un periodo", diceva, dopo che la separazione dalla moglie gli aveva svuotato il conto in banca.
Adriana non aveva chiesto niente in cambio. Gli aveva dato la stanza che era stata di suo marito Ernesto, morto nel 2019, e gli aveva anche prestato ventiduemila euro per rilevare il furgone e gli attrezzi del suo ex socio, che si ritirava. "Me li dai quando puoi," gli aveva detto, senza carta, senza firma, solo una stretta di mano sul tavolo di formica della cucina.
Il problema è che Filippo, dopo quattro mesi, aveva smesso di considerarla una nonna e aveva cominciato a trattarla come un servizio incluso nell'affitto che non pagava. Le urlava se il caffè non era pronto alle sette. Le rimproverava di tenere la televisione troppo alta durante il telegiornale delle otto. E quando lei rideva — perché Adriana rideva sempre, anche delle proprie disgrazie, anche del ginocchio che le doleva col cambio di stagione — lui la guardava storto e le diceva: "Nonna, non è il momento di fare la scema."
Lei rispondeva sempre uguale: "Se non rido io a ottantun anni, chi altro dovrebbe farlo?" E tirava fuori dal cassetto della credenza una vecchia foto di Ernesto in bicicletta, con la faccia da scemo, e ci scherzava sopra come se il marito fosse ancora lì a farle il verso.
La sera in cui tutto è cambiato era un giovedì di fine agosto, calura pesante, le zanzare che entravano dalle persiane socchiuse. Adriana aveva invitato la sua vicina, Loretta, per una partita a briscola e due bicchieri di Prosecco. Ridevano forte, come sempre, quando Filippo è tornato dal lavoro sporco di grasso fino ai gomiti e ha trovato le due donne che si sganasciavano per una barzelletta sul parroco.
Ha sbattuto la borsa degli attrezzi sul tavolo, ha fatto volare le carte, e ha detto: "Ma si può sapere cosa c'è da ridere in questa casa? Io lavoro dodici ore per pagare le bollette qui dentro e voi due fate baldoria come alle Feste. Nonna, sei ridicola. A questa età dovresti pensare alla tua salute, non a spassartela con la vicina."
Loretta è rimasta impietrita col bicchiere a mezz'aria. Adriana ha smesso di ridere per la prima volta in quattro mesi. Non ha alzato la voce. Ha solo guardato il tavolo, dove le carte della briscola erano sparse tra le briciole di taralli, e ha detto piano: "Filippo, tu non paghi bollette qui dentro. Le pago io. Da quattro mesi."
Lui è arrossito, ha borbottato qualcosa su "quello che conta è il senso della famiglia" e se n'è andato in camera sbattendo la porta. Loretta ha aspettato che i passi sparissero sulle scale del piano di sopra, poi ha sussurrato: "Adriana, ma tu gliel'hai prestati ventiduemila euro e lui ti tratta così?"
"Lo so," ha risposto lei, raccogliendo le carte una per una, con calma, come se ricomponesse anche i pensieri.
Nei giorni seguenti Filippo non si è scusato. Ha continuato a lamentarsi del rumore, del caffè, persino del profumo di ragù che secondo lui "impregnava tutta la casa fino ai vestiti da lavoro". Una sera, mentre Adriana guardava una fiction con la nipote acquisita di Loretta venuta in visita, lui ha spento la televisione con il telecomando e ha detto: "Basta, domani si parla seriamente. Tu con questa storia della vecchiaia allegra fai la figura della rimbambita davanti a tutti."
È stata quella frase — rimbambita — a far scattare qualcosa. Non rabbia. Una specie di chiarezza, come quando si pulisce un vetro sporco e finalmente si vede fuori.
Il sabato dopo, Adriana ha preso l'autobus fino in centro, è andata dal notaio Sartorello, quello che le aveva seguito la successione di Ernesto, e ha portato con sé un quaderno a righe dove per settimane aveva segnato, giorno per data, ogni bolletta pagata, ogni spesa fatta, e la cifra dei ventiduemila euro prestati per il furgone. Ha chiesto che si redigesse un documento formale: un riconoscimento di debito, con tanto di piano di restituzione in trentasei mesi, firmato da Filippo, altrimenti — ha detto al notaio con voce ferma — avrebbe fatto valere le sue ragioni in tribunale, perché quei soldi erano i risparmi di una vita di lavoro come sarta e non un regalo.
Ha anche deciso un'altra cosa, più semplice e più definitiva: la stanza di Ernesto sarebbe tornata sua entro fine mese. Filippo avrebbe dovuto trovarsi un appartamento in affitto, come fanno tutti quelli che hanno uno stipendio e un lavoro, seppure da idraulico autonomo con la partita IVA aperta da due anni.
Quando è tornata a casa, ha trovato Filippo in cucina che si scaldava gli avanzi. Ha posato sul tavolo la busta con la copia del documento del notaio e le chiavi di riserva dell'appartamentino che sua sorella teneva sfitto a Sottomarina — un bilocale che Adriana aveva deciso di affittargli a un prezzo onesto, quattrocentocinquanta euro al mese, invece di continuare a ospitarlo gratis.
"Cos'è questa roba?" ha chiesto lui, con la forchetta ancora in mano.
"È il conto," ha detto Adriana, e per la prima volta da settimane ha sorriso di nuovo, ma non era il sorriso di prima. "Ventiduemila euro, restituibili in tre anni, un tanto al mese, con interesse zero perché sono comunque tua nonna. E queste sono le chiavi di un posto tuo, a Sottomarina, quindici minuti da qui in scooter. Hai trenta giorni per traslocare."
Filippo ha protestato, ha detto che l'aveva presa male, che era stanco, che il lavoro lo consumava. Adriana lo ha ascoltato fino in fondo, seduta, senza interromperlo, come faceva sempre. Poi ha detto solo: "Ti voglio bene lo stesso. Ma non ti devo più niente da dimostrare, e tu non mi devi più mancare di rispetto per pagarti il diritto di stare qui gratis."
Il mese dopo, Filippo ha firmato il riconoscimento di debito dal notaio, con la faccia di chi ha appena capito qualcosa un po' tardi, e ha traslocato nel bilocale di Sottomarina con due valigie e la cassetta degli attrezzi. La prima rata dei seicentodiciannove euro — il calcolo esatto dei ventiduemila diviso trentasei mesi — è arrivata puntuale sul conto di Adriana il cinque del mese.
Il martedì successivo, al mercato, Adriana ha comprato le seppie come sempre, ha scherzato con il pescivendolo su quanto fosse ingrassato dall'estate, ed è tornata a casa da sola, con la busta della spesa che le batteva contro il ginocchio dolorante. Ha acceso la radio, ha messo l'acqua a bollire per il risotto, e ha riso — forte, da sola, in cucina — per una battuta che aveva sentito alla radio e che, in fondo, non era nemmeno così divertente.
