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Il braccialetto di Marzia

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Piazza del Mercato, a Lucca, un sabato di ottobre alle quattro del pomeriggio. La bancarella di frutta si era rovesciata un attimo prima, e Marzia Contini era finita a terra con tutta la spesa, una gamba che non la teneva più come prima e una sola stampella rimasta intera.

Nessuno si era mosso.

C'erano forse quindici persone intorno, tra turisti con il gelato in mano e residenti che tornavano dal mercato, e tutti guardavano senza fare un passo. Marzia respirava a fatica, il fiato corto per lo spavento più che per il dolore, e cercava di tirarsi su con un braccio che tremava, le dita cercando appoggio tra i pomodori rotolati fuori dalla cassetta.

Fu allora che la signora Olimpia Serrati, scesa dalla sua Mercedes grigia parcheggiata in divieto proprio lì davanti, le passò quasi accanto senza guardarla.

"Questa gente dovrebbe stare più attenta," disse, rivolta a nessuno in particolare, sistemandosi la sciarpa di seta.

Fu il rumore degli stivali a rompere il silenzio. Pesanti, lenti, decisi sul sampietrino. Un uomo alto, giacca di pelle scura, tatuaggi che gli uscivano dal colletto, si fece largo tra la gente senza chiedere permesso. Si chinò, raccolse la stampella rotta, la pulì con la manica e la posò piano vicino a Marzia, come se fosse la cosa più normale del mondo.

Olimpia incrociò le braccia, infastidita dal fatto che qualcuno si stesse comportando diversamente da lei.

"Cosa guardate tutti?" sbottò, rivolta alla folla, ma in realtà voleva solo smettere di sentirsi l'unica a non muoversi.

L'uomo non le rispose nemmeno. Si chinò di nuovo, questa volta verso la borsa di Marzia, strappata nella caduta, da cui era scivolato qualcosa sul selciato. Un braccialetto d'argento, piccolo, consumato dal tempo, quasi nero nelle incisioni.

Lo raccolse. Lo girò tra le dita, poi lo strinse nel palmo come per fermarne il tremito.

All'interno, incise in un corsivo sbiadito, quattro parole: *Non smettere mai di cercare.*

Marzia, ancora a terra, alzò lo sguardo verso di lui.

"Tu…" La voce le si incrinò. "Da dove l'hai preso, quel braccialetto?"

"Era nella tasca dei pantaloni che portavo quando mi hanno trovato," rispose lui, piano. "Sessantasei anni fa. Un camionista mi ha tirato fuori da un fosso sulla statale per Bari, io non parlavo, non sapevo il mio nome. Mi hanno chiamato Renzo perché qualcuno doveva chiamarmi in qualche modo."

Marzia si portò una mano alla bocca. Le tremavano le dita sporche di terra.

"Renzo aveva sedici anni," disse, quasi sillabando, come se ripetere i fatti potesse renderli più veri. "Io diciassette. È il nome di mio fratello."

"Anche il mio, a quanto pare," disse lui. Si sfilò il guanto di pelle dalla mano destra. Sul polso, una cicatrice lunga, vecchia, bianca contro la pelle scurita dal sole di una vita passata all'aperto.

Marzia alzò il proprio braccio, quello che fino a un minuto prima teneva stretto alla stampella. La stessa cicatrice. Nello stesso punto.

"Col temperino di nostro nonno," disse lei, la voce che si faceva più bassa a ogni parola. "Avevamo fatto un patto, da ragazzini. Se ci perdiamo, ci ritroviamo da questo segno. Il nonno orafo ci aveva fatto incidere i braccialetti di nascosto, uno a testa."

Olimpia fece un passo indietro, la sicumera che le era scivolata dal viso senza che se ne accorgesse.

"Cosa… significa questo?"

Nessuno dei due le rispose.

"Al funerale c'era una bara," disse Marzia, e le parole uscivano a scatti, come se ogni frase le costasse uno sforzo fisico. "Ci dissero che il camion l'aveva preso in pieno, che del corpo era rimasto poco, che bastava riconoscere i vestiti. Io quella bara non l'ho mai voluta aprire. Ho sempre pensato fosse per questo."

"Hanno seppellito qualcun altro," disse Renzo. "O niente. Non lo so nemmeno io cosa c'era in quella bara. Io ero in un letto a Bari con la febbre e un nome nuovo."

Marzia chiuse gli occhi un istante, poi li riaprì, fissi sul braccialetto che lui teneva ancora stretto nel palmo.

"Sessantasei anni," disse lei. "Io ne ho ottantatré adesso."

"E io ottantadue," disse Renzo. "Ho passato metà della mia vita a cercare qualcuno di cui non ricordavo nemmeno il viso. Solo questa frase, e la cicatrice."

Un SUV nero frenò bruscamente davanti al bar sulla piazza. Tre uomini in giacca scura ne scesero quasi di corsa, diretti verso Olimpia.

"Signora Serrati, dovrà seguirci," disse uno di loro, mostrando un tesserino della Guardia di Finanza. "C'è un mandato per la verifica dei conti della sua azienda."

Olimpia sbiancò, balbettò qualcosa sulla sua ditta di import tessile, sulle fatture, su un avvocato da chiamare. Nessuno in piazza le prestò più attenzione di tanto: la gente si era già spostata di qualche passo, a bocca aperta, verso Marzia e Renzo, verso quei due vecchi che si stringevano le mani sporche di terra e di polvere di sampietrino come se temessero di perdersi di nuovo da un momento all'altro.

Passarono tre settimane prima che tutto fosse chiaro, verificato, confermato da un test del DNA fatto in un laboratorio di Firenze per togliere ogni dubbio, anche se nessuno dei due ne aveva davvero bisogno.

Marzia aveva una casa a due piani in via Fillungo, ereditata dai genitori, che per sessantasei anni aveva tenuto chiusa al piano di sopra — la stanza di Renzo, letto fatto, armadio con dentro ancora due camicie e un paio di pantaloni corti da ragazzo di sedici anni che non sarebbero mai più entrati in quel corpo. L'aveva tenuta così per fede, più che per speranza, spolverandola ogni primo sabato del mese.

La prima cosa che fece, il giorno in cui i risultati del test arrivarono per email, fu andare dal notaio di famiglia, lo studio Bassani in via Santa Croce, con la cartellina verde dei documenti di proprietà sotto il braccio.

"Voglio aggiungere mio fratello Renzo come co-proprietario della casa," disse, posando la cartellina sulla scrivania. "Metà a lui, metà resta a me. E voglio che la banca sappia che da oggi è lui il mio contatto per ogni decisione sanitaria, se dovessi stare male."

Il notaio preparò l'atto in meno di un'ora, millecinquecento euro di spese comprese le marche da bollo. Renzo firmò con la mano senza guanto, la cicatrice bene in vista, e quando uscirono nel sole di via Santa Croce, lei gli mise in mano le chiavi di casa — tre chiavi, una porta d'ingresso, una del portone, una della stanza al piano di sopra che per sessantasei anni aveva aperto solo per spolverare.

"Quella stanza è ancora tua," disse semplicemente. "Anche se non ci dormi più, resta tua finché vivo, e dopo di me."

Non ci fu nessun discorso solenne, nessuna promessa gridata al cielo. Renzo si rimise il guanto sulla cicatrice, come faceva sempre, e lei gli prese sottobraccio mentre scendevano verso piazza del Mercato, dove tutto era cominciato tre settimane prima con una stampella rotta e un braccialetto caduto per terra.

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