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Alessandro si fece da parte con un sorrisetto teatrale, pregustando già l’umiliazione che si aspettava di vedere
Alessandro si fece da parte con un sorrisetto teatrale, pregustando già l’umiliazione che si aspettava di vedere. La folla si sporse in avanti, incuriosita. Chiara raggiunse i tasti. La sua mano si sollevò e, per un secondo fragile e lunghissimo, tremò a mezz’aria.
Poi iniziò a suonare.
Una nota. Poi un’altra.
La stanza piombò in un silenzio di tomba. Non un silenzio educato, ma un silenzio sbalordito. Perché quella melodia non era casuale. Non era goffa. Non era un colpo di fortuna. Era morbida, precisa e di una bellezza che spezzava il cuore. Sembrava il lamento di un’anima che ha amato troppo.
Il sorriso di Alessandro cominciò a svanire. Fece un passo verso il pianoforte. Poi un altro ancora. Perché lui conosceva quella melodia. La conosceva con quella parte di sé che aveva trascorso gli ultimi vent’anni a cercare di seppellire.
Molto prima degli smoking, delle cene di gala e dell’immagine attentamente curata di uomo generoso, aveva amato una donna di nome Isabella. Lei suonava quella stessa identica melodia su pianoforti scordati in appartamenti umidi in periferia. L’aveva scritta mentre era incinta, chiamandola “la canzone di nostra figlia”, prima ancora che la bambina nascesse.
Ma poi ci furono le complicazioni. La paura. I soldi che mancavano. E Alessandro aveva fatto una scelta travestita da pragmatismo, ma che in realtà era pura viltà. Le aveva detto che sarebbe tornato solo quando avrebbe avuto ricchezza e potere da offrirle. E in effetti era tornato. Ma troppo tardi. L’appartamento era vuoto e di lei non c’era più traccia. Così, aveva seppellito la canzone, costruendosi una vita così rumorosa da far sembrare il suo silenzio un grande successo.
Ora, una ragazza in un vestito logoro sedeva al suo pianoforte, suonando quella melodia con le stesse, identiche e minuscole pause che sua madre usava fare tra la terza e la quarta battuta.
La voce di Alessandro uscì rotta, irriconoscibile. «Chi te l’ha insegnato?»
Chiara continuava a suonare. Non lo guardò ancora, ma la sua voce risuonò piccola e ferma. «Mia madre.»
Alessandro si immobilizzò. E proprio prima che iniziasse l’ultima frase musicale, notò qualcosa cucito nell’orlo interno del vestito della ragazza: una minuscola iniziale d’argento. La stessa lettera che lui, con le sue stesse mani, aveva ricamato su una copertina per neonati tanto tempo prima. Non era solo una canzone. Era la prova vivente della sua colpa.
Finalmente, Chiara alzò gli occhi sul suo viso, mentre le dita premevano la nota successiva.
«Mi ha detto che te ne sei andato prima ancora di vedere il mio viso,» sussurrò.
Quella frase lo colpì più duramente di uno schiaffo. Perché era vero. Aveva visto un’ecografia, una culla mezza montata, ma non aveva mai visto sua figlia. Fino a quel momento.
Una signora tra il pubblico iniziò a piangere in silenzio. Gli ospiti non stavano più guardando uno spettacolo; stavano assistendo al crollo pubblico della vita perfetta di un uomo.
«Mia madre ha detto che, se avessi ascoltato questa canzone e te ne fossi andato di nuovo, allora non avrei mai dovuto chiamarti padre,» concluse la ragazza con una certezza disarmante.
Quello fu il colpo di grazia. L’intera sala trattenne il respiro mentre Alessandro guardava la figlia che aveva abbandonato prima ancora di conoscerla. Lentamente, incurante di come potesse apparire a quella folla di snob, si accasciò sulla panca del pianoforte accanto a lei. Con le dita che tremavano peggio di quelle della ragazza, appoggiò la mano sulla tastiera. E insieme suonarono l’ultima, straziante riga della melodia, che risuonò nel salone come una porta che si apre per la prima volta, forse troppo tardi, o forse appena in tempo.
Il rimorso è un fantasma che non smette mai di perseguitarci, non importa quanti soldi o quanto potere accumuliamo per cercare di scacciarlo. Se vi trovaste nei panni di Chiara, di fronte all’uomo che ha abbandonato voi e vostra madre per codardia, riuscireste a perdonarlo vedendo il suo totale crollo e pentimento, o il dolore del passato è una ferita che nessuna nota musicale potrà mai curare? Scrivete la vostra opinione nei commenti, voglio leggere cosa fareste al suo posto!
