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Ventiquattro ore a Bologna
La chiamata arrivò poco dopo le sette, mentre Hanna stava rammendando la cerniera della scatola dei colori di sua figlia. Era suo padre al telefono, cosa già di per sé strana. Non chiamava mai, al massimo spediva cartoline. Questa volta non sembrava l'uomo che per vent'anni aveva riparato motori senza mai alzare la voce.
«Sono al Sant'Orsola. Vieni, se puoi.»
Nulla di più. Sullo sfondo si sentiva il bip di un monitor, il tintinnio metallico di un'asta per flebo, un annuncio che chiamava verso il reparto di Cardiologia. Hanna si sedette sul bordo del letto di sua figlia Emilia, guardò le scarpe da ginnastica con le punte consumate e cercò di ricordare quando aveva visto suo padre l'ultima volta. Al compleanno della madre, a marzo. Era rimasto zitto tutto il pomeriggio, e quando lei se n'era andata l'aveva salutata con la mano come si saluta un treno che parte.
Il viaggio da Ferrara a Bologna durava poco più di un'ora, ma a lei parve una giornata intera. Emilia dormiva sul sedile posteriore, la bocca semiaperta, il cavo del tablet attorcigliato attorno a un dito. Hanna teneva la destra sul volante e la sinistra sul thermos con il caffè ormai freddo. Suo marito Matteo voleva venire con lei. Gli aveva detto che era meglio se restava con i gemelli. La verità era che non voleva che qualcuno la vedesse perdere il controllo davanti a suo padre.
Cercò il reparto di Terapia Intensiva Cardiologica del Sant'Orsola, dove suo padre era ricoverato, per quasi un quarto d'ora. Passò tre volte davanti al bar dell'ospedale, dove un caffè costava un euro e ottanta e tutto sapeva di disinfettante. Lui le parve piccolo tra i tubi e la luce pallida. L'infermiera che la fece entrare portava zoccoli rossi con i calzini bianchi. Quel dettaglio le rimase impresso, senza sapere perché.
«Pensavo non venissi più» disse suo padre.
«C'era un cantiere sulla Bologna-Ferrara, mi ha fermata.»
«Ah. Traffico.»
Annuì, come se lei avesse detto qualcosa che spiegava tutto. Poi alzò la mano e indicò il vassoietto di plastica con l'uva, da cui erano già cadute due mosche.
«Prendine un po'.»
Hanna si sedette sulla sedia accanto al letto, su cui era ancora piegata la coperta di pile di un'altra visitatrice, grigio chiaro con un logo aziendale mezzo scolorito. Tra loro ronzava la pompa del misuratore della pressione, registrava un valore, si quietava di nuovo. Rimasero in silenzio per un po'.
«È venuta la dottoressa stamattina» disse lui. «Con un foglio lunghissimo. Lo stent tiene, il cuore collabora, ma poteva andare diversamente, dice lei. Te lo immagini, sono lì steso e quella mi parla come fossi una macchina che ha fallito la revisione.»
Hanna storse la bocca in qualcosa che non era proprio una risata, ma nemmeno un pianto. Suo padre lo notò e le spinse il vassoio dell'uva più vicino.
«I gemelli?» chiese.
«Grandi. Rumorosi. Matteo li ha portati allo zoo, credo abbiano urlato ai pinguini.»
«Bene così. I bambini devono urlare.»
Tossì, si premette il fianco, respirò dal naso. Poi girò la testa verso la finestra, dove sopra il piazzale dell'ospedale una gazza lottava contro il vento e poi si allontanava. Hanna guardò nella stessa direzione e pensò a sua madre, morta tre anni prima, tra due feste comandate, come se avesse voluto organizzare anche quello. Da allora suo padre si era trasferito nella villetta a schiera di via Saragozza e aveva iniziato a giocare a scopone ogni venerdì con uomini che non gli piacevano nemmeno.
«Devo dirti una cosa» cominciò. «E non devi ridere.»
«Non rido, promesso.»
«Tua cugina Greta è passata l'altro ieri. Siediti bene. Aveva una borsa di pelle come quelle degli agenti immobiliari quando vogliono venderti un rustico. E una cartellina. La conosci, fa quel lavoro con i terreni e gli affitti a lungo termine. Comunque io ero lì, con l'ago nel braccio, e lei mi racconta che la casa della nonna Anna a Pieve di Cento potrebbe creare problemi. Che bisognerebbe aiutarti, così alla fine non ti resta niente. Voleva che firmassi. Un foglio che aveva portato con sé. Non l'ho fatto. Ho detto no, chiaro e tondo, ma lei non se n'è andata prima di avermi spiegato altre tre volte quanto le dispiaceva dovermelo chiedere.»
