Connect with us

IT

Il bambino del faro di Portofino

Published

on

Mi chiamo Sergio Bellandi, ho cinquantotto anni, e da trentuno faccio il guardiano al piccolo faro sopra Punta Chiappa, tra Camogli e Portofino. Quella mattina di fine settembre il mare era ancora agitato dalla burrasca della notte, e io scendevo lungo il sentiero di scogli come faccio sempre, con il termos del caffè in una mano e il binocolo nell'altra, per controllare che non ci fossero detriti incastrati tra le rocce.

L'aria sapeva di salmastro e di legno bagnato. In lontananza, dal paese, arrivava appena il suono delle campane della chiesa di San Fruttuoso che battevano le sette.

Fu tra due scogli neri, in una pozza d'acqua bassa, che vidi qualcosa che in un primo momento scambiai per un sacco della spazzatura portato dalla mareggiata. Poi quel sacco si mosse.

Mi fermai di colpo.

Era un bambino. Non più di due anni, forse meno. Seduto nell'acqua fredda con la schiena appoggiata alla roccia, i vestitini incollati addosso dall'acqua salata, i capelli scuri appiccicati sulla fronte. Non piangeva. Non chiamava nessuno. Stava semplicemente lì, con gli occhi aperti, fissi su un punto che non riuscivo a capire.

"Gesù santo" dissi, lasciando cadere il termos tra le pietre, e corsi verso di lui.

Mi avvicinai piano, mi misi in ginocchio a un metro da lui, nel punto dove l'onda arrivava e si ritirava.

"Dove è la tua mamma, piccolo? Dov'è papà?"

Niente. Nemmeno un battito di ciglia diverso. Il bambino aveva quella fissità strana di chi ha pianto così tanto che non gli resta più niente da piangere. Non c'erano impronte sulla sabbia bagnata, non c'erano borse, non un passeggino abbandonato, nessuno in giro a quell'ora eccetto qualche gabbiano che gridava sopra gli scogli.

Allungai le braccia per prenderlo in collo. Fu in quel momento che i suoi occhi, fino ad allora vuoti, si spostarono di scatto oltre la mia spalla. Guardava il mare.

Sentii un tonfo pesante alle mie spalle, e poi un rumore di qualcosa che veniva trascinato sulla battigia, tra sasso e sasso.

Mi voltai.

Tra le onde, qualcosa di scuro galleggiava e sbatteva contro gli scogli. Pensai a un pezzo di rete, o a una tanica di gasolio caduta da una barca. Ma l'onda successiva lo spinse più vicino, e capii che era una borsa grande, impermeabile, nera, con una cerniera lampo e un'etichetta bianca cucita vicino alla chiusura. Lunga quasi quanto un uomo.

Guardai di nuovo il bambino. Fissava quella borsa come se la conoscesse.

Chiamai subito il 112. In meno di venti minuti il sentiero sopra gli scogli era pieno di divise: Guardia Costiera, carabinieri, un'ambulanza del 118 che aveva mandato una coperta termica e una paramedico che avvolse il piccolo senza riuscire a strappargli una parola. Lui continuava a voltarsi verso il mare ogni volta che un'onda si rompeva più forte delle altre.

Un sommozzatore della Capitaneria tirò la borsa nera sulla sabbia asciutta e lesse l'etichetta a voce alta: il nome di un'imbarcazione privata, la *Stella del Tigullio*. Un carabiniere controllò la giacchetta bagnata del bambino e trovò, cucita all'interno del colletto, un'etichetta con lo stesso nome.

Nessuno parlò per qualche secondo.

Poi la radio di uno degli uomini gracchiò. Avevano ritrovato, a due miglia da Portofino, un'imbarcazione danneggiata con quello stesso nome sullo scafo. Vuota.

L'ufficiale guardò il bambino, poi guardò la borsa nera. Io stavo già pensando al peggio.

Un operatore si inginocchiò accanto alla borsa e tirò lentamente la cerniera. Guardai la sua faccia, non il contenuto. Il suo sguardo cambiò in meno di un secondo. Richiuse tutto di scatto, si alzò e mi guardò dritto.

"Sergio," disse piano, "portalo più in là, verso il faro."

Mi si strinse lo stomaco. Presi in braccio il bambino fradicio, lo strinsi nella coperta e lo portai su, lontano dagli scogli, mentre un altro agente restava accanto alla borsa. Il piccolo non piangeva, non si divincolava: restava appoggiato al mio petto, con gli occhi fissi sopra la mia spalla, verso l'acqua.

Passarono forse tre minuti prima che un carabiniere mi raggiungesse.

"Non è quello che pensa," disse.

Dentro la borsa non c'era un corpo. Era un sacco di emergenza impermeabile, di quelli che si tengono a bordo per i casi di naufragio: due giubbotti salvagente da adulto, vestiti di ricambio, documenti plastificati, una borsetta da donna, una cassetta di pronto soccorso e un cellulare chiuso in una custodia stagna.

Il sollievo durò un attimo soltanto, perché la barca era stata trovata vuota, e nessuno sapeva dove fossero i genitori.

Quando il telefono si accese, sulla schermata di blocco apparve proprio quello che temevamo: lo stesso bambino, sorridente, tra le braccia di una giovane coppia a bordo di una barca a vela bianca. La donna era sua madre, si chiamava Chiara Donati. L'uomo accanto a lei era suo marito, Marco.

La Guardia Costiera partì subito con le ricerche in mare. Fu un agente a notare qualcosa di strano nell'ultimo video salvato nel telefono, girato poche ore prima. Si vedeva la famiglia a bordo mentre il tempo cambiava all'improvviso, le onde che colpivano la barca di fianco, le urla coperte dal vento. Le immagini erano confuse, ma sullo sfondo riconobbi una fila di scogli neri al largo, proprio davanti a Punta Chiappa.

