Connect with us

IT

Il portafoglio sul marciapiede di Via Garibaldi

Published

on

Massimo Ferraro quella mattina aveva solo un pensiero in testa: arrivare al deposito prima delle sette, ritirare il furgone e cominciare i giri di consegna. Faceva il corriere a Bergamo da nove anni, e conosceva ogni crepa del marciapiede di Via Garibaldi come conosceva il palmo della sua mano.

Fu per questo che lo vide subito. Un rigonfiamento scuro, infossato contro il bordo di un'aiuola, mezzo coperto da foglie bagnate. Si chinò quasi per abitudine, pensando a un guanto perso o a un sacchetto della spesa. Era un portafoglio. Pesante, di pelle marrone, con la cerniera che faceva fatica a chiudersi.

Lo aprì lì, in piedi, col fiato che gli usciva bianco nell'aria di novembre. Dentro c'erano banconote piegate in due, tante, e una carta d'identità con una foto di un uomo sulla sessantina. Contò in fretta, senza nemmeno volerlo: mille duecentocinquanta euro.

Mille duecentocinquanta euro erano più di quanto Massimo guadagnasse in un mese intero. Aveva un affitto da pagare il giorno 5, una bambina di quattro anni che aveva bisogno di scarpe nuove, e una moglie, Elena, che lavorava part-time alle pulizie e contava ogni centesimo prima di farlo entrare in casa.

Rimase fermo con quel portafoglio in mano. Lo spostò da una tasca all'altra del giubbotto, come se cambiare posto ai soldi potesse cambiare anche la decisione. Pensò alle scarpe di Sofia, quelle col velcro che ormai le stringevano le dita, e per un momento calcolò quante paia ci sarebbero entrate in mille duecentocinquanta euro. Poi guardò la carta d'identità, la foto di quell'uomo sulla sessantina con gli occhiali storti, e si infilò il portafoglio nella tasca interna, quella con la zip, non quella dove teneva le chiavi del furgone.

Risalì sul mezzo e guidò dritto verso la caserma dei Carabinieri di Via San Giorgio.

"Buongiorno, ho trovato questo per strada," disse al maresciallo dietro il vetro, posando il portafoglio sul bancone come se gli pesasse tra le mani più di quanto pesasse davvero. "C'è dentro del denaro. L'ho contato, sono mille duecentocinquanta euro."

Il maresciallo alzò lo sguardo, lo osservò un momento di troppo, poi cominciò a scrivere il verbale. Chiese il nome. Massimo Ferraro. Chiese la professione. Corriere. Chiese, quasi senza pensarci, se non avesse considerato di tenerselo.

"Ci ho pensato," rispose Massimo, senza drammi nella voce. "Ma non è mio. E poi quello che gira, torna."

Il proprietario del portafoglio si chiamava Renato Bianchi, aveva sessantatré anni e gestiva una piccola ferramenta in centro, poco distante da Piazza Vecchia. Quella somma era l'incasso di tre giorni che doveva versare in banca, e l'aveva perso scendendo dall'autobus, probabilmente mentre tirava fuori il portafoglio per il biglietto.

Quando lo chiamarono dalla caserma, Renato pensò che fosse uno scherzo. Arrivò in Via San Giorgio ancora incredulo, firmò i documenti, contò il denaro due volte con le mani che gli tremavano un po', e chiese di parlare con chi l'aveva trovato.

Li fecero sedere nella stessa stanza, su due sedie di plastica appoggiate al muro. Renato tirò fuori il portafoglio appena recuperato, come per offrire a Massimo qualcosa, una percentuale, un regalo, quello che si fa in questi casi.

"Non voglio soldi," disse Massimo, alzando una mano. "Ma c'è una cosa che vorrei chiederle, se posso."

Renato lo guardò, sorpreso. "Dica."

"Mia figlia ha quattro anni. Si chiama Sofia. L'anno prossimo deve iniziare la scuola materna, e io ho bisogno di uno zaino nuovo, delle scarpe, delle cose così. Lei ha un negozio di ferramenta, vero? Magari serve qualcuno a consegnare merce, a dare una mano il sabato. Non chiedo la carità. Chiedo un lavoro, anche solo qualche ora."

Renato restò zitto un momento, girando tra le dita un vecchio scontrino tirato fuori dal portafoglio. Poi ci scrisse sopra il suo numero di cellulare e lo passò a Massimo.

"Si presenti lunedì alle otto. Vediamo come va."