Si interruppe, prese un chicco d'uva, lo posò senza guardarlo tra pollice e indice, come volesse misurargli il battito.
«Tuo marito è avvocato» disse dopo una pausa. «Non fraintendermi. Ti chiedo solo: se qualcuno parla con un vecchio malato e gli mette un modulo sotto il naso mentre ha l'ago nel braccio, cosa ne fa poi quella donna di un foglio che nessuno ha firmato?»
Parlava della casa di Pieve di Cento, una vecchia casa colonica che nessuno abitava più da quando la nonna Anna era entrata in casa di riposo. Hanna la conosceva dalle estati dell'infanzia, le finestre che si forzavano con un manico di scopa, l'odore di mele e fumo freddo nel vano scale. Era registrata a suo nome in catasto da vent'anni, lo sapeva con la stessa certezza della propria data di nascita — sua nonna gliel'aveva donata molto prima che qualcuno pensasse alle eredità, e nessuno l'aveva mai messo in discussione. Fino ad ora.
«Domani parlo con Greta» disse lei.
«No. Non farlo.»
«Perché no?»
«Perché non ti chiama per farti un favore.»
«È la cugina di tua moglie.»
«Appunto.»
Entrò un infermiere a ritirare il kit vuoto della flebo. Hanna si alzò per lasciargli spazio verso l'asta, e sentì la coperta del letto vicino frusciare piano mentre la paziente si girava nel dormiveglia. Quando l'infermiere se ne fu andato, chiese: «Cosa vuoi fare adesso?»
«Non lo so. Voglio tornare a casa. Nel mio corridoio c'è ancora l'odore dell'olio nuovo che ho messo nei cardini prima di venire qui. A cinquantasette anni il massimo della nostalgia è questo.»
Le fece un sorrisetto storto, e in quel gesto ritornò davvero il padre che conosceva, con quel tono asciutto che sminuiva ogni malattia. Rimase in reparto quasi due ore, finché l'infermiera di notte sistemò due volte la tenda e spensero le luci del corridoio. Mentre usciva, le squillò il telefono. Un numero sconosciuto, che poi non rispose.
La mattina dopo Greta l'aspettava nella hall dell'hotel vicino a Porta Saragozza, dove Hanna aveva preso una stanza. Portava un cappotto di lana color cammello, troppo pesante per la stagione, e una cartella sottobraccio con la chiusura a scatto che pareva sostituita di recente. Sapeva di olio dell'albero del tè, sovrapposto a un profumo che riportò subito Hanna nel corridoio della scuola di danza dove la madre l'aveva iscritta a dodici anni.
«Sediamoci» disse Greta. «Qui dietro è più tranquillo.»
Andarono nella sala della prima colazione, già sparecchiata. Un cameriere portava via una cassetta di bicchierini di marmellata vuoti e, senza che nessuno gli avesse chiesto nulla, raccolse un avanzo di brioche dal tavolo vicino. Greta ordinò solo acqua calda, che non bevve. Poi posò la cartella sul tavolo sgombro e l'aprì, facendo scrocchiare la costola interna.
«Te la dico come stanno le cose» cominciò. «La casa di Pieve di Cento è tua. Lo so, lo sa tutta la famiglia. Ma vale centoventimila euro, se si chiude un occhio sull'umidità delle fondamenta, e mio marito Giorgio ha dei problemi con la sua officina, sai, la storia del finanziamento. Voglio che ci versi la metà del valore. Come compenso. In famiglia ci si aiuta, lo diceva sempre tua nonna.»
«Non c'è nessun compenso, Greta. La casa mi è stata donata. Con atto notarile, vent'anni fa.»
«Lo so. Per questo non sono qui con un avvocato, ma con te.» Picchiettò sulla cartella. «Tuo padre non ha firmato, lo ammetto. Ma ho la firma di una vecchia delega che mi aveva dato anni fa per le pratiche bancarie della nonna. Si sovrappone quasi perfettamente a questa domanda, se la ritaglio con cura. Mi chiedo cosa succederebbe se completassi semplicemente il foglio e lo portassi in Comune. Nessuno se ne accorgerebbe prima che arrivasse dal notaio.»
Lo disse a voce bassa, quasi gentile, come parlasse del meteo. Hanna pensò alla terapia intensiva, all'odore dell'olio nuovo, alla bambina che le aveva mostrato poco prima, nel corridoio dell'hotel, il dentino che dondolava. Poi mise la mano in tasca e tirò fuori uno scontrino piccolo e sgualcito, che posò sulla cartella, proprio al centro del foglio.
«Non parlo della metà» disse. «Parlo di questo.»
