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Il tiro che smascherò il signor Contarini

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A Palagonia, in provincia di Catania, sotto un sole che spaccava l'asfalto anche a ottobre inoltrato, c'era un campetto sterrato dietro il deposito delle arance dove i ragazzini del quartiere si ritrovavano ogni pomeriggio. Si chiamava "il Vallone", anche se di valloni non ce n'erano, solo polvere rossa e una porta senza rete, fatta con due pali arrugginiti.

Lì ci andava anche Salvo Fichera, undici anni, scarpe con la suola che si stava staccando sulla punta destra, tenuta su con lo scotch da imballaggio che gli aveva dato sua madre, Rosaria, cassiera al discount di via Garibaldi. Gli altri bambini lo chiamavano "scarpe di carta" e ridevano ogni volta che correva, perché sembrava stesse per inciampare da un momento all'altro.

Quel pomeriggio di fine ottobre, mentre il sole cominciava a calare dietro i tetti delle case basse, arrivò una Mercedes grigio scuro che nessuno aveva mai visto da quelle parti. Ne scese un uomo sulla sessantina, vestito come se fosse appena uscito da un ristorante di Taormina: Michele Contarini, costruttore, proprietario di mezza zona industriale di Caltagirone, uno che a Palagonia ci era nato ma se n'era andato da ragazzo e tornava solo per "farsi vedere", come diceva la gente.

Contarini si appoggiò alla macchina, tirò fuori il portafogli e ne estrasse un pacco di banconote da cinquanta euro. Le sventolò davanti ai ragazzini come fosse un mazzo di carte.

"Allora," disse, ridacchiando, "qualcuno di voi sa tirare in porta da qui?" Indicò un punto a venticinque metri dalla porta sgangherata. "Mille euro a chi fa gol. Da fermo, senza rincorsa lunga."

I ragazzi si guardarono, eccitati. Ma lui aggiunse, con un sorriso storto: "Anzi no. Lo faccio fare a lui." E indicò Salvo. "Quello con le scarpe rotte. Tanto non ce la fa nessuno da qui, figuriamoci uno scalzo come te."

Risate. Uno dei ragazzi più grandi, Turi, gli urlò: "Vai Salvo, fai vedere a tutti come si fallisce!" Un altro aggiunse qualcosa sulle scarpe che nemmeno un barbone avrebbe voluto. Contarini non li fermò. Si godeva la scena, le mani in tasca, come a teatro.

Salvo non rispose a nessuno. Posò lo zaino scolastico per terra e fissò la porta lontana. Pensò a suo padre, a come gli teneva il piede sotto il pallone, in quel cortile dietro casa, prima che partisse per il cantiere, dicendogli sempre la stessa cosa: "Non devi spingerlo col piede, Salvo, devi accarezzarlo, come fosse una cosa viva che vuole andare dove le dici tu." Antonio Fichera gliel'aveva ripetuto cento volte, l'ultima estate prima di morire. Fece tre passi indietro, poi corse, e nell'istante in cui il suo piede toccò il pallone, qualcosa in quel tiro fece smettere di ridere tutti, Contarini compreso.

Il pallone partì a effetto, curvò come se avesse una volontà propria, e si infilò nell'angolo sinistro della porta senza nemmeno sfiorare il palo.

Il silenzio durò tre secondi, poi esplose il caos: i ragazzini che prima ridevano adesso urlavano il suo nome, Turi lo abbracciava come se non l'avesse mai preso in giro, e Contarini era rimasto immobile, con il pacco di banconote ancora in mano, la bocca mezza aperta.

Ma non fu il gol a cambiare tutto. Fu quello che successe dopo.

Mentre Contarini, ancora scosso, si avvicinava per dargli i soldi — più per salvare la faccia che per rispetto — da dietro il muro del deposito uscì una donna con il grembiule del discount ancora addosso, il turno finito da pochi minuti. Rosaria aveva visto tutto, nascosta, perché era passata a controllare dove fosse il figlio prima di tornare a casa.

Attraversò il campetto a passo veloce, scavalcando una tanica vuota che qualcuno aveva lasciato in mezzo alla terra battuta. Si mise davanti a Contarini.

"I soldi, se li rimette in tasca." La voce le tremava un po', ma non si fermò. "Picciotteddu meo non si vende per uno spettacolino da quattro soldi. Non si umilia. Non davanti a lei, non davanti a nessuno. Specialmente non davanti a uno che si crede importante solo perché ha una macchina tedesca e i soldi per comprarsi i ragazzini del quartiere."

Contarini provò a giustificarsi, disse che era solo un gioco, un modo per premiare il talento, che non c'era cattiveria.

"Non c'era cattiveria," ripetè lei, come assaggiando la frase per vedere quanto era amara. "Non c'era cattiveria. Mio marito è morto tre anni fa in un cantiere. Fichera Costruzioni. Mai sentita, vero? Era il suo cantiere, signor Contarini." Si fermò un attimo, come se le parole le si fossero impuntate in gola. "Lavorava a nero. Senza assicurazione. Perché il subappaltatore che lei aveva scelto — lei, non il destino — risparmiava sulla sicurezza. Lo so perché le carte le ho tenute io. Tutte quante."

