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L’ultima lista di zia Laura
Rientrai nel silenzio del quarto piano di via Foria, col rumore ancora nelle ossa dei sassolini sulla bara. Fuori Napoli urlava di clacson e venditori di cozze, ma dentro, tra il ballatoio dove la lampadina era bruciata da due mesi e l’odore di chiuso del nostro pianerottolo, c’era una cappa che ti schiacciava le costole. Infilai la chiave, spinsi la porta e per un istante, come un riflesso di cui non ti liberi, mi fermai: mi aspettavo la sua voce, quel «Alessì, hai mangiato qualcosa?» che per vent’anni mi aveva accolto.
Niente. Il corridoio buio, la credenza di formica, la radio spenta. Restai lì, con la borsa a tracolla, incapace di fare un passo. Poi, dal terzo piano, Arturo, il labrador della signora Esposito, guaì un istante e io mi sbloccai.
In cucina la luce del pomeriggio tagliava le piastrelle a metà. Aprii il frigo per inerzia. Dentro c’era un contenitore di plastica trasparente con brodo e verdure: la sua ultima minestra maritata, preparata il giorno prima del ricovero, quando ancora diceva che erano solo acciacchi di stagione. Sulla porta, tenuta dalla calamita a forma di Vesuvio comprata a San Gregorio Armeno quando avevo undici anni, un foglietto con la grafia inclinata di zia Laura: «Comprare – pane cafone, 4 uova, scarola, pinoli. Martedì scongelare il ragù in freezer.» Un promemoria di quelli che scriveva sempre.
Poi ricordai il cassetto della credenza, quello sotto lo scolapasta, dove infilava vecchie agende e ricevute. Lo aprii e trovai un’agendina tascabile a quadretti. La sfogliai a caso. Alla pagina di ottobre, in alto, accanto a un sudoku a metà, una riga scritta in verticale: «Mercoledì pomeriggio – la torta per Ale. Al cioccolato, la sua preferita. Candeline numero ventuno. – Comprare il fondente.»
Rimasi con l’agenda aperta in mano, il pollice sulla riga delle candeline. Ventuno. Il mio compleanno sarebbe stato a novembre, e lei era morta a ottobre. Aveva progettato di farmi la torta, aveva comprato il fondente, immaginato la faccia che avrei fatto. Appoggiai l’agenda sul tavolo, presi il foglietto della spesa, lo misi accanto, e con il dito seguii la parola «candeline» finché le lettere non si confusero.
Quando morì mia madre, io avevo dieci anni. Una mattina di febbraio semplicemente non si svegliò più. Dopo di che, il vuoto. Nessuno si fece vivo, nessuno chiese della bambina con la treccia storta e i calzini spaiati. Nessuno, tranne nonna Maria e zia Laura.
Abitavano già insieme in quell’appartamento di due stanze e mezzo sopra la bottega di un calzolaio. Senza una parola aggiunsero un letto in camera, senza sospiri mi spiegarono dove tenevano lo zucchero, senza farmi mai pesare la mia presenza. Nonna Maria si alzava all’alba a preparare la colazione e mi intrecciava i capelli in due trecce strette che tiravano la pelle. Zia Laura rimaneva fino a tardi a rammendarmi le divise scolastiche, comprate al mercato di Forcella, e ci attaccava un fiore finto per renderle «speciali».
Quando i soldi non bastavano – e capitava spesso – se ne uscivano con un «stasera pizza di patate e si fa festa», e io ci credevo. A undici anni capii che la mancanza a volte ha il sapore di un impasto di purè cotto al forno.
Nonna se ne andò che avevo quindici anni. Quella notte zia Laura restò seduta al buio, le mani piatte sul tavolo, a fissare un punto indefinito. Mi avvicinai, non dissi nulla. Lei mi tirò a sé con un braccio: «Adesso restiamo io e te. E io non ho paura.»
Lo ripeteva sempre, «non ho paura», anche quando rientrava dalla pasticceria dove lavorava con le gambe gonfie e le braccia piene di farina. Nei ritagli di tempo mi portava al Lungomare, mi comprava un cono gelato alla nocciola, due gusti, duemila lire, e si sedeva a guardare le navi senza parlare.
Zia Laura non si era mai sposata, non aveva avuto figli. Una volta le chiesi se le dispiaceva. Alzò le spalle: «A me è capitata la figlia che mi serviva. Le altre storie sono tutte di contorno.»