Greta guardò lo scontrino senza toccarlo. Era la ricevuta di un fioraio, di tre anni prima, con la data del funerale della madre. Sul retro, scritta a penna, con la calligrafia di Greta, c'era un numero di telefono e sopra il nome «Studio Notarile Bassi – contatto privato».
«Me l'hai data tu quel giorno, ubriaca, nel parcheggio del cimitero» disse Hanna. «Volevi che chiamassi questa persona, se la nonna fosse morta prima che il catasto potesse essere riaperto per te. Mi hai spiegato come, conoscendo una persona dello studio, si potesse ritardare una pratica chiamando al momento giusto. Non ho mai chiamato. Ma ho tenuto il biglietto, perché già allora sapevo che un giorno mi sarebbe servito.»
La mano di Greta, che si era mossa verso lo scontrino, si fermò a metà strada.
«Questo non prova niente» disse, ma la voce aveva perso quella calma studiata.
«Prova che da tre anni cerchi un modo per arrivare a quella casa, e che adesso, con mio padre in un letto d'ospedale, vuoi falsificare la sua firma. Non ho bisogno di portarlo in tribunale. Lo mostro a Giorgio. E a tua madre. E chiedo loro se sapevano che conosci qualcuno in uno studio notarile disposto a retrodatare documenti, se pagato bene.»
Si alzò, riprese lo scontrino e lasciò la cartella dove stava.
«Il foglio lo lasci dov'è» disse. «Entro oggi scompare da quella cartella, e nessuno lo porta in Comune. Io torno a Ferrara entro un'ora, e se tra due settimane sento che al catasto è spuntato qualcosa con il nome di mio padre, chiamo Giorgio prima ancora di chiamare un avvocato.»
Greta non disse nulla. Tirò a sé la cartella e cominciò a togliere i fogli uno a uno, infilandoli nella borsa, senza alzare gli occhi.
Hanna la lasciò lì, con il bicchiere d'acqua tiepida e la cartella mezza vuota, e uscì sotto la pioggia verso l'auto. Sulla via del ritorno si fermò all'autogrill di Cantagallo, chiamò suo padre e disse: «Ho parlato con Greta. Il foglio che non hai firmato — non lo porta in Comune. Ha capito che non se la caverebbe a buon mercato.»
«Cosa le hai detto?» chiese lui.
«Le ho raccontato quello che so ancora io. Niente di più. Ma è bastato.»
Lui rimase in silenzio un momento. Poi disse: «Stavo quasi per firmare, sai. Solo per togliermi quell'ago dal braccio e far andare via quella donna.»
«Lo so. Per questo sono venuta.»
La sera delle dimissioni chiamò di nuovo. Fuori passava un vicino con un bassotto che portava un golfino a righe color nocciola. Al telefono Hanna sentì il tintinnio della tazzina da caffè, da cui suo padre, dopo l'infarto, beveva solo decaffeinato, anche se non l'avrebbe mai ammesso.
«Allora? Cosa dice il battito?» chiese lei.
«Dice che ha cenato bene. Tortellini in brodo, surgelati, ma ero troppo stanco per fare altro.»
«Il prossimo ingorgo arriva a Natale» disse lei. «E allora beviamo la cioccolata con i savoiardi inzuppati. Ma senza che nessuno fissi appuntamenti.»
«Niente appuntamenti» ripeté lui, e sembrava non parlare al telefono, ma semplicemente parlare a voce alta nella sua cucina.
Tre settimane dopo arrivò una lettera dal Comune di Pieve di Cento, indirizzata a suo padre. Hanna la lesse al telefono con lui, frase per frase, mentre suo padre si schiariva la voce in modo impacciato, come un uomo che riceve raramente posta ufficiale. Greta ci aveva provato comunque, due giorni dopo l'incontro in hotel, con una firma falsificata sotto una richiesta messa insieme in fretta. L'impiegato dell'ufficio catasto aveva notato la differenza con la firma depositata del padre e aveva respinto la pratica, chiedendo la presentazione di persona per chiarire la situazione.
«Quindi l'ha fatto comunque» disse suo padre. «Nonostante tutto quello che le hai detto.»
«Ha provato. E ha fallito, perché ha falsificato in modo sciatto. Ma se adesso Giorgio chiede perché al catasto è apparso il suo nome, lei dovrà spiegargli perché ci ha anche solo provato. A me basta così.»
Lui rise, breve e secco, e Hanna lo sentì ripiegare la lettera.
Lo scontrino sgualcito Hanna continuò a tenerlo in tasca, vicino alle chiavi della casa della nonna Anna. Quando passava da Pieve di Cento, cosa rara, si fermava all'incrocio davanti alla vecchia casa colonica, lasciava il motore acceso e guardava attraverso il parabrezza le persiane storte dietro cui nessuno accendeva più la luce da anni. Poi ripartiva, senza scendere dall'auto.