Massimo si presentò il lunedì alle otto meno cinque, con gli stivali puliti e la giacca della ditta vecchia appesa a un chiodo in casa, pronta a essere sostituita. Cominciò caricando scatoloni di viti e tubature nel retro del negozio, due sabati al mese.

Alla terza settimana, Renato lo chiamò indietro mentre stava uscendo. "Ieri è mancata la cassa di dodici euro," disse, senza alzare la voce ma senza nemmeno distogliere lo sguardo dal registro. "Non sto dicendo niente. Dico solo che qui dentro, se succede, lo verifico sempre." Massimo non rispose subito. Tornò al bancone, riaprì il registratore di cassa insieme a lui, e trovarono la differenza in uno scontrino annullato male. Da quel giorno Renato gli lasciò le chiavi del retro senza più ricontare.

Elena, dal canto suo, non era convinta. "Un lavoretto il sabato non paga l'affitto," disse una sera, mentre strofinava un piatto con più forza del necessario. "E se smette di chiamarti dopo due mesi? Lo conosci da un pomeriggio in caserma." Massimo non ribatté. Continuò a portare a casa la busta coi sabati pagati, finché anche lei smise di contare quei soldi con la stessa diffidenza di prima.

Passarono otto mesi. I sabati diventarono anche due pomeriggi infrasettimanali, dopo il turno da corriere. Poi, un giugno in cui le consegne di Massimo erano aumentate e i ritardi in ferramenta cominciavano a farsi sentire, Renato lo chiamò nel retrobottega mentre sistemava gli scaffali degli attrezzi.

"Il posto è tuo, se lo vuoi. A tempo pieno. Stipendio fisso, tredicesima, tutto in regola."

Massimo posò la scatola che teneva in mano e per un attimo non disse niente. Poi strinse la mano a Renato, forte, come si stringono le mani quando non servono altre parole.

Quella sera, a casa, posò la busta paga sul tavolo della cucina e disse a Elena: "Le scarpe a Sofia gliele compriamo vere, stavolta. Non quelle del mercatino."

A settembre, davanti al cancello della scuola materna, Sofia si girò indietro con lo zainetto rosa dalle orecchie da coniglio che le sbatteva sulla schiena, e urlò: "Papà, guarda come corro!" Massimo rimase lì, con le mani in tasca, a guardarla sparire dentro il cortile.

Click to comment

Leave a Reply

Ваша e-mail адреса не оприлюднюватиметься. Обов’язкові поля позначені *

дев'ять − один =

Також цікаво:

LT3 хвилини ago

Rasa iš Vilniaus gatvės

Pirmą kartą ją pamačiau spalio pabaigoje, kai ji užsuko į mūsų advokatų kontorą Vilniaus gatvėje, Kaune. Baigdavau rašyti išvadą —...

HE3 хвилини ago

מסמך חזק יותר מצעקה

הפנסים מעל השער כבו אחד אחרי השני. בשבת בצהריים, בעשרים ושמונה במאי, בגינה של ההורים של אבי הילדים הריח מכוסה...

HU4 хвилини ago

A hálószoba Keszthelynél, meg egy lány, aki mindent kockára tett

Farkas Noémi tizenkilenc évesen állt be szobalánynak a keszthelyi Festetics-kastélyba — nem mert romantikus álmai lettek volna az uraságról, hanem...

LT4 хвилини ago

Tvora, kuri atkeršijo: kaip Vilniaus priemiesčio kaimynė pati pateko į savo spąstus

Gyvenu Pabradės gatvėje, Vilniaus pakraštyje, jau beveik šešerius metus. Namą pirkau pati, be vyro, be paskolos garanto – tik savo...

IT24 хвилини ago

Il compleanno di Nico e la candela divisa in due

Nico aveva sette anni e in mano una scatolina di cartone un po' schiacciata ai bordi. Dentro, una fetta di...

IT34 хвилини ago

Una gatta e sei vite da salvare a Varese

Clara Bertolini aprì la porta del capanno degli attrezzi e si fermò sulla soglia. In un angolo, sopra un vecchio...

CZ43 хвилини ago

Rozešla jsem se s manželem toho večera

Pracuji dvanáct let v téže bance v Brně, na úvěrovém oddělení, a věřte mi, že jsem toho viděla dost. Lidi,...

NL1 годину ago

Het geheim van de zilveren medaillon

Niemand in de villa aan de Vecht zou haar ooit zo mogen zien. De keuken was te mooi voor honger....