Il campetto, pieno di ragazzini qualche minuto prima chiassoso, adesso era immobile. Contarini impallidì.

"Quella storia è stata chiusa," disse, con la voce più bassa. "C'è stato un risarcimento."

"Tremilaseicento euro." Rosaria lo disse senza quasi respirare, tutto d'un fiato, come un numero che le batteva in testa da tre anni. "In due anni. A rate. Mentre io pagavo l'affitto di un bilocale e le scarpe di mio figlio si rompevano una dopo l'altra, e io con lo scotch, capisce, con lo scotch gliele attaccavo, perché i soldi per un paio nuovo non c'erano." Scosse la testa, quasi ridendo, un riso secco che non era un riso. "Ho tutto scritto. I nomi del subappaltatore. Le buste paga false. Le dichiarazioni degli operai che all'epoca avevano paura di parlare, e che adesso, con un avvocato e un poco di coraggio, parlerebbero. Parlerebbero eccome."

Si girò, prese lo zaino di Salvo da terra e glielo mise in mano quasi con rabbia, più che con tenerezza. "Avanti, andiamo."

Contarini restò lì, con i soldi ancora in mano, mentre gli altri ragazzini, senza che nessuno glielo dicesse, si allontanavano in silenzio verso le loro biciclette.

Tre settimane dopo, un lunedì di metà novembre, Rosaria si presentò nello studio dell'avvocato Grasso, in corso Vittorio Emanuele a Caltagirone, con una cartellina di plastica azzurra consumata ai bordi. L'avvocato la fece sedere, le offrì un caffè che lei non toccò, e aprì la cartellina sul tavolo, foglio per foglio, come si sfogliano le cose che fanno male.

"Signora Fichera, qui dentro c'è una perizia tecnica fatta all'epoca, ma è vecchia, andrà aggiornata. E queste due testimonianze scritte a mano… chi gliele ha date?"

"Due operai. Uno è ancora a Palagonia, l'altro si è trasferito a Ragusa, ma lo stesso ha accettato di parlare."

"Accetterebbe anche di testimoniare in aula? Perché una cosa è scrivere un foglio a casa, un'altra è dirlo davanti a un giudice, con l'avvocato della controparte che lo incalza."

Rosaria ci pensò, le mani stese sul tavolo. "Uno sì. L'altro… l'altro ha famiglia che lavora ancora per gente vicina a Contarini. Ha paura."

"Allora dovremo lavorare con quello che abbiamo." Grasso si tolse gli occhiali, se li rimise. "Le dico la verità, signora: potrebbero offrirle una transazione prima ancora di arrivare in tribunale, perché a Contarini non conviene che certe cose vengano fuori in pubblico. Oppure potrebbero tirarla per le lunghe apposta, per farla stancare. Lei ce la fa a resistere?"

"Ho resistito tre anni a lavare per terra nel discount e a far finta che andava tutto bene davanti a mio figlio," disse Rosaria. "Resisto."

Passarono i mesi. Ci fu un'udienza rinviata due volte perché l'avvocato della controparte non si presentò, con una scusa diversa ogni volta. Ci fu una telefonata, una sera di gennaio, in cui un numero sconosciuto le propose, con tono gentile e viscido insieme, "una soluzione rapida e dignitosa per tutti", cifra non specificata, a patto che ritirasse "certe accuse infondate sulla sicurezza". Rosaria rispose soltanto: "Fatemi un'offerta scritta, se avete coraggio," e chiuse la chiamata con le mani che le tremavano per la rabbia, non per la paura.

La causa civile, per risarcimento del danno da morte e responsabilità datoriale, si concluse undici mesi dopo con un accordo extragiudiziale firmato in uno studio notarile di Catania: settantaduemila euro, più il riconoscimento ufficiale, scritto nero su bianco, che la sicurezza sul cantiere era stata violata per decisione del committente.

Rosaria non festeggiò. Prelevò i soldi, ne mise una parte su un conto intestato a Salvo, vincolato fino ai diciott'anni, e con il resto comprò un piccolo appartamento al primo piano in via Dante, lontano dal bilocale in affitto dove avevano vissuto per sette anni.

L'ultima cosa che fece, prima di chiudere per sempre quella cartellina azzurra in un cassetto, fu portare Salvo da "Sport Center" in via Vittorio Veneto. Gli comprò un paio di scarpe da calcio vere, con i tacchetti, numero 36. Lui si sedette sulla panchetta del negozio, si slacciò le vecchie, quelle con lo scotch ormai grigio e sbriciolato ai lati, e le lasciò lì, sotto la panca, senza nemmeno guardarle un'ultima volta. Infilò le nuove, si alzò, fece due passi sul linoleum del negozio accarezzando l'aria con il piede destro, come gli aveva insegnato suo padre. Guardò sua madre. Non disse niente. Non ce n'era bisogno.

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