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Il bagaglio di Marco davanti alla porta di via Tasso

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Avevo cinquantotto anni quando ho smesso di avere paura del silenzio nel mio appartamento di Bologna. Dopo il divorzio da Stefano, durato ventidue anni di matrimonio, mi ero trasferita in un trilocale in via Tasso, vicino al mercato delle Erbe, e per i primi mesi quel silenzio mi sembrava una condanna. Poi, pian piano, è diventato la cosa più preziosa che avessi.

Se la sera lavavo i piatti, la mattina li trovavo ancora puliti. Se compravo una fetta di quella torta di ricotta che mi piaceva tanto, la trovavo intatta in frigorifero il giorno dopo. Se tornavo stanca dallo studio dove lavoro come commercialista e volevo solo un tè e il divano, nessuno mi chiedeva perché non avessi cucinato. Avevo imparato il prezzo della mia pace, e mi piaceva da morire.

Certo, ogni tanto uscivo. Un caffè con un collega in pensione, una cena con un vedovo conosciuto tramite un'amica. Ma finivano sempre uguale: uno parlava solo di sé per due ore, un altro cercava chiaramente una badante con diritto di bacio, un terzo era pure simpatico ma dentro di me non si muoveva niente.

Poi, a cinquantanove anni, ho conosciuto Marco. Un uomo di sessantuno, in pensione anticipata da un'azienda di impianti elettrici, sempre in ordine, camicia stirata, puntuale agli appuntamenti. Portava fiori di stagione, non quelli finti del benzinaio. Parlava di quanto apprezzasse una casa pulita, la tranquillità, il rispetto reciproco. Mi sembrava, finalmente, l'uomo giusto per qualcosa di più di qualche cena fuori.

Dopo quattro mesi mi ha proposto di provare a vivere insieme, almeno per un periodo, da me. "Così capiamo se siamo fatti per stare insieme," mi ha detto, con quella sicurezza che allora mi sembrava maturità. Ho esitato a lungo. Quell'appartamento era la mia fortezza, il posto dove ogni cosa stava al suo posto perché lo decidevo io. Ma alla fine ho detto sì.

I primi giorni sono stati belli davvero. Caffè insieme la mattina, un film la sera, le sue braccia intorno a me mentre cucinavo. Mi diceva che non si sentiva così a casa da anni. Ho pensato, per un attimo, di aver avuto torto a tenere tutti fuori per tanto tempo.

Poi sono arrivate le tazzine. Una sul tavolo, una sul comodino, una sul davanzale della cucina. Poi i calzini vicino al divano. Poi i piatti sporchi nel lavello, lasciati lì come se qualcuno dovesse per forza occuparsene. All'inizio sistemavo in silenzio, senza dire niente, pensando che dovesse solo abituarsi. Ma dopo due settimane il mio appartamento non sembrava più casa mia.

Il mio orario di lavoro non è fisso: certi giorni rientro alle sette, altri alle nove passate, dopo bilanci e scadenze che mi lasciano le gambe di legno. Tornavo e trovavo la cucina come un campo di battaglia. La pentola vuota sui fornelli. Il frigorifero svuotato di tutto quello che avevo preparato il giorno prima, senza che mi avesse lasciato nemmeno una porzione.

La prima volta che gli ho chiesto, con calma, di dividerci le faccende di casa, si è offeso. Ha detto che era stanco morto tutto il giorno. Quando gli ho chiesto almeno di lavarsi i piatti dopo mangiato, ha sospirato come se gli avessi chiesto di costruire un muro a mano. Quando gli ho proposto di andare lui al supermercato, mi ha telefonato in ufficio per dettarmi la lista della spesa. I soldi per fare la spesa non li tirava mai fuori. Mangiava con me, viveva da me, usava tutto quello che avevo, ma in qualche modo mandare avanti quella vita comune toccava solo a me.

Una sera sono tornata da una giornata infernale, due scadenze fiscali e un cliente isterico al telefono. Avevo solo un pensiero: la minestra di verdure che avevo lasciato in frigo. Ho aperto lo sportello e ho trovato la pentola vuota. Marco era steso sul divano a guardare la partita. Gli ho chiesto se avesse pensato, almeno per un secondo, che anch'io, dopo il lavoro, avrei avuto fame. Non ha staccato gli occhi dallo schermo. Ha detto solo: "Era buonissima. Se vuoi, cucinati qualcosa."

Lì dentro mi si è acceso qualcosa che non avevo mai sentito prima con quella forza. Non sono una ragazzina che deve dimostrare di saper fare la brava moglie. Non sono una donna che ha paura del giudizio altrui. Non sono disposta a servire un uomo solo perché "in casa ci voglia una presenza maschile".

Gli ho chiesto di parlare. Gli ho detto che se viviamo insieme, i doveri vanno divisi. Che non sono né la sua cuoca, né la sua donna delle pulizie, né la receptionist di un albergo. Che in casa mia nessuno vive da padrone lasciandosi dietro disordine.

Si è infuriato subito. Ha detto che esageravo, che pretendevo troppo, che altre donne sarebbero state contente solo ad avere un uomo accanto. Poi ha detto una frase che mi ha chiarito tutto in un secondo: "Questa casa è tua, quindi è giusto che te ne occupi tu. Io da te sono come un ospite. E un ospite va trattato bene."

Sono scoppiata a ridere, lì in piedi davanti a lui. Non perché fosse divertente, ma perché l'alternativa era mettermi a urlare. Sono andata in camera, ho tirato fuori il suo trolley, ci ho messo dentro i vestiti, il necessaire del rasoio, le ciabatte, e ho appoggiato tutto davanti alla porta d'ingresso.

Lui è saltato su dal divano chiedendomi cosa stessi facendo. Gli ho risposto, tranquilla: "L'albergo chiude." Ha provato ancora a dirmi che ero impulsiva, che me ne sarei pentita, che a questa età una donna non dovrebbe lasciarsi scappare gli uomini. Ma la decisione l'avevo già presa. Ho aperto la porta e gli ho chiesto di andarsene.

Così è finita la nostra convivenza, dopo tre settimane esatte.

Quando la porta si è chiusa alle sue spalle, la prima cosa che ho sentito non è stata tristezza, ma sollievo. Ho lavato i piatti, aperto la finestra, preparato un tè e mi sono seduta nella mia cucina pulita. Sola. Ma di nuovo a casa mia.

Il giorno dopo ho fatto una cosa che mi ero ripromessa fin dalla prima settimana di quella convivenza, quando avevo capito dove si stava andando a parare: sono andata alla mia banca in via Rizzoli e ho chiuso il conto cointestato che avevamo aperto per "le spese comuni", quello su cui avevo versato milleduecento euro in tre settimane per fare la spesa per entrambi, mentre lui non vi aveva mai depositato un centesimo. Ho ritirato quello che restava, ho stracciato il modulo di delega che gli avevo firmato con troppa fretta e con troppa fiducia, e sono tornata a casa con la busta della banca in mano.

Marco mi ha chiamata tre giorni dopo, chiedendo perché non riuscisse più a prelevare da quel conto. Gli ho spiegato, con la stessa calma con cui gli avevo chiesto di andarsene, che quel conto non esisteva più, e che se voleva un posto dove lasciare le tazzine sporche, avrebbe dovuto affittarsene uno tutto suo.

Non ha più richiamato.

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