La malattia arrivò senza avviso. Prima una stanchezza che non passava neppure dopo dodici ore di sonno, poi dolori che le piegavano la schiena mentre mescolava il caffè. La visitarono in ritardo, quando ormai le opzioni erano quasi finite. Un pomeriggio, al Cardarelli, mi fece sedere accanto al letto, mi strinse il polso con le dita sottili: «Promettimi che continui l’università. E che impari a fare un risotto senza bruciare il riso, Alessì, perché pure stavolta l’hai attaccato tutto.»
Poi aggiunse, guardando oltre la finestra: «E non cercare quell’uomo che non ti ha mai cercata. Non pensarci più. Per nessun motivo.»
Non disse «tuo padre». Non lo nominava mai. Mi mise in mano una cosa che aveva tenuto sotto il cuscino: una spilla a forma di cornetto rosso. «Ora posso andare senza paura», mormorò a filo di voce.
Al funerale vennero le vicine, i colleghi della pasticceria, perfino il prete che la ricordava da bambina. Tutti dicevano che zia Laura era una donna straordinaria. Io pensavo solo che era stata mia madre, due volte. Piangevo senza lacrime, di quelle che ti grattano dentro.
Quando tornai a casa, quella sera, infilai l’agenda nel cassetto e lasciai il foglietto della spesa sulla porta del frigo, sotto la calamita. Andai a dormire con il cornetto rosso stretto nel pugno.
Passarono settimane mute, in cui la casa restò immobile e io mi muovevo tra l’università e il buio delle scale senza accendere mai la radio.
La mattina del 14 novembre mi svegliai con il sole che filtrava attraverso le tapparelle arrugginite. Ventun anni. Lo ripetei a voce alta, seduta sul bordo del letto, e il suono mi parve estraneo. Andai in cucina, preparai il caffè. Mentre aspettavo che la moka borbottasse, gli occhi mi andarono alla calamita del Vesuvio. Il foglietto era ancora lì, ingiallito. Sul tavolo, l’agendina scozzese era rimasta aperta alla pagina di ottobre. La riga in verticale, «Candeline numero ventuno», mi chiamava.
Fu allora che decisi. Non per cancellare il vuoto, ma perché era l’ultima cosa che zia Laura aveva pensato per me.
Uscii. Al mercato di Piazza Garibaldi comprai sei uova e una stecca di cioccolato fondente, quella buona, del negozio di surrogati dietro la stazione. La tenevo stretta nella retina come un oggetto fragile. Tornando, Arturo scodinzolò sulle scale, e per un attimo mi parve che fosse un giorno qualunque.
In cucina aprii la dispensa per prendere lo zucchero. In fondo, dietro la latta dei biscotti, vidi un blocco di fondente avvolto nella carta oleata e fermato da un post-it: «Per la torta di Ale». Lo aveva comprato zia Laura, come aveva scritto in agenda. Lo sollevai. Sotto c’era una busta ingiallita, senza francobollo, su cui lei aveva scritto un nome e un numero di telefono che cominciava per 081. Un nome maschile. Lo fissai. La busta era chiusa.
Ripensai alla voce di zia Laura nel letto del Cardarelli. “E non cercare quell’uomo che non ti ha mai cercata.” Il fondente pesava nella mano sinistra, la busta in quella destra. Chiusi la dispensa, appoggiai la busta dentro la latta dei biscotti, sotto un pacco di frollini, e non la aprii.
Poi setacciai la farina, sciolsi il cioccolato a bagnomaria, montai le uova finché il composto diventò chiaro. La cucina si riempì di vapore dolce e del ronzio del forno. Quando la torta fu sfornata, la glassai con il fondente fuso e la posai sul tagliere di legno, quello con il bordo scheggiato che veniva dalla vecchia casa di nonna.
Al tramonto, accesi le ventuno candeline una dopo l’altra. Stetti a guardare le fiamme che si riflettevano sul Vesuvio di ceramica del frigo. Non dissi niente. Non ce n’era bisogno.
Dopo un po’ mi alzai, aprii il freezer e presi il contenitore della minestra maritata. Lo misi sul fuoco basso e attesi che il brodo ricominciasse a bollire piano. Quando il vapore appannò la credenza, presi un mestolo e riempii una fondina. Mangiai la minestra con accanto una fetta di torta, e il sapore mi ricordò le domeniche di pioggia, la voce che diceva «hai mangiato?», il rumore dei suoi passi in cucina. Ma non era più un rumore che lasciava spazio: era un’eco che mi spingeva avanti.
