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Il brindisi che Ethan non riuscì a finire

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Il brindisi che Edoardo non riuscì a finire

Alla Villa Serrano, sopra le colline del Chianti, duecento invitati brindavano sotto un pergolato di luci dorate. Edoardo Merlani, trentaquattro anni, socio di uno studio di consulenza finanziaria a Firenze, sistemava il papillon davanti allo specchio del salone e si guardava come se fosse già vincitore di qualcosa.

Sei anni prima era un ragazzo che vendeva assicurazioni porta a porta, con un prestito universitario che non finiva mai e una Panda che si spegneva ai semafori. L'unica persona che gli aveva creduto era Lucia Ferretti, infermiera al pronto soccorso di Santa Maria Nuova, che faceva i turni di notte e tornava a casa con le scarpe che puzzavano di disinfettante per pagare l'affitto di un bilocale a Rifredi.

Poi era arrivato il contratto con il fondo Brambilla, la prima vera commissione, cinquantamila euro in un colpo. E da lì tutto era cambiato: cene al Cibrèo, un orologio nuovo ogni sei mesi, amici che prima non esistevano. Una mattina di settembre, un anno dopo quel contratto, Lucia aveva trovato le carte della separazione sul bancone della cucina, vicino alla moka ancora calda.

— Meriti qualcuno più stabile di me — le aveva detto lui, senza guardarla negli occhi. — Non appartengo più al tuo mondo.

Lei non aveva pianto davanti a lui. Aveva aspettato di essere sola, in macchina, nel parcheggio dell'ospedale, prima di lasciarsi andare.

Quel pomeriggio di ottobre, cinque anni dopo quella mattina in cucina, Edoardo sposava Beatrice Alighieri, figlia di un costruttore immobiliare con cantieri da Prato a Pisa. Prima della cerimonia aveva chiamato da parte il testimone, Marco, e gli aveva detto con un sorriso compiaciuto:

— Lucia arriverà con qualche vestitino da discount, vedrai. La differenza sarà imbarazzante. Io ho vinto, lei ha perso tutto.

Aveva mandato l'invito apposta. Voleva che lei vedesse il catering, i fiori importati dall'Olanda, la Maserati bianca parcheggiata davanti all'ingresso.

Alle quattro e mezza una berlina blu scuro si fermò sul ghiaino. Lucia scese con un abito color champagne che le cadeva perfetto sulle spalle, i capelli raccolti, il passo di chi non deve dimostrare niente a nessuno. Al suo braccio, un uomo sulla quarantina con un completo grigio ben tagliato. E, tenendole la mano, un bambino di poco più di tre anni, che inciampò sul ghiaino e lei lo raccolse di peso con un braccio solo, senza smettere di camminare.

Il calice gli scivolò dalle dita e si frantumò sul marmo.

Si fece largo tra gli invitati, il cuore che gli martellava le costole.

— Lucia. Non pensavo che saresti venuta davvero.

— Non me lo sarei persa — rispose lei, tranquilla. — Congratulazioni, Edoardo.

Lui guardò il bambino.

— E… lui chi è?

Lucia lo rimise a terra, gli sistemò una ciocca di capelli dietro l'orecchio.

— Amore, vuoi presentarti tu?

— Ciao. Mi chiamo Tommaso.

L'uomo in grigio tese la mano verso Edoardo con cortesia quasi professionale.

— Piacere, Riccardo Donati. Sono il marito di Lucia. E questo, visto che lei non lo dice mai per primo, è nostro figlio. Nato un anno dopo il nostro matrimonio.

Edoardo fece due conti in testa, veloci, e per un attimo gli si piegarono le gambe: la separazione, poi il tempo per conoscersi, sposarsi, avere un figlio — i tempi non lasciavano spazio a dubbi, e la sua stessa domanda gli parve all'improvviso meschina, oltre che infondata.

— Scusa — disse solo, la voce più piccola di come l'aveva immaginata.

Beatrice, in abito da sposa, si era avvicinata senza che nessuno se ne accorgesse.

— Tutto bene? — chiese, guardando Edoardo raccogliere i cocci del calice con le mani nude, senza accorgersi di tagliarsi un dito.

Lucia rispose per lui, con la calma di chi ha preparato quella frase per anni senza saperlo.

— Tutto benissimo, Beatrice. Sono qui solo per dirgli una cosa, e poi me ne vado.

Prese dalla borsetta una busta bianca, sigillata, e la mise nelle mani di Edoardo davanti a tutti.

— Quando ci siamo lasciati avevo un prestito a nome nostro, ventiduemila euro, per l'arredo del bilocale di Rifredi. L'ho pagato io, da sola, in quattro anni, turno dopo turno. Tu non lo sapevi perché non hai mai chiesto. Dentro c'è la chiusura del conto cointestato che avevi lasciato aperto e che in questi cinque anni ha continuato a generarmi spese di gestione — quarantadue euro al mese. L'ho chiuso ieri. Non mi servi più, nemmeno sulla carta.

Edoardo girò la busta tra le mani senza aprirla.

— Lucia, aspetta, possiamo—

— Abbiamo già parlato — disse lei, un passo indietro, la mano di Riccardo sulla sua. — Quella mattina in cucina, con la moka ancora calda. Buon matrimonio, Edoardo.

Si girò verso Tommaso, gli allacciò un bottone della camicina che si era aperto durante la corsa sul ghiaino.

— Andiamo, amore, che la signora ha bisogno della sala per il suo giorno.

Beatrice guardò la busta nelle mani di Edoardo, poi il dito che sanguinava sul tovagliolo di lino, poi di nuovo lui, e in quei pochi secondi di silenzio capì più cose che in sei mesi di fidanzamento.

Lucia, Riccardo e Tommaso attraversarono il giardino verso l'uscita, tra invitati che non sapevano più dove guardare. Nessuno corse dietro a nessuno. Il quartetto, imperterrito, attaccò un valzer.

Edoardo rimase in piedi sul marmo bagnato di champagne, la busta bianca ancora chiusa in mano, il sangue che gli macchiava il polsino della camicia, mentre dietro di lui qualcuno — forse Beatrice, forse solo il vento tra le tende — chiudeva una porta.

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