Trentun anni su quel tratto di costa non passano invano.

"Quegli scogli li conosco," dissi al comandante della motovedetta. "C'è una cengia dietro, nascosta, che dalla riva non si vede."

Cambiarono subito rotta. Il bambino fu portato all'ospedale Galliera di Genova per gli accertamenti, io salii sulla motovedetta perché ero l'unico a sapere indicare con precisione quel punto tra gli scogli.

Quasi due ore dopo, qualcuno a bordo gridò.

Una donna era distesa sulla cengia stretta, esausta, bagnata fino all'osso, a stento capace di rispondere, ma viva. Era Chiara. Mentre la issavano a bordo continuava a ripetere la stessa domanda.

"Il mio bambino… l'avete trovato? Dov'è il mio bambino?"

Quando le dissero che era salvo, scoppiò in lacrime, aggrappata al giubbotto di un operatore. Ma di Marco ancora nessuna traccia.

Le ricerche continuarono lungo la scogliera finché un marinaio non notò un movimento vicino a una lingua di roccia semisommersa. Marco era rimasto aggrappato lì tutta la notte, con una gamba ferita, debole e disidratato, ma cosciente.

Entrambi i genitori erano vivi.

Più tardi, in ospedale, ricostruimmo cos'era successo. Quando la barca aveva iniziato a imbarcare acqua, Marco aveva assicurato il figlio al giubbotto salvagente cercando di tenerlo a galla, mentre Chiara recuperava la borsa d'emergenza sotto coperta. Un'onda più grande li aveva separati. La corrente aveva portato il piccolo verso la riva bassa di Punta Chiappa, mentre i genitori venivano spinti verso gli scogli al largo. La borsa impermeabile era arrivata a riva quasi nello stesso punto del bambino, qualche minuto dopo.

Ecco perché il piccolo continuava a fissare il mare. Non aveva paura della borsa nera. Guardava semplicemente la direzione in cui aveva visto per l'ultima volta i suoi genitori.

Due giorni dopo ero ancora al Galliera — ci tornavo ogni mattina prima del turno al faro, portando un sacchetto di focaccette dal forno di Camogli per le infermiere del reparto — quando Chiara fu finalmente portata nella stanza del figlio. Nel momento in cui lo vide, il bambino silenzioso, quello che da quando l'avevo trovato non aveva emesso un suono, alzò le braccia verso di lei. Chiara crollò in ginocchio accanto al lettino, stringendolo, piangendo contro i suoi capelli ancora umidi di shampoo per bambini.

Marco arrivò poco dopo in sedia a rotelle, la gamba ingessata, il volto segnato dal sale e dal sole. Per diversi minuti i tre restarono così, abbracciati, senza dire niente, mentre fuori dalla finestra il Mar Ligure tornava piatto e tranquillo come se niente fosse successo.

Un mese dopo, quando tornai a Punta Chiappa per il mio solito giro mattutino, trovai appoggiato allo scoglio dove avevo trovato il bambino un piccolo giubbotto salvagente giallo, nuovo, con un bigliettino attaccato: "Grazie per aver guardato nella direzione giusta. Chiara, Marco e Pietro." L'ho portato su, nel faro, e da allora lo tengo appeso dietro la porta d'ingresso, accanto al termos.

Click to comment

Leave a Reply

Ваша e-mail адреса не оприлюднюватиметься. Обов’язкові поля позначені *

двадцять − 19 =

Також цікаво:

IT29 хвилин ago

Il tocco che non doveva esistere

Io quella mano sul fianco l'ho sentita prima ancora di vederla muoversi. Mi chiamo Nathan, ho ventisei anni, e da...

LT44 хвилини ago

Aušra dar vos švito, kai Mindaugas Jankauskas 2011-ųjų rudenį sėdėjo kaimo autobuso stotelėje Anykščių rajone, laukdamas, kol atvažiuos uošvienė.

Taip, uošvienė. Ne pats gražiausias žodis, bet aš nebijau jo sakyti. Beveik septyneri metai praėjo, kol supratau, kad su ta...

IT1 годину ago

La stanza 214 e il nome che non doveva esistere più

Alle quattro del mattino l'ospedale Santa Marta di Bergamo respira in un modo diverso. Il distributore automatico nel corridoio del...

LT1 годину ago

Garažas, kurio nebemačiau iš vidaus

Mindaugas aš, keturiasdešimt septyni, Panevėžyje gyvenu, autoservisą turėjau – tiksliau, manėme, kad turime – su uošviu, Algimantu. Dvidešimt dvejus metus...

IT2 години ago

Il bambino del faro di Portofino

Mi chiamo Sergio Bellandi, ho cinquantotto anni, e da trentuno faccio il guardiano al piccolo faro sopra Punta Chiappa, tra...

IT2 години ago

Il sacchetto di frutta marcia e il conto che ho chiuso dopo

Non mi vergogno a dirlo: quest'anno contavo sull'aiuto di Marisa per Pasqua. Le cose in casa nostra non vanno bene...

LT3 години ago

Sūnaus klausimas po dvidešimt septynerių metų ritualo

Mano vardas Rimantas, man septyniasdešimt dveji, ir prieš tris mėnesius pabandžiau atiduoti savo sėdimą vietą „Žalgirio" tribūnoje. Ne žmogui —...

LT3 години ago

Spintelė prie Vilijampolės tilto

Šeštadienio rytą, pusę aštuonių, pamačiau pro virtuvės langą seną vyrą su popieriniu maišu rankose. Jis stovėjo prie mūsų spintelės ir...