IT
Il marciapiede di via Confalonieri
Mi chiamo Renato Bosisio, ho sessantotto anni, abito al terzo piano dello stabile da quando sono nato praticamente, e sì, sono io il vicino che due giorni fa ha rovinato la festa a tutto il cortile. Lo so come mi guardano adesso le mamme del palazzo quando scendo a buttare la spazzatura. Ma qualcuno deve pur raccontare come sono andate le cose davvero, non solo la versione con i cuoricini e i fiorellini.
Quella mattina stavo portando giù le scatole del trasloco di mia figlia Beatrice — si è appena lasciata con il marito, torna a vivere da me per un po' insieme a suo figlio Tommaso, otto anni, e io a sessantotto anni mi ritrovo a spostare un divano letto da solo perché il facchino aveva cancellato all'ultimo. Scendo con la seconda scatola, quella dei libri, pesantissima, e appena esco dal portone metto un piede dritto su una pozza di gesso rosa che mi ha lasciato un segno sulla scarpa buona, quella che uso per il funerale di mio cognato il sabato dopo. Non sto inventando niente, la macchia c'è ancora.
Tutto l'ingresso — dico tutto, dai due metri del portone fino quasi al cassonetto — era coperto di disegni a gessetto: fiori, cuori, un sole con gli occhiali da sole disegnati sopra, e scritto a lettere enormi "GRAZIE SIGNORA CARMELA SEI LA MIGLIORE". La signora Carmela è la portinaia, fa le pulizie del cortile da nove anni, ed è vero che è una donna d'oro — quando mio nipote Tommaso aveva perso le chiavi di casa nella siepe, lei aveva passato mezz'ora a cercarle con la torcia del telefono. Nessuno le toglie questo. Il problema non era lei.
L'avevo vista piangere dalla commozione proprio mentre arrivavo, con tre bambini intorno che le tiravano la manica del grembiule chiedendole se le piaceva il sole con gli occhiali. E io, con la scatola in braccio che mi tirava le spalle giù, ho dovuto aspettare lì, in piedi, perché non c'era un centimetro libero per passare senza pestare qualcosa. Ho aspettato. Ho sorriso pure, in quel momento, perché vedere una donna che si commuove per tre disegni non è una cosa che fa arrabbiare nessuno.
Il problema è arrivato dopo, quando sono tornato su a prendere la terza scatola e Beatrice mi ha detto: "Papà, hai visto che bello il cortile?" E io le ho detto la verità: che bello sì, ma il gesso si attacca alle suole, e chi ha i tacchi o le scarpe da lavoro se lo porta dentro casa per tre piani, sul pianerottolo, magari sul tappeto della signora Anselmi all'ingresso che è color crema e costa un patrimonio lavarlo in tintoria — lo so perché gliel'ho pagato io una volta che ci ho rovesciato il caffè.
Sono sceso di nuovo, e lì ho detto quello che pensavo, davanti a tre o quattro mamme ancora radunate: che era una bella pensata ma che forse i bambini potevano disegnare vicino all'altalena, dove c'è lo spazio apposta con la pavimentazione in gomma proprio per questo, e non su tutto il passaggio comune che usano anche gli anziani del palazzo, quelli col bastone, quelli che non guardano dove metteono i piedi perché guardano avanti.
Una mamma, la signora Patrizia del secondo piano, mi ha risposto subito: "Dai, con la prima pioggia va via tutto, i bambini volevano solo fare una cosa carina per Carmela." E io le ho risposto che non era questione di buone intenzioni — i bambini non hanno colpa di niente, hanno otto anni, non sanno cos'è uno spazio condiviso — ma che uno spazio comune non si decora tutto intero senza che nessuno degli altri condomini sia stato nemmeno avvisato. Non ho detto "vietato". Ho detto: si poteva chiedere prima, o almeno limitarsi a una zona.
Lei mi ha guardato come se avessi insultato sua madre. Mi ha detto che ero il tipo di persona che rovina sempre tutto, che a Natale probabilmente mi lamento pure delle luminarie. Le ho risposto che le luminarie non me le porto sulle scarpe nuove dentro casa mia, ma a quel punto la conversazione era già persa.
Quello che nessuno ha chiesto, in quei due minuti sul marciapiede, è perché io fossi così teso quella mattina specifica. Non era il gesso. Era che avevo appena ricevuto la chiamata dall'amministratore del palazzo: la nostra assicurazione condominiale non copre più le cadute sulle aree comuni se risulta che la pavimentazione era "alterata da terzi senza autorizzazione" — gliel'ho chiesto io stesso un anno fa, dopo che la signora del primo piano, ottantatré anni, è scivolata sulle foglie bagnate ed è stata ferma tre mesi con l'anca rotta. Quella mattina avevo in testa sua figlia che piangeva in ospedale, non i cuoricini rosa.
Ho scritto all'amministratore, un messaggio breve, niente di drammatico: chiedevo solo che per la prossima volta ci fosse un avviso in bacheca prima di coprire di gesso l'ingresso, giusto per sapere chi si prende la responsabilità se qualcuno cade. Ho allegato la foto della mia scarpa macchiata, non per vendetta, ma perché volevo che restasse scritto, non solo detto a voce per strada e dimenticato.
Tre giorni dopo l'amministratore ha convocato una piccola assemblea informale nel cortile stesso, un sabato pomeriggio, proprio lì davanti all'ingresso dove i disegni erano già quasi spariti sotto la pioggia di giovedì. C'erano forse dodici persone, Carmela compresa, con il grembiule e le mani ancora sporche di terra perché stava sistemando le aiuole.
L'assemblea era appena cominciata quando la signora Anselmi, quella del tappeto, ha fatto tre passi verso il centro del cortile per prendere la parola, e il tacco della scarpa sinistra le è scivolato su un residuo di gesso rimasto incastrato tra due piastrelle. È andata giù di lato, un ginocchio a terra e una mano che ha agguantato il bordo della fioriera di cemento giusto in tempo. Per due secondi nessuno ha fiatato. Patrizia è stata la prima a muoversi, l'ha presa sottobraccio, e la voce che le è uscita non aveva più niente della battuta sulle luminarie: "Santa Rita, Rosanna, ti sei fatta male?" La signora Anselmi si è rialzata da sola, rossa in viso più per la vergogna che per il dolore, e ha detto una cosa che non mi aspettavo: che tre giorni prima era già scivolata proprio lì, sempre sul gesso, e non l'aveva detto a nessuno per non far la guastafeste.
A quel punto Carmela si è portata le mani sul grembiule sporco di terra e ha cominciato a stringerlo tra le dita senza dire niente, gli occhi fissi sulla piastrella dove la signora Anselmi era scivolata. L'amministratore ha dovuto alzare la voce sopra il brusio per proporre una lavagnetta all'ingresso, tipo quelle dei bar, dove prima di qualsiasi iniziativa nel cortile — disegni, feste, decorazioni — si scrive data e si avvisa, così chi vuole partecipare lo sa e chi ha problemi di mobilità sa quando stare attento.
Carmela ha preso la parola per ultima, e le mani non le stavano ferme sul grembiule. Ha detto che lei quel giorno dei disegni si era sentita più vista e più amata di quanto si fosse sentita in nove anni di lavoro in quel palazzo, e che questo per lei contava più di qualsiasi altra cosa — ma che aveva visto con i suoi occhi la signora Anselmi scivolare, e che quella scena le sarebbe rimasta in testa per un pezzo. Ha detto che avrebbe tenuto lei la lavagnetta aggiornata da adesso in poi, ma lo ha detto piano, senza guardare nessuno in faccia, e si è rimessa a sistemare le aiuole appena l'amministratore ha chiuso la riunione.
Quella lavagnetta oggi è ancora lì, appesa con due viti vicino ai citofoni. La settimana scorsa c'era scritto, con il gessetto rosa rimasto, "Sabato i bambini disegnano vicino all'altalena, grazie!" — e sotto, con un'altra mano, qualcuno aveva aggiunto un piccolo cuore. Quel sabato sono sceso apposta per vedere i disegni, stavolta nello spazio giusto, e ho pure applaudito quando hanno finito. Carmela mi ha ringraziato con un cenno secco della mano, niente di più, e sono tre settimane che non si ferma più a parlare con me come faceva prima davanti al cassonetto. Patrizia non mi ha più parlato per una settimana. Poi, davanti alla buca delle lettere, mi ha chiesto se volevo un caffè — non un'offerta di pace vera e propria, ha aggiunto, solo perché la macchinetta del bar sotto casa era rotta e aveva voglia di uno buono — e io gliel'ho detto di sì.
