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Bax e l’ultima estate a Marina di Pietrasanta

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Il dottor Ferraro non aveva usato mezzi termini con Enrico e Chiara Bellini. Bax, il loro bovaro del Bernese di dodici anni, aveva forse un mese, forse un po' meno. Il cuore stava cedendo, e a quel punto — aveva detto il veterinario chiudendo la cartella clinica — l'unica cosa sensata era smettere di contare i giorni che restavano e cominciare a riempirli.

Era un sabato di fine settembre, uno di quei giorni in cui a Bergamo l'aria ha già l'odore pungente delle caldaie che si riaccendono nei palazzi. I loro due figli, Matteo e Sofia, dodici e nove anni, stavano facendo colazione in silenzio, con lo sguardo basso sulle tazze di latte. Bax non aveva mai visto il mare. Dodici anni passati tra il cortile condominiale di via Broseta e il tappeto consumato davanti al camino — sempre lo stesso angolo, sempre lo stesso odore di casa. Sofia lo disse quasi sottovoce, come se fosse un'idea troppo grande per pronunciarla ad alta voce: "Portiamolo a vederlo."

Caricarono Bax sul sedile posteriore della Panda, con una vecchia coperta scozzese sotto le zampe perché ormai faticava a stare in piedi sulle giunture posteriori. Enrico guidò due ore e mezza fino a Marina di Pietrasanta, in Versilia, dove un'amica di Chiara aveva una casa vuota da affittare fuori stagione — settanta euro per il weekend, pagati in contanti sul tavolo della cucina prima ancora di scaricare le valigie.

Quando aprirono il portellone, Bax non si mosse subito. Restò lì, con le zampe posteriori che tremavano leggermente, ad annusare quell'aria diversa — sale, alghe, qualcosa di salmastro che non aveva mai incontrato in dodici anni di vita cittadina. Matteo dovette prenderlo sottobraccio, con tutto il peso di quaranta chili appoggiato al fianco, per aiutarlo a scendere sulla sabbia. Era ancora caldo per essere quasi ottobre, il classico strascico d'estate che la Versilia regala sempre un po' più a lungo del resto d'Italia.

Poi qualcosa in lui cambiò. Cominciò a camminare da solo verso la battigia, rigido, quasi zoppo, ma con una determinazione che nessuno in famiglia ricordava di aver visto negli ultimi due anni — la stessa andatura con cui un tempo correva alla porta quando sentiva le chiavi girare nella toppa. Chiara si portò una mano alla bocca. Non disse nulla. Non serviva.

La prima onda gli bagnò le zampe anteriori, fredda, e Bax si fermò un istante come sorpreso da se stesso. Poi continuò, l'acqua che saliva fino al petto, il pelo che si scuriva e si appesantiva, il sole che scendeva basso dietro le sagome delle Apuane in lontananza. Non poteva più correre. Ma restò lì, immerso fino al torace, con la testa alta e le narici che si aprivano a ogni respiro di salsedine.

Un cane randagio color sabbia, di quelli che girano liberi tra gli stabilimenti chiusi per fine stagione, si avvicinò incuriosito ai bambini e poi se ne andò senza fare rumore, come se avesse capito che quel momento non era il suo. Nessuno lo cacciò. Sofia lo guardò allontanarsi e tornò a fissare Bax, che ormai sembrava non sentire più il peso degli anni.

Restarono sulla spiaggia finché la luce non si fece quasi grigia, scattando foto con il telefono di Chiara — la batteria era scesa al dodici per cento, e lei continuò a scattare comunque, senza pensarci. Bax si appoggiò alle gambe di Matteo, bagnato e stanco, respirando piano. Enrico aprì un termos di caffè comprato all'autogrill di Versilia Nord e non lo bevve neanche, restò lì a tenerlo in mano, tiepido, dimenticato.

Il dottor Ferraro aveva avuto ragione sui tempi. Bax se ne andò diciannove giorni dopo, un martedì sera, disteso sul tappeto di sempre, con la testa appoggiata sulla coscia di Sofia e la mano di Enrico che gli accarezzava piano un orecchio. Non ci fu bisogno di portarlo in clinica: si spense così, in casa, tra le persone che lo avevano amato per dodici anni.

Tre giorni dopo, Chiara aprì la cartellina blu con i documenti del cane — il libretto sanitario, il microchip, l'ultima fattura del dottor Ferraro — e la portò all'anagrafe canina del Comune per la cancellazione. Sul retro dell'ultima pagina, con la penna, scrisse la data di Marina di Pietrasanta e la lasciò lì, chiusa in un cassetto del mobile dell'ingresso, vicino alle chiavi di casa.

Quella cartellina è ancora lì. Ogni tanto Matteo la apre, guarda la fotografia con la batteria quasi scarica — Bax fermo nell'acqua fino al petto, il sole dietro di lui — e la richiude senza dire niente a nessuno.

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