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Il gattino sotto la Panda blu di via Fondazza

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Quel giovedì di marzo ero uscita di casa alle sette meno un quarto, come sempre, con le cuffie già nelle orecchie e la playlist di corsa pronta a partire. Bologna, sotto i portici di via Fondazza, aveva quell'odore umido di pietra bagnata che resta dopo la pioggia di notte, e il bar all'angolo stava già tirando su la saracinesca. Mi chiamo Elisa Contini, ho trentaquattro anni, faccio la fisioterapista in una clinica vicino a Porta San Vitale, e quella mattina l'unica cosa che avevo in testa era finire i miei sei chilometri prima di andare a lavorare.

Poi ho visto qualcosa muoversi sotto la Panda blu parcheggiata proprio davanti al portone.

Mi sono fermata, mi sono abbassata con le mani sulle ginocchia, e l'ho visto: un batuffolo grigio, incollato al terreno, immobile come se fosse diventato parte dell'asfalto. Non un miagolio, niente. Solo due occhi enormi che mi fissavano da sotto la marmitta.

Il mio primo pensiero è stato che fosse scappato da qualche appartamento del palazzo — a Bologna i gatti di casa che si affacciano sui cortili non sono rari. Ma guardandolo meglio ho capito che non c'era niente di domestico in lui: il pelo era incrostato di terra, aveva una crosta secca su un orecchio, e le costole gli si vedevano sotto la pelle come le stecche di un ombrello vecchio.

Mi sono seduta sul marciapiede, ho tirato fuori il telefono e ho cancellato la sveglia della palestra — tanto quella corsa non l'avrei fatta più.

Gli ho parlato piano, con quel tono basso che si usa con i bambini spaventati, senza avvicinarmi troppo. Lui non scappava, ma nemmeno si muoveva di un centimetro verso di me. Restava lì sotto quella macchina come se fosse l'unico angolo di mondo dove nessuno potesse fargli del male.

Sono salita di corsa a casa — due piani, senza ascensore, il palazzo è di fine Ottocento e i gradini scricchiolano tutti allo stesso punto — e sono tornata con una ciotola di plastica, un po' d'acqua e degli avanzi di pollo bollito che avevo in frigo per il pranzo del giorno dopo. Ho appoggiato tutto vicino alla ruota anteriore e mi sono allontanata di qualche passo, seduta sul gradino di un portone, ad aspettare.

Ci sono voluti dodici minuti — li ho contati sull'orologio, perché in quei minuti il tempo sembrava non passare mai. Poi, piano, prima una zampa, poi il muso, è uscito allo scoperto.

Era piccolissimo, forse otto settimane, sporco di grasso di motore su un fianco, e affamato in un modo che faceva male solo a guardarlo — mangiava a scatti, come se avesse paura che qualcuno stesse per portargli via il piatto. Ma dopo i primi bocconi ha alzato la testa e mi ha guardata in un modo diverso. Non più terrore. Qualcosa che assomigliava a una domanda: *e adesso?*

L'ho preso in braccio con la felpa che avevo addosso, l'ho portato su, e mentre lui si scaldava dentro il tessuto ho scritto un messaggio al gruppo del condominio: "Qualcuno ha perso un gattino grigio, piccolo, vicino al civico 14?" Nessuna risposta in due giorni. Ho chiamato anche l'ambulatorio veterinario di via Massarenti, quello dove porto il mio bassotto quando serve — la dottoressa Ferretti mi ha confermato al telefono che non c'erano microchip segnalati per quella zona, e che il gattino aveva le pulci, un principio di congiuntivite e circa un chilo in meno del normale per la sua età.

L'ho portato in clinica quella sera stessa. Antiparassitario, gocce per gli occhi, e la dottoressa che mi guardava con quell'espressione di chi ha già visto la scena mille volte: "Allora, lo tieni o lo dai in adozione?"

Non avevo una risposta pronta. Vivo da sola in un bilocale, lavoro dieci ore al giorno, e in più c'era Ugo — il mio bassotto di sei anni, geloso di natura, che la prima sera ha guardato il gattino dall'altro capo del salotto come se fosse un intruso venuto a rubargli il posto sul divano.

Per due settimane li ho tenuti separati: il gattino — l'avevo chiamato Cenere, per via del colore — dormiva nella lavanderia, su un asciugamano vecchio, e usciva solo quando Ugo era in cucina. Ho chiesto consiglio a mia sorella Barbara, che di gatti se ne intende perché ne ha già tre nella sua casa di Casalecchio, e lei mi ha detto una cosa che mi è rimasta in testa: "Elisa, se lo stai già chiamando per nome, la domanda che ti fai non è più se tenerlo."

Aveva ragione, ma io continuavo a rimandare, come si rimanda una decisione che si sa già presa.

La svolta è arrivata un sabato mattina, tre settimane dopo. Ero al parco della Montagnola con Ugo al guinzaglio, e ho incrociato una vicina, la signora Rota, quella del terzo piano, che passeggiava con la nipotina. La bambina, sette anni, aveva visto Cenere sul mio balcone qualche giorno prima e non smetteva di parlarne. "Nonna, posso andare a vedere il gattino della signora del secondo piano?" Ho sorriso — non del tipo di sorriso trito da romanzo, ma di quelli che ti escono senza pensarci — e ho detto: "Vieni pure, ma è già suo di casa, mica lo do via."

L'ho detto senza pensarci, e mi sono accorta solo dopo di averlo davvero pensato.

Tornata a casa, ho fatto una cosa che rimandavo da giorni: ho portato Ugo e Cenere nella stessa stanza, senza barriere, con solo un cuscino a dividerli sul pavimento. Ugo ha annusato, ha grugnito una volta, si è girato dall'altra parte — e Cenere, invece di scappare come al solito, gli si è seduto accanto, a un palmo di distanza, senza toccarlo. Sono rimasti così per venti minuti, io con il fiato sospeso sulla soglia della cucina con in mano uno strofinaccio che stavo piegando e ripiegando senza motivo.

Da quel giorno hanno cominciato a dormire sullo stesso tappeto, ognuno dalla sua parte, ma vicini.

Ho comprato una seconda ciotola — quella con il nome inciso, "Cenere", ordinata online e arrivata in una scatola più grande del necessario, come capita sempre — e l'ho messa accanto a quella vecchia di Ugo, in cucina, dove il sole del mattino batte sulle piastrelle bianche fino alle nove.

Non ho cercato una famiglia per lui. Ho chiamato l'anagrafe canina e felina della ASL di Bologna, ho fatto l'iscrizione all'anagrafe felina obbligatoria — sessantacinque euro tra visita, chip e registrazione — e ho scritto il mio nome, Elisa Contini, come proprietaria, non come tutrice temporanea in attesa di qualcuno di meglio.

Quella sera, mentre firmavo il modulo alla ASL con la penna che mi aveva prestato l'impiegata perché la mia non scriveva più, mi sono resa conto che non stavo firmando un documento qualunque: stavo scrivendo nero su bianco che quel gattino trovato sotto una Panda blu, in un giovedì di marzo che doveva essere solo un giorno di corsa, era ormai, a tutti gli effetti, di casa mia